C’è una costante che attraversa lettere ufficiali, proclami, decreti e messaggi istituzionali firmati da Charles III: una semplice iniziale, una “R.” che chiude il nome del sovrano come un sigillo antico. “Charles R.” Non è un vezzo grafico, non è un’abbreviazione moderna, non è nemmeno una formula anglosassone. È latino puro. E dentro quella lettera si concentra un’intera concezione del potere.
La “R.” sta per Rex, che significa “re”. È la stessa iniziale che compariva sotto la firma di Elizabeth II, ma con un significato diverso: Regina, cioè “regina”. La lettera non cambia, cambia il sostantivo latino che rappresenta il ruolo. È un dettaglio apparentemente minimale, ma è una delle espressioni più coerenti e longeve della monarchia britannica.

Il latino come lingua del potere
Per comprendere davvero quella “R.” bisogna tornare indietro di secoli, quando il latino non era una scelta estetica, ma la lingua amministrativa, giuridica e diplomatica dell’Europa. Anche dopo l’affermazione dell’inglese come lingua di governo, la monarchia britannica ha conservato il latino nelle sue formule più solenni, nei motti araldici e nelle espressioni ufficiali.
Non è un caso che il titolo completo del sovrano, nella forma tradizionale, includa ancora formule latine come Dei Gratia Rex — “re per grazia di Dio” — espressione che affonda le radici nella concezione medievale della sovranità come investitura divina. Anche se oggi il Regno Unito è una monarchia costituzionale e non assoluta, la simbologia conserva quella stratificazione storica.
La “R.” è dunque una sopravvivenza linguistica che racconta una continuità istituzionale ininterrotta.
La firma non è privata, è istituzionale
Quando Carlo III firma “Charles R.” non sta firmando come individuo. Sta firmando come Stato. È un gesto che appartiene alla sfera costituzionale e non a quella personale. La firma compare in documenti ufficiali, nelle comunicazioni formali con il governo, nei messaggi indirizzati alla nazione, e soprattutto negli atti che richiedono il Royal Assent, l’approvazione reale necessaria perché una legge votata dal Parlamento entri in vigore.
È qui che la monarchia britannica mostra la sua natura più sottile: il sovrano non governa direttamente, ma la sua firma resta un passaggio imprescindibile del processo legislativo. Non è un potere discrezionale — nella prassi contemporanea il consenso reale è sempre concesso — ma è un atto simbolico che ribadisce il ruolo costituzionale della Corona.
Il cypher reale: quando la R diventa monogramma
La stessa iniziale compare nel royal cypher, il monogramma ufficiale del sovrano. Nel caso di Carlo III, la sigla è “C III R”, dove la “R” continua a indicare Rex. Questo simbolo non è confinato ai documenti: appare sulle cassette postali rosse britanniche, sugli edifici pubblici, sulle uniformi militari, sulle insegne governative.
Durante il lungo regno di Elisabetta II, le cassette postali portavano il monogramma “E II R”. Con l’ascesa di Carlo, il cypher è stato aggiornato, ma non tutte le cassette vengono sostituite: molte restano testimonianza materiale del regno precedente, creando una stratificazione visiva che racconta la storia monarchica nelle strade del Regno Unito.
È una delle curiosità più affascinanti: la “R” non è solo una lettera scritta su carta intestata, ma un segno inciso nel paesaggio urbano.
Una lettera che attraversa le dinastie
La tradizione della “R.” non nasce con Carlo III. È stata utilizzata da sovrani di diverse dinastie, dagli Stuart agli Hannover fino ai Windsor. Cambia il nome, cambia il numero ordinale, resta la lettera finale.
Nel caso di re che hanno scelto un nome regale diverso da quello di nascita — come fece ad esempio Giorgio VI — la formula segue il nome scelto per il regno, non quello anagrafico. Anche qui la firma ribadisce la distinzione tra persona privata e ruolo pubblico.
È interessante notare che in Scozia, durante l’ascesa di Elisabetta II, ci fu una controversia sul numero “II”, poiché non vi era stata una precedente Elisabetta regina di Scozia. La questione arrivò fino ai tribunali, ma la formula “Elizabeth R.” rimase invariata. Ancora una volta, la simbologia monarchica mostrò la propria resilienza.
La tradizione di firmare con l’iniziale “R.” affonda le radici nel Medioevo e, secondo diverse ricostruzioni storiche riportate anche dalla stampa britannica, risalirebbe almeno al regno di Henry I of England nel XII secolo. In un’epoca in cui il latino era la lingua del diritto, dell’amministrazione e della diplomazia europea, l’uso di Rex non era una scelta simbolica ma la formula ufficiale del potere sovrano. I documenti regi non erano semplici comunicazioni: erano atti giuridici che definivano concessioni, terre, privilegi, diritti feudali. Firmare con “R.” significava attestare che quell’atto emanava direttamente dall’autorità del re.
Con il passare dei secoli e il progressivo affermarsi dell’inglese come lingua amministrativa, la monarchia britannica ha mantenuto il latino nelle sue formule più solenni, consolidando una continuità che attraversa dinastie e trasformazioni costituzionali. La “R.” è sopravvissuta alla Magna Carta, alla guerra civile inglese, alla Glorious Revolution, all’evoluzione verso la monarchia parlamentare. È rimasta anche quando il potere reale si è progressivamente ridotto sul piano esecutivo, trasformandosi in una funzione costituzionale.
Non sono mancate eccezioni significative. Quando Queen Victoria assunse il titolo di imperatrice d’India nel 1876, utilizzò la sigla “RI”, cioè Rex Imperator o Regina Imperatrix, per sottolineare l’estensione imperiale della sua autorità. Era una variazione che rifletteva la dimensione coloniale dell’Impero britannico, in un momento in cui la monarchia non era soltanto nazionale ma imperiale.
La formula, tuttavia, è rimasta invariata nella sostanza: il sovrano firma come istituzione, non come individuo. La “R.” non è un vezzo calligrafico ma una sopravvivenza giuridica, una formula che certifica la fonte dell’autorità e la continuità della Corona al di là della persona che temporaneamente la incarna. Anche quando il potere reale si è trasformato, passando dall’assolutismo medievale alla monarchia parlamentare contemporanea, quella lettera ha continuato a rappresentare il punto di contatto tra storia e presente, tra tradizione e costituzione.
Continuità e modernità
In un’epoca in cui le istituzioni sono costantemente ridefinite e il linguaggio del potere si semplifica, la monarchia britannica continua a utilizzare una formula che risale al diritto romano e alla cristianità medievale. Non è nostalgia. È costruzione di legittimità attraverso la continuità.
La firma “Charles R.” è, in fondo, un esercizio di memoria istituzionale. Ogni volta che compare su un documento, ricorda che la Corona non è solo una figura contemporanea, ma un’istituzione che si percepisce come linea ininterrotta.
Una sola lettera può sembrare un dettaglio. In realtà è una dichiarazione di sovranità, una formula giuridica, un’eredità linguistica e un simbolo visivo che attraversa secoli, dinastie e trasformazioni costituzionali. In quella “R.” c’è la sintesi di ciò che la monarchia britannica ha sempre cercato di essere: tradizione che si adatta, ma non si spezza.
