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Principe Harry, la depressione dopo la rottura con la Royal Family: «Per due settimane non riuscivo più a vivere normalmente»

Principe Harry, la depressione dopo la rottura con la Royal Family: «Per due settimane non riuscivo più a vivere normalmente»
Britain’s Prince Harry, Duke of Sussex, takes part in a Q&A session during a visit to a Movember event at Whitten Oval in Melbourne on April 15, 2026. (Photo by Jonathan Brady / POOL / AFP via Getty Images)

Il principe Harry rompe il silenzio sulla depressione vissuta dopo l’addio alla Royal Family. Un racconto intimo che ripercorre il dolore per la morte di Lady Diana, gli attacchi di panico e le ferite mai rimarginate nei rapporti con Carlo e William, svelando il lato più fragile del duca di Sussex.

Ci sono voluti quasi vent’anni perché il principe Harry riuscisse a comprendere quanto la morte della madre avesse condizionato la sua vita, e altri ancora perché trovasse il modo di raccontare pubblicamente ciò che gli era accaduto quando aveva deciso di lasciarsi alle spalle la famiglia reale britannica. Perché dietro la rottura con Buckingham Palace, le tensioni con il padre Carlo III, il rapporto ormai compromesso con il fratello William e il trasferimento oltreoceano insieme a Meghan Markle, c’è anche una storia personale di sofferenza psicologica che il duca di Sussex ha deciso di affrontare apertamente, raccontando di essere caduto in depressione per circa due settimane proprio mentre cercava di costruirsi un’esistenza lontana dalle pressioni della monarchia.

La confessione arriva da Redefining Grief: Building Resilience Through Loss, una nuova MasterClass pubblicata l’8 ottobre, alla vigilia della Giornata mondiale della salute mentale, nella quale Harry, oggi quarantaduenne, dialoga con Mary-Frances O’Connor, neuroscienziata e psicologa dell’Università dell’Arizona, specializzata nello studio del lutto e dei suoi effetti sul cervello e sul corpo. Non una semplice intervista sulla vita a corte, ma una lunga conversazione nella quale il principe ripercorre alcuni dei momenti più difficili della propria esistenza, cercando di spiegare come la perdita di una persona amata possa continuare a influenzare comportamenti, relazioni e scelte anche a distanza di decenni.

La depressione dopo la fuga dalla Royal Family

È la fine del 2019 quando Harry e Meghan, insieme al piccolo Archie, decidono di trascorrere un periodo in Canada, lontani dalla pressione mediatica e istituzionale che ormai accompagna ogni loro apparizione pubblica. La decisione ufficiale di rinunciare al ruolo di membri attivi della famiglia reale sarebbe arrivata nel gennaio 2020, ma il trasferimento rappresenta già il primo passo verso una separazione che avrebbe modificato profondamente gli equilibri della monarchia britannica.

Per Harry quel periodo, immaginato come un’occasione per ritrovare serenità, si trasforma invece in qualcosa di inatteso. Dopo anni trascorsi in una condizione di stress costante, racconta di aver sperimentato quello che definisce un vero e proprio crollo dell’adrenalina.

«Siamo andati in Canada per allontanarci da tutto e avere finalmente lo spazio per pensare», spiega il duca, ricordando che bastarono due o tre giorni lontano dall’ambiente al quale era abituato per avvertire una sensazione mai sperimentata prima.

Il suo organismo, secondo la ricostruzione che offre, sembrava essersi abituato a funzionare soltanto sotto pressione. Venuta meno quella tensione, Harry racconta di essersi sentito improvvisamente incapace di affrontare persino le attività quotidiane. «Era come se avessi bisogno dello stress per produrre l’adrenalina necessaria a far funzionare il cervello. Mi sentivo inutile anche in casa», ricorda, aggiungendo di essere caduto in depressione per circa due settimane e di aver avuto la sensazione di non riuscire più a funzionare senza quella continua spinta.

Una dichiarazione personale che non equivale, di per sé, alla comunicazione di una diagnosi clinica, ma che descrive un periodo di profonda difficoltà emotiva. Per il principe rappresenta soprattutto la scoperta di un meccanismo che, secondo il suo racconto, aveva regolato inconsapevolmente buona parte della sua vita: usare la tensione, il lavoro e l’adrenalina come strumenti per non confrontarsi con un dolore molto più antico.

Lady Diana, il bambino che non riusciva a piangere

Per comprendere le parole di Harry bisogna tornare al 31 agosto 1997, quando Diana Spencer muore a 36 anni in un incidente automobilistico a Parigi. William ha quindici anni, Harry appena dodici. Pochi giorni dopo, le immagini dei due fratelli che camminano dietro il feretro della madre, davanti agli occhi di milioni di persone, diventano uno dei momenti più drammatici della storia contemporanea della monarchia britannica.

Harry ha raccontato più volte di aver vissuto quell’esperienza come una frattura destinata a non rimarginarsi facilmente. Nella nuova conversazione torna su un particolare particolarmente doloroso: dopo la morte di Diana, per anni non riuscì a piangere.

Ricorda di non aver versato lacrime quando gli fu comunicata la notizia, di aver pianto durante la sepoltura e di non esserci più riuscito, per quel lutto, per quasi due decenni. Allora pensava che trattenere le emozioni fosse una dimostrazione di forza. Oggi riconosce in quel comportamento la reazione di un bambino che non aveva avuto gli strumenti necessari per affrontare una perdita così devastante.

Ma c’è un altro passaggio che rende la confessione ancora più intima. Harry spiega di essersi sentito per anni quasi obbligato a rimanere triste, come se tornare a essere felice significasse tradire la memoria della madre. La sofferenza era diventata, nella sua percezione, una dimostrazione d’amore, mentre la possibilità di provare nuovamente gioia sembrava accompagnata da un senso di colpa difficile da superare.

Con il tempo, racconta, è arrivata una consapevolezza diversa: Diana avrebbe voluto vederlo felice. Un cambiamento di prospettiva che il principe considera decisivo nel proprio percorso personale.

Gli attacchi di panico e gli anni nell’esercito

La vita militare, per molto tempo, aveva offerto a Harry un modo per mantenere occupata la mente. Arruolatosi a vent’anni, aveva trovato nell’esercito una disciplina e un’intensità capaci di assorbire quasi interamente le sue energie. La missione da compiere, l’attenzione costante e la necessità di agire diventavano una forma di distrazione rispetto alle emozioni che faticava a riconoscere.

Al ritorno dalla seconda missione in Afghanistan, nel 2013, qualcosa comincia però a cambiare. Harry racconta che alcune delle esperienze vissute durante il servizio militare sembravano aver riportato in superficie traumi precedenti. Arrivano gli attacchi di panico e una sensazione di soffocamento che, in certi momenti, emerge persino indossando una camicia con il colletto stretto.

Situazioni apparentemente ordinarie diventano difficili da gestire e il principe inizia a comprendere che il problema non riguarda soltanto lo stress legato agli impegni pubblici. È il momento in cui riconosce la necessità di affrontare ciò che aveva continuato a nascondere, anche a sé stesso.

Nel suo percorso terapeutico trova spazio anche un’esperienza particolare, legata al profumo della madre. Harry racconta che una terapeuta gli suggerì di utilizzare una fragranza associata a Diana per recuperare ricordi che sembravano essere scomparsi. Per anni non era riuscito a ricordare chiaramente nemmeno il suono della sua risata o della sua voce. Ritrovare un odore familiare gli permise di riavvicinarsi a una parte della propria infanzia che aveva inconsapevolmente cercato di cancellare insieme al dolore.

Carlo, William e una famiglia divisa

Le nuove dichiarazioni arrivano inevitabilmente in un contesto familiare ancora segnato dalle conseguenze della separazione tra Harry e la monarchia. Il rapporto con il padre Carlo III e soprattutto quello con William hanno attraversato anni di tensioni, alimentate dalle interviste, dal documentario realizzato con Meghan per Netflix e dalla pubblicazione nel 2023 dell’autobiografia Spare, nella quale il duca di Sussex aveva raccontato la propria versione delle dinamiche interne alla famiglia Windsor.

Il principe non ha mai nascosto di essersi sentito, in diverse circostanze, poco compreso e poco protetto dall’istituzione alla quale apparteneva per nascita. Una distanza che ha finito per sovrapporre due dimensioni difficili da separare: quella privata, fatta di incomprensioni tra un padre e i suoi figli e tra due fratelli, e quella pubblica, nella quale ogni conflitto assume inevitabilmente un significato politico e dinastico.

Non sarebbe corretto interpretare la depressione raccontata oggi da Harry come una conseguenza esclusiva delle liti con Carlo e William. La sua testimonianza descrive un percorso emotivo molto più lungo, nel quale confluiscono la perdita di Diana, le esperienze militari, il peso della vita pubblica e la difficoltà di adattarsi a un cambiamento radicale.

Eppure è proprio il contrasto tra la ricerca della libertà e il malessere sperimentato una volta raggiunta a rendere significativa la sua confessione. Lasciare un ambiente percepito come opprimente, suggerisce il racconto del duca, non significa necessariamente liberarsi nello stesso momento delle conseguenze psicologiche che quell’esperienza ha lasciato.

Meghan, i figli e la ricerca di un equilibrio

Nella nuova fase della sua vita Harry attribuisce un ruolo centrale alla moglie Meghan Markle e ai figli Archie e Lilibet. La famiglia che ha costruito rappresenta, nelle sue parole, una delle principali fonti di stabilità emotiva, tanto da averlo spinto a stabilire una regola personale: non trascorrere più di dieci giorni consecutivi lontano dalla moglie e dai bambini.

È una scelta che racconta il desiderio di trovare un equilibrio tra gli impegni professionali, i progetti benefici e la necessità di essere presente nella quotidianità familiare. Una dimensione che Harry considera parte integrante del proprio benessere, dopo anni nei quali il lavoro, la pressione e la continua esposizione pubblica avevano occupato uno spazio enorme.

Oggi il duca continua a dedicarsi alla promozione della salute mentale, al sostegno dei veterani attraverso gli Invictus Games e alle iniziative rivolte ai bambini che hanno perso un genitore. La MasterClass, realizzata insieme a O’Connor, sostiene anche due organizzazioni impegnate nell’assistenza alle famiglie in lutto, Comfort Zone Camp e Scotty’s Little Soldiers.

Il messaggio sulla salute mentale dietro la confessione di Harry

La testimonianza arriva alla vigilia della Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre e riporta al centro una questione che va oltre la vita privata del principe: il modo in cui il dolore può essere nascosto, rinviato e apparentemente superato, continuando però a influenzare la quotidianità.

Il percorso raccontato da Harry non può essere generalizzato né utilizzato per spiegare ogni esperienza depressiva, perché il lutto, lo stress cronico e la depressione sono condizioni differenti, che possono intrecciarsi ma non coincidono necessariamente. La sua esperienza personale, tuttavia, mette in luce quanto possa essere difficile riconoscere un disagio quando per anni si è imparato a identificare la capacità di resistere con l’obbligo di non mostrare alcuna fragilità.

Forse è proprio questo l’aspetto più significativo delle nuove dichiarazioni del duca di Sussex. Per molto tempo la storia di Harry è stata raccontata attraverso la ribellione, il matrimonio con Meghan, la rottura con Buckingham Palace e il rapporto sempre più distante con William. Ma dietro la figura pubblica del principe che ha lasciato la monarchia emerge ancora una volta quella del bambino che, a dodici anni, aveva perso sua madre e non sapeva come esprimere il proprio dolore.

La libertà cercata lontano da Londra non ha cancellato immediatamente quella sofferenza. Gli ha però offerto, secondo il suo racconto, la possibilità di guardarla finalmente in faccia. E di riconoscere che tornare a essere felice non significa dimenticare chi non c’è più.

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