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Giovanni Scifoni: vi racconto il mio San Francesco

Giovanni Scifoni: vi racconto il mio San Francesco

In tour per tutta la penisola “Frà, la superstar del Medioevo” racconta un uomo carismatico, nobile d’animo, ma anche fragile e confuso

Nel 2026 ricorrono gli Ottocento anni dalla morte del Santo probabilmente più amato al mondo: San Francesco.

Tra le rappresentazioni a lui dedicate ne spicca una, capace di regalare al “poverello d’Assisi” una personalità non solo grandiosa e iconica, ma anche fresca e “pop”, proprio come popolare. Perché San Francesco aveva una dote innata di incantare le folle.  

Un personaggio più umano, con le proprie debolezze, e per questo capace di attirare ancora più amore e ammirazione.

A raccontarlo in giro per tutta Italia per il terzo anno consecutivo con “FRA’ – San Francesco la superstar del Medioevo” è Giovanni Scifoni, attore dalle mille sfaccettature, maestro nel trattare temi di alto spessore con semplicità, rispetto e divertimento.

Giovanni, hai spopolato con il musical “Aggiungi un posto a tavola” nei panni di Don Silvestro, adesso sei in giro per l’Italia raccontando San Francesco. Parto subito con una domanda personale

Qual è il tuo rapporto con la fede?

“Io sono molto credente, anche se è brutto dire molto credente. Così come dire di essere cattolico praticante: com’è se si potesse appartenere a una religione senza praticarla.”

“Frà – San Francesco, la superstar del Medioevo”. Come nasce lo spettacolo?

“L’idea dello spettacolo nasce sei anni fa. Una trasmissione televisiva mi chiese di parlare di lui. A dire la verità non ne avevo nessuna voglia perché lo ritenevo un argomento inflazionato: innumerevoli film, racconti, romanzi su di lui, e di certo al mondo non serviva un ulteriore spettacolo su San Francesco.

Invece … il mondo sicuramente non aveva bisogno di uno spettacolo di Giovanni Scifoni, ma Giovanni Scifoni aveva bisogno di quello spettacolo. Avevo necessità di confrontarmi con questa figura straordinaria, di addentrarmi dentro le fonti.”

Non ne avevi mai approfondito la biografia?

“Di San Francesco generalmente si hanno due visioni. Una sorta di precursore della “New Age”, un anticonformista, contrario alla proprietà privata o il San Francesco penitente, del sacrificio della carne, delle pene corporali, dei digiuni infiniti, quello tipico appunto del Francescanesimo. Io non so chi fosse davvero Francesco; la verità è che pur scavando nelle fonti, escono versioni contrastanti sulla sua figura. Ogni biografo lo ha raccontato in maniera radicalmente differente.

Non esiste un Francesco, ne esistono tanti.

Io amo la versione di San Tommaso Laterano dove si racconta un San Francesco molto contradditorio, che sembra dire  una cosa e poi il suo contrario.”

E nel tuo spettacolo, dove lo chiami anche con un diminutivo intimo e confidenziale, Frà, racconti il “tuo” Francesco

“Non so se quello che racconto io sia il San Francesco vero: di sicuro è il San Francesco che sono riuscito a cogliere, quello che mi ha colpito, quello di cui io avevo bisogno, diverso da quello di Zeffirelli o da quello di Dario Fò.  

Racconto il San Francesco Superstar, l’uomo più famoso del Medioevo. Che raccontava Dio con una creatività geniale. Francesco sapeva incantare il pubblico: sapeva far ridere, piangere, cantare, ballare. Giocava con gli elementi della natura. Decine di migliaia di persone iniziano a seguirlo. Moltissime persone diventano frati francescani e la sua diventa in assoluto la confraternita più seguita, mettendo addirittura in difficoltà altri ordini; i figli dei ricchi vogliono diventare francescani. Dopo la sua morte, tutte le mamme cominciano a chiamare i figli Francesco. Quando prima di lui questo nome non esisteva nemmeno, è un nome inventato, un soprannome che significava francese, per via della madre. In realtà lui si chiamava Giovanni. Pensa che potenza. Lui, per dirla con un termine moderno, era un grande performer, uno straordinario intrattenitore di folle. Senza mezzi di comunicazione, senza social, riusciva a radunare folle di oltre cinquemila persone. Parliamo del  Milleduecento! E non esistevano nemmeno i microfoni. Se si pensa: cinquemila persone, la cui quasi totalità non riusciva nemmeno a sentirlo parlare! Eppure, nonostante tutto, queste persone si convertivano. Molte fonti che ho trovato, dichiaravano come fosse un fantastico “giullare”, nel senso più rispettoso del termine, era un grande mattatore.”

E quello che predicava non era di certo “invitante”

“Povertà, vestirsi di sacco, rinunciare alla proprietà privata, digiuni. Quanta capacità “giullaresca”. Lo spettacolo cerca di evocare questa enorme potenza di attrattiva e capacità di intrattenimento che aveva. Un talento smisurato e anche un ego che andava di pari passo. È proprio questo ultimo punto che affronto con grande interesse: Francesco non doveva possedere niente. Una volta aveva redarguito un frate perché gli aveva chiesto di poter possedere un salterio, un libro dei salmi. San Francesco sosteneva di non voler possedere nulla, perché nel caso avesse posseduto qualcosa, avrebbe dovuto possedere anche armi per difenderlo. Questo ci racconta tanto del mondo che stiamo vedendo oggi. Cosa si è in grado di fare per un pezzo di terra. È tutto molto profetico.”

Quindi un San Francesco dotato di un grande ego?

Lui era un narcisista e ha combattuto tutta la vita contro questa tentazione, quella di piacere agli altri, del consenso. Mi piace raccontarlo nello spettacolo, specialmente dal mio punto di vista di attore, che con il consenso ci vive!  

Sarà in grado di rinunciare anche alla più forte, alla più irrinunciabile delle tentazioni di proprietà che è l’ego?

Alla fine della sua vita, Francesco compirà il gesto più straordinario, più rivoluzionario che io abbia mai sentito fare da qualunque santo della storia della Chiesa Cattolica.”

Cioè?

“Rinuncia al proprio ordine, l’unica cosa che realmente possedeva, diventando un frate qualunque. Una cosa che non farebbe e non ha mai fatto nessuno!

E alla fine, forse non volendolo ormai nemmeno più, ha vinto lui, diventando il Santo più famoso e preferito al mondo!”

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