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Francesco Sole racconta l’amore fragile di oggi: «Tutti vedono red flag, pochi vogliono restare»

Francesco Sole racconta l’amore fragile di oggi: «Tutti vedono red flag, pochi vogliono restare»

I giorni in cui ho imparato ad amare è il nuovo libro di Francesco Sole sulle relazioni di oggi. «Cesare non è un personaggio romantico: è uno che scappa», racconta l’autore, che aggiunge: «L’amore non è trovare la persona giusta, ma diventare la persona giusta»

Le relazioni sembrano essere sempre più fragili: si fugge facilmente e si evitano le responsabilità. È da questa realtà che parte I giorni in cui ho imparato ad amare, il nuovo romanzo di Francesco Sole. Lo scrittore, tra i primi content creator in Italia,racconta le contraddizioni sentimentali di oggi. Protagonista del romance è Cesare, un ragazzo abituato a scappare da tutto, soprattutto dall’amore. Ma il ritorno nella sua città natale lo costringerà a fare i conti con il suo passato e con i sentimenti che ha sempre evitato. A guidarci nella storia di Cesare è Francesco Sole, che parla anche del suo percorso professionale, dalla trasformazione dei social al valore delle storie autentiche.

I giorni in cui ho imparato ad amare è il suo dodicesimo libro. Che effetto fa?

“Sono pieno di felicità. I primi libri mi sembravano un sogno che si realizzava, dopo sette romanzi ho pensato di essere eccessivamente fortunato. Ora, con le persone che ancora mi dicono “ho finito di leggere il romanzo, ne voglio subito un altro”,inizio a sentire che nella mia penna c’è qualcosa che valeva la pena raccontare”. 

Come se lo spiega?
“Sento di aver percorso la strada giusta per scavare qualcosa che evidentemente qualcuno aveva voglia di trovare negli scaffali delle librerie. Forse era qualcosa che mancava”.

Il protagonista di quest’ultimo romanzo è Cesare Rinaldi, un ragazzo che ha un talento naturale per la fuga. Come lo descrive?

“Cesare non è un personaggio romantico: dalle prime pagine non sembra il principe azzurro che tutte le donne vorrebbero incontrare, anzi è più il cavaliere nero.  È quello che tutte le amiche consigliano di non frequentare, ma puntualmente accade il contrario. Cesare fa orbiting: cerca solo quando ha bisogno, fa finta di non essere scappato. È un vero maestro della fuga sentimentale e fa ricadere la colpa sempre sull’altro”. 

Perché ha scelto un protagonista con questi atteggiamenti?

“Cesare non ha voglia di prendere responsabilità in amore. Mi piaceva partire da qui perché credo che oggi stiamo normalizzando di volere i nostri spazi, ritenendo giusto evitare persone che hanno presunti atteggiamenti negativi. In questo continuo porre aspettative sull’amore, finisce però che poi nessuno è il principe azzurro. Per questo mi piaceva incarnare il protagonista in qualcosa di contemporaneo: rappresenta tutti gli aggettivi sbagliati che possono esserci oggi. Il cavaliere nero però poi si innamora e accetta che l’amore non è scappare davanti alle etichette. Le red flag fanno scappare da una relazione, ma tutti le abbiamo”. 

Oggi sembra più comune sfuggire ai legami profondi. Qual è il suo punto di vista?

“Quando si entra in una relazione, ogni scelta ha un impatto sull’altro. Ed è qui che molti si incastrano: vogliono il calore, l’attenzione, il desiderio, ma rifiutano di pagare il prezzo che tutto questo comporta. Anche Cesare vuole l’attenzione e il calore, ma senza esserci il giorno dopo. È così che nascono tutte le sue relazioni sbilanciate. Oggi poi ci sentiamo un po’ tutti psicologi: parliamo al bar di red flag senza conoscerne il significato. E con questo meccanismo creiamo delle scuse per non impegnarci sul serio. Se non accettiamo che l’amore è un patto, fatto anche di aspettative che verranno deluse e di limiti che verranno spezzati, allora faremo fatica a costruire delle relazioni”.

Quale riflessione spera di lasciare a chi leggerà il libro?

“Che l’amore non è trovare la persona giusta, ma è diventare la persona giusta. Io scrivo romanzi d’amore in cui c’è questo aspetto di formazione: sono i protagonisti che devono diventare la persona giusta. Ed è quello che cerca di fare Cesare insieme ad altri personaggi”.  

Lei ha vissuto in prima persona l’evoluzione dei social: cosa è cambiato di più?

“All’inizio i social erano una vetrina, oggi sono diventati un’industria, domani dovranno diventare una responsabilità. La creator economy è cambiata quando sono nato io. Eravamo in pochi a cercare di sperimentare: c’ero io, c’era Frank Matano, c’erail mio primo agente Francesco Facchinetti che provava a capire insieme a noi che cosa sarebbe diventato questo settore. Era un Far West: non sapevamo cosa sarebbe diventato”. 

E oggi?

“È tutta un’altra cosa. La creator economy sta cercando di uscire dall’adolescenza. Quindi ci sono regole. E non basta più avere follower e un pizzico di fortuna: bisogna avere un’identità, una visione, una tenuta anche culturale. Io faccio quello che facevo ormai più di dieci anni fa: raccontare storie. E nei lavori creativi ci deve sempre essere una passione di fondo. Al contrario, puntare alla fama o al denaro consuma tutto velocemente”. 

Lei perché ha iniziato?

“Io sono nato in un’epoca in cui le emozioni hanno imparato a viaggiare sui social. Ho sempre voluto raccontare storie e in modi diversi: da YouTube a Instagram, fino alla televisione, al cinema e nei libri. Avevo voglia di esprimermi e ho cercato di utilizzare i social come un megafono per quello che volevo raccontare. Oggi faccio anche il manager di creator: li aiuto a raccontare le loro storie. Più di dieci anni fa sono partito dai post-it, ma ho raccontato il mio bisogno in primis di sentirmi capito e ho trovato tante persone che avevano voglia di leggere e di provare a sentirsi capiti”.

Come è nata l’idea di curare altri creator?

“Perché ho avuto la fortuna di raggiungere i miei successi, piccoli o grandi che siano. Così ho deciso di trasferire la mia esperienza e le mie capacità a persone che hanno un sogno. E non a caso si chiama Sartoria management: in un contesto dove oggi ci sono tantissimi creator, avevo il piacere di creare una società che curasse i talenti come se fossero numeri primi, creando qualcosa su misura per loro e non come una costruzione in serie”. 

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