L’imprenditoria femminile in Italia conta oggi circa 1,3 milioni di imprese e rappresenta il 22 per cento del totale. Un dato che racconta molto più di una presenza economica: racconta una trasformazione profonda del Paese. Per troppo tempo il talento delle donne è stato considerato un fenomeno emergente. Oggi, invece, è uno dei motori più dinamici dell’Italia sotto il profilo economico, sociale e culturale. Le donne non sono più soltanto protagoniste di singole storie di successo: stanno ridefinendo il concetto stesso di leadership, portando nelle aziende un nuovo equilibrio tra innovazione e sostenibilità, crescita economica e responsabilità sociale, competitività e capacità di creare comunità. In questo numero, Valore Donna racconta con orgoglio esperienze e modelli imprenditoriali che testimoniano la visione, il coraggio e la capacità strategica delle donne in uno scenario globale sempre più complesso e competitivo.
Una nuova leadership. Le donne italiane contribuiscono oggi in modo decisivo al rafforzamento dell’identità produttiva nazionale e alla presenza del made in Italy sui mercati internazionali.
Perché il made in Italy non è soltanto un marchio riconosciuto nel mondo: è cultura, creatività, disciplina, qualità, saper fare. È un patrimonio da custodire e valorizzare, come ricorda Romina Nicoletti, presidente di M.Ro – Italian Delegation Made in Italy, promotrice del riconoscimento Leader del Made in Italy Award.
Vediamo imprese femminili investire nei settori simbolo del bello e ben fatto italiano — dall’agroalimentare all’arredo, dalla moda all’ospitalità di alta gamma — capaci di custodire saperi antichi e proiettarli nel futuro attraverso la formazione delle nuove generazioni. Ma vediamo anche donne alla guida di aziende metalmeccaniche, cosmetiche, immobiliari, mediche, di consulenza e sicurezza; realtà impegnate nella lavorazione dei metalli e nell’economia circolare, dove l’innovazione ambientale diventa una leva strategica per il futuro industriale del Paese. La presidente di Ance, Federica Brancaccio, è oggi in prima linea nel promuovere una maggiore partecipazione femminile nell’edilizia, un comparto storicamente maschile che chiede una profonda evoluzione culturale e produttiva. Dalle storie imprenditoriali e dai profili di ceo e vertici aziendali affermati — Diana Bracco, Debora Paglieri, Eleonora Calavalle, Elisabetta Fabri, Maria Criscuolo, Cristina Rigoni, Monica Pedrali e Albiera Antinori — emerge un elemento comune: la capacità di creare valore umano oltre che economico. Perché la leadership femminile non si limita a dirigere. Costruisce relazioni, valorizza le competenze, genera fiducia, crea appartenenza. In un tempo segnato da crisi globali, trasformazioni tecnologiche e profondi cambiamenti sociali, questa capacità diventa decisiva. Oggi servono imprese capaci non solo di produrre profitto, ma anche di interpretare il cambiamento, guidarlo e renderlo sostenibile e inclusivo. E le donne stanno dimostrando di possedere questa straordinaria attitudine.
Guidare il cambiamento. Cresce il contributo femminile nei processi decisionali strategici, nelle istituzioni, nei tribunali, nelle redazioni, nella vita economica e sociale del Paese. Lo dimostrano le testimonianze di magistrate come Paola Di Nicola Travaglini e Natalia Ceccarelli; avvocate come Giada Bocellari, Claudia Eccher ed Elena Biaggioni; giornaliste come Vittoriana Abate, Albina Perri e Chiara Di Cristofaro.
Accanto a loro, figure istituzionali di primo piano: la senatrice e presidente della Commissione Giustizia del Senato Giulia Bongiorno; la sottosegretario di Stato alla Difesa Isabella Rauti; la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno; la sottosegretario al ministero dell’Istruzione e del Merito Paola Frassinetti; la deputata europea Anna Maria Cisint e la deputata Mara Carfagna. Senza dimenticare protagoniste del mondo economico e associativo come Lucia Leonessi, direttore generale di Cisambiente Confindustria; Patrizia De Luise, presidente della Fondazione Enasarco; ed Elena Nembrini, direttore generale di ENIT.
Come afferma Sara Vinci, comandante della Nave Alpino della Marina Militare, la strada è ormai tracciata anche nelle Forze Armate italiane: “Un’organizzazione più diversificata è anche più solida, più pronta ad affrontare le sfide e, in definitiva, più resiliente”. È una visione fondata sul merito, sulle competenze e sul riconoscimento delle capacità individuali, indipendentemente dal genere. Una visione che oggi rappresenta non soltanto una conquista culturale, ma una necessità strategica per il futuro dell’Italia.
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