C’è una fotografia del 1952 in cui Bettie Page guarda in macchina con un sorriso che ammalia chiunque la guardi. Indossa poco o niente, tiene in mano una frusta, e sembra felicissima. Tutto, in quell’immagine, funziona esattamente così.
New York, inizio anni Cinquanta. Irving Klaw custodisce una piccola bottega di fotografia fetish al 212 di East 14th Street — ordini per posta, cataloghi discreti, clienti che preferiscono restare anonimi. Un mondo che esiste solo nell’ombra, e che nell’ombra si accontenta di stare. Quando Bettie Page varca la soglia del suo studio, qualcosa cambia. Porta con sé una serenità assoluta davanti all’obiettivo — costumi di pelle nera, corde, tacchi da dieci centimetri — e in mezzo a tutto questo, quel sorriso.
Era arrivata dal Tennessee con le valigie di chi ricomincia da zero. Infanzia difficile, padre assente, povertà. Studia, recita, sogna Hollywood. Hollywood, come si vedrà, aveva per lei altri piani. Trova invece uno sguardo fotografico che la capisce meglio di qualsiasi grande schermo. Jerry Tibbs, poliziotto di Harlem con la passione per la fotografia, la incontra sulla spiaggia di Coney Island nel 1950 e le propone un portfolio. È lui a suggerirle la frangia, per coprire la fronte alta sotto i flash. Un gesto talmente piccolo da sembrare un capriccio del destino. Diventa uno dei segni più riconoscibili del decennio.
Gli americani avevano già Betty Boop — occhi grandi, frangia corvina, eterno sorriso a cuore, creatura di china e celluloide nata dal pennello dei fratelli Fleischer. Un fumetto, nient’altro. Finché qualcuno non arrivò in carne e ossa a renderlo complicato. Bettie porta quella figura fuori dalla pagina e dentro la fotografia. La fa respirare. Le sue immagini circolano in migliaia di copie tra i soldati, nei locali, per posta discreta. Chi le guarda non guarda un’idea di donna. Guarda qualcuno che ricambia lo sguardo.
Nel 1955 la Commissione Kefauver indaga sull’indecenza nel commercio postale, perché qualcuno, insomma, doveva pur farlo. E che cavolo. Irving Klaw viene convocato. Bettie aspetta dodici ore fuori dall’aula e viene congedata senza spiegazioni. Poi, come nelle migliori storie, la trama gira. Bettie sparisce dalle scene. Si converte al cristianesimo evangelico, lascia fotografie, costumi, set, tutto. Quando torna, alla fine degli anni Ottanta, richiamata da giornaliste e collezionisti che hanno trasformato la sua immagine in un’icona pop, il culto si era già costruito senza di lei. Come spesso accade alle leggende, nessuno aveva pensato di avvisarla. Le fotografie erano sopravvissute: fu Paula, la sorella, a nascondere i negativi nell’ombra prima che Klaw li distruggesse. Migliaia di copie, disperse per il paese, su cui nessuno aveva più controllo.
Compreso lei.
