Cinque film in un anno, una carriera che si reinventa, la terza maternità in arrivo e una Penelope che, nell’Odissea di Christopher Nolan, non aspetta più soltanto il marito, ma rivendica se stessa. Anne Hathaway racconta a Panorama il potere femminile, l’amore, la fragilità e la libertà di non dover riverenza a nessuno.
Omero usava la formula del «multiforme ingegno» per Ulisse. Tremila anni dopo, quelle parole appartengono a una donna. La Penelope di Hathaway, apparentemente immobile, nell’Odissea di Nolan combatte per difendere la propria identità.
È difficile trovare un’altra attrice che abbia raccontato il 2026 con tante sfumature. Cinque film in pochi mesi: popstar tormentata in Mother Mary, di nuovo nei panni di Andy Sachs ne Il diavolo veste Prada 2, regina stratega nell’Odissea, madre nella fantascienza in La fine di Oak Street e scrittrice ambigua nel thriller Verity.
Dopo essere stata principessa, diva e premio Oscar, a 43 anni Hathaway non sente più il bisogno di giustificarsi. La terza gravidanza, annunciata a giugno, si inserisce in una stagione intensissima. Già madre di Jonathan e Jack con il marito Adam Shulman, dimostra che si può essere molte cose senza escluderne nessuna. Nel film di Nolan, Penelope è alla pari di Ulisse.
La conversazione tocca la maturità, l’arte e la vulnerabilità, fino al momento in cui, sopraffatta dall’emozione sul set, Nolan si è seduto accanto a lei per aiutarla a respirare.
Penelope è nata tremila anni fa, ma le sue battaglie parlano al presente. Qual è il regalo più importante che le ha lasciato questo personaggio?
Credo di essere entrata in un nuovo capitolo della mia vita. La cosa che mi ha colpito di Penelope è che non ha il bisogno di chiedere scusa per ciò che è. Ulisse è il re di Itaca, ma nella loro relazione lei è assolutamente alla sua altezza, e quando lui non c’è, è lei a governare. Naturalmente deve fare i conti con ciò che gli altri vogliono da lei, sapendo che rischia molto quando i pretendenti occupano il palazzo. Ma quando Antinoo entra nelle sue stanze, lei non cerca di compiacerlo o di rendersi gradevole. Amo l’essere arrivata a un’età in cui posso interpretare una donna concentrata sul proprio percorso, senza sentire la responsabilità costante di rendere più facile la vita altrui. Di solito, personaggi con questa libertà sono i cattivi; Penelope è semplicemente una donna consapevole del proprio potere.
Per secoli Penelope è stata definita da pazienza e fedeltà. Ha scoperto che potevano essere forme di potere?
È esattamente quello che ho scoperto lavorandoci. Penelope è astuta quanto Ulisse. Ho pensato molto alle maschere che doveva indossare per proteggere suo figlio e un regno senza re. La pazienza e la fedeltà sono sentimenti autentici, ma diventano anche armi, parte della sua armatura. Dopo vent’anni, Penelope prova molto più di ciò che mostra: rabbia, frustrazione, desiderio, paura. Non volevo dimostrare qualcosa al mondo, volevo solo essere fedele alla scrittura di Nolan, che aveva già colto tutte queste sfumature.
Il suo 2026 conta cinque film e ruoli radicalmente diversi. Come si passa da un’identità all’altra senza smarrirsi?
In realtà quest’anno non ho avuto tempo per elaborare il passaggio da un personaggio all’altro. Di solito vorresti un momento per assentarti, ma stavolta dovevo solo essere estremamente organizzata. Più che dire addio a un personaggio, cerco sempre di ringraziarlo per il tempo trascorso insieme. Ognuno ti lascia qualcosa, anche quando non realizzi subito che cosa sia.
Con Nolan è il terzo film insieme, dopo Il cavaliere oscuro – Il ritorno e Interstellar. Com’è cambiato il vostro rapporto negli anni?
Abbiamo attraversato tre decenni: avevo vent’anni nel primo, trenta nel secondo, e oggi sono nei quaranta. Chris ha segnato il mio modo di lavorare in ogni fase. Incute reverenza ma è incredibilmente accessibile, semplice. Sui suoi set si lavora tantissimo, eppure la mattina non vedi l’ora di arrivarci. Oggi ammiro anche un altro aspetto: io ho una carriera e una famiglia, e far convivere grandi ambizioni artistiche e vita privata è per me fonte di enorme ispirazione.
Lei ama la mitologia greca fin da bambina. Com’è stato calarsi in quell’universo?
I miti sono tra le storie più antiche dell’umanità, toccano corde radicate nella nostra natura. All’inizio delle riprese mi sentivo schiacciata dalla distanza temporale, cercavo di colmare secoli di storia. Sono andata da Chris e gli ho spiegato che dovevo resettare tutto quello che so come donna contemporanea su morale, religione e cultura. Ho studiato a lungo, ma alla fine ho compreso che sotto quella distanza c’era qualcosa di universale: Penelope era una donna che potevo capire intimamente.
Nel racconto omerico la sua forza si esprime restando ferma…
Eppure dentro c’è una passione enorme. La sua modestia è uno scudo per proteggersi. Pensavo continuamente a quanto dovesse essere diversa quando era sola con Ulisse: lui era l’unico spazio in cui poteva togliersi ogni maschera e mostrare tutti i suoi colori. Anche se fosse arrivato un altro uomo splendido, non sarebbe stato Ulisse. Il divario tra la donna libera che era con lui e quella che doveva mostrarsi al mondo è stato il cuore del mio lavoro.
Penelope e Ulisse non sembrano legati dal bisogno, ma dalla scelta reciproca.
Matt Damon e io ne abbiamo parlato a lungo. In un’epoca di matrimoni d’interesse, loro si amano follemente, hanno costruito una famiglia, un regno. Questo rende lo strappo ancora più doloroso. Usavo spesso una metafora: li immaginavo come due persone che amano andare in moto. Penelope sa guidare benissimo da sola, non ha bisogno di lui per muoversi; ma le piace immensamente salire in moto con Ulisse. Il loro amore è una scelta autentica.
Anche i costumi hanno un ruolo centrale: Penelope indossa colori accesi pur nel dolore.
È stata un’intuizione magnifica della costumista Ellen Mirojnik e di Chris. All’inizio avevo provato un abito rosa pallido, ma Nolan ha voluto tinte intense, preziose. L’ho capito girando la scena di un banchetto, dove indossavo un vestito color orchidea. Mi sono voltata verso Matt e ho detto: ecco perché indossa tutti questi colori. Penelope non è a lutto, perché per lei Ulisse non è morto. Si prepara ogni mattina con cura perché quello potrebbe essere il giorno del suo ritorno. Per lei la bellezza era una forma di speranza.
Com’è stato recitare scene intime con le mastodontiche cineprese Imax?
Una sfida del tutto inedita. Con l’Imax avevo fatto solo sequenze d’azione. Chris stesso non lo aveva mai usato per riprese così intime. Eravamo tutti debuttanti. Con ottiche simili ogni minimo movimento del viso viene amplificato, temevo di risultare enfatica. Mi sono affidata a Chris. E quando ho visto il film, ho ritrovato sullo schermo esattamente la vulnerabilità e la trasparenza che avevo colto negli occhi di Matt durante i ciak.
La scena del ricongiungimento è una delle più attese. Cosa si prova a sintetizzare vent’anni di attesa?
Volevo tirare fuori tutto: non c’è solo felicità, ma incredulità, timore, vertigine, la paura che sia un inganno o un sogno. Sentimenti accumulati per millenni nella letteratura, che potevo finalmente vivere attraverso la scrittura di Nolan. In quel momento sono letteralmente esplosa.
Sul set ha anche vissuto un momento di blocco emotivo.
Sì, quello che noi attori chiamiamo «the hole», (il buco, ndr). Quando resti troppo a lungo dentro un’emozione estrema, il sistema nervoso va in tilt, quasi ti dissoci: non riesci a respirare, perdi l’accesso ai tuoi sentimenti. Durante il ricongiungimento mi è successo proprio questo. Ho dovuto fermarmi e dire a Chris e Matt che non riuscivo ad andare avanti.
Cosa ha fatto Nolan?
Una cosa straordinaria. Un uomo abituato a muovere flotte e allestire mondi si è seduto accanto a me, da amico. Mi ha fatto ridere, mi ha aiutato a respirare, senza farmi sentire in colpa o poco professionale. Ha compreso il momento umano. Sia lui che Matt mi hanno dato il tempo necessario per ritrovare l’equilibrio. Chris unisce un potere immenso a una sensibilità rarissima.
Ha paragonato questa atmosfera a quella vissuta con Jonathan Demme in Rachel sta per sposarsi.
Esatto, per il senso profondo di ensemble. Con Demme avevo poco più di vent’anni, lavoravamo senza gerarchie e pensavo che non avrei mai più toccato un vertice simile. Con L’Odissea è successo di nuovo. Ora ho due punti fermi della stessa grandezza nella mia vita artistica.
Che compagno di lavoro è stato Matt Damon?
Eccezionale. Era in ogni scena, sottoposto a fatiche fisiche massacranti – combattimenti, armature, intemperie – e non l’ho mai visto lamentarsi una sola volta. Il miglior numero uno sul set con cui abbia mai lavorato: la sua energia ha migliorato tutti noi, e sento che lavorare con lui mi ha cambiata come attrice e come persona.
Come ha salutato Penelope alla fine delle riprese?
Non ne ho avuto il tempo: dovevo correre sul set de Il diavolo veste Prada 2. Ma ripenso sempre alla Sicilia e a Los Angeles. C’era un clima teatrale: nessuno voleva tornare in roulotte per paura di perdersi qualcosa. Era come una festa meravigliosa da cui sono dovuta andare via un po’ prima della fine, ma di cui custodirò il ricordo per sempre.
