Alla ricerca del coraggio con Paolo Crepet

Lo psichiatra nel suo ultimo libro la definisce "la più grande urgenza sociale". Ecco come riuscire ad averne e a vincere sulla società

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Firenze, 12 aprile 2018 - Lo psichiatra Paolo Crepet a Panorama d'Italia – Credits: Ada Masella

Antonio Carnevale

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“La più grande urgenza sociale”: questo, secondo Paolo Crepet, è il “coraggio”, parola che dà anche il titolo all’ultimo libro dello psichiatra, edito da Mondadori e presentato nella tappa a Firenze del tour Panorama d’Italia.

Ma che cosa significa oggi avere questa qualità?
L’analisi comincia dalle trappole del linguaggio. “’Guardi che ai miei figli non ho mai fatto mancare niente…’: questa è una delle frasi che capita di sentire più spesso dai genitori” commenta lo psichiatra. “Per molti, infatti, il compito educativo consiste nel dispensare gratuitamente ciò che ritengono possa facilitare la vita ai figli. Bisognerebbe invece sottrarre. Sta qui il coraggio di educare. Purtroppo, invece, assistiamo a un new deal educativo capace di offrire l’eccesso ma non di stimolare. Si è scelto di rafforzare un’idea mercantile dell’educazione anziché optare per una via fatta di esempi, iniezioni di fiducia, sfide”.

Insomma, “troppa biada ammala il cavallo”, come dicevano i vecchi. Ma Crepet (con Alessandro Manzoni) sa bene che il coraggio non arriva schioccando le dita. “Il coraggio è alla base di una cultura che va ricostruita” spiega. “Ripartendo dalla scuola, per esempio, dove la valutazione di un bambino possa basarsi su categorie inedite come autostima e autonomia”.

 

Pagina dopo pagina, il coraggio è una virtù che sfugge all’ipocrisia. Non mancano bacchettate a quella sorta di “egualitarismo pseudodemocratico in cui nessuno sembra più avere responsabilità”. Ecco le storture imbarazzanti nella famiglia, per esempio, “dove la nonna accudisce la figlia, la quale a sua volta diventa la migliore amica dei propri figli: scompare così la diversità di compiti e ruoli, e il risultato è che i più piccoli non sanno più che differenza c’è tra chi è già cresciuto e chi ancora deve crescere”.

Avere il coraggio di non omologarsi, questo è infine l’invito di Crepet. “Se nella repubblica dei ‘like’ siamo ossessionati dal consenso, la storia insegna invece che le anime più prodigiose sono quelle che hanno avuto il coraggio di sfidare le convenzioni, di indignarsi, di immaginare”. È il coraggio l’unico antidoto alla “deriva di una contemporaneità che ha perduto il gusto della sfida, che sguazza nell’indifferenza, che affoga nella paura”.

Crepet parla della tenacia dei migranti; punta il dito sul rapporto (perduto) del coraggio con la politica, riscopre parole poco frequentate nel dibattito pubblico, come “solitudine”, “silenzio”, ma anche “orgoglio” e “ardimento”, e mostra come il coraggio (o la sua mancanza) si nasconda in ogni ambito della quotidianità. “Si potrebbe andare avanti all’infinito” ammette: “Le declinazioni di coraggio sono tante quante gli esseri umani che popolano la terra” osserva.

Come orientarsi allora nella ricerca della propria forza? “In questo libro ognuno potrà trovare la forma di coraggio che più gli serve o gli somiglia. L’augurio, però, è che questo volume di riflessioni e storie possa servire soprattutto ai giovani, perché gli esempi di cui è composto possano entrare a far parte del bagaglio di chi si accinge a esplorare la propria esistenza”.

Perché, insomma, ciascuno impari “a conoscere ed esprimere se stesso, nonostante i condizionamenti sociali, evitando i sentieri più facili, aggirando le scorciatoie che impediscono di guadagnare la propria autonomia”. Del resto, lo scriveva già Pierre Corneille (non a caso in epigrafe in un capitolo dedicato alla forza dell’immaginazione):  “A vincere senza pericolo, si trionfa senza gloria”.

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