Tunisia al voto, oggi la minaccia si chiama Ennahda
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Tunisia al voto, oggi la minaccia si chiama Ennahda
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Tunisia al voto, oggi la minaccia si chiama Ennahda

Reportage alla vigilia delle elezioni che potrebbero consegnare il Paese culla della Primavera araba nelle mani degli islamisti

Tunisi. "Queste elezioni sono molto importanti e cambieranno il volto della Tunisia, ecco perché il mondo arabo guarda con molta attenzionee al risultato che uscirà dalle urne il 26 ottobre e che disegnerà il nuovo Parlamento tunisino". A parlare è Nidal Shoukeir, presidente dell'Apema, l'Associazione della Stampa Europea per il Mondo Arabo, in Tunisia per monitorare le elezioni e per seguire le attività di vari gruppi della società civile.

Tunisia anno zero, anzi, anno terzo. Dalla cacciata del raìs Zine el Abidine Ben Alì nel 2011 molte cose sono cambiate sotto il cielo di Tunisi. Secondo alcuni non in meglio. La culla di quell'incredibile terremoto che è la Primavera araba è qui in Tunisia e, ancora una volta, il Paese viene visto come un "laboratorio" dall'intero mondo arabo.

La Tunisia laica, quella delle minigonne e delle femministe non è morta. Ben Alì non c'è più, ma i laici in Tunisia ci sono ancora e stanno serrando le fila per impedire che il partito islamico di Ennahda stravinca alle prossime elezioni.

"Ci sono due opzioni per queste elezioni", continua Nidal Shoukeir, che con la sua associazione vuole rappresentare un ponte tra l'Occidente e il mondo arabo. "Se Ennahda vincerà, la sua sarà una vittoria per l'islam politico di tutta la regione. Se, invece, Ennahda non vincerà, allora la Tunisia sarà il primo Paese del mondo arabo a dimostrare che si possono battere gli islamisti attraverso elezioni democratiche. Ecco perché queste elezioni sono così importanti".

Proprio come nel 2011, oggi la Tunisia vuole continuare a rappresentare un esempio virtuoso per l'intero mondo arabo. Se ci riuscirà lo sapremo solo a urne chiuse, ma la sfida è grande e l'intera società civile, musulmana e non, si è mobilitata. Sul piatto ci sono grandi questioni. L'economia che non riparte, la povertà, la corruzione e, soprattutto, la minaccia incombente dell'Isis, che qui in Tunisia si può toccare con la punta delle dita.

L'eco della guerra e del caos che regna sovrano nella vicina Libia arriva fino a Tunisi. Su 10 milioni e mezzo di popolazione circa 2 milioni e mezzo oggi sono libici, scappati dal fuoco incrociato dei terroristi nel Paese che fu il regno del Colonnello Gheddafi. E proprio uno dei figli di Gheddafi ha continuato la tradizione di famiglia e ora vive in Tunisia dove ha investito miliardi di dollari in varie attività.

"Il problema sono gli immigrati", dice esasperato un anziano signore intento a fumare il narghilè. "Lo sa che qui in Tunisia oggi ci sono profughi di 55 nazionalità diverse? E' un caos totale, un caos totale", conclude aspirando una lunga boccata di tabacco alla mela. La Tunisia è il crocevia di persone in fuga o che vogliono restare, provenienti da tutta l'Africa. E larga parte della popolazione teme che non ci sia "pane" sufficiente per tutti. D'altronde, l'economia è ancora ferma.

"A causa del clima sociale la produzione non è più in positivo come un tempo", dice Moez Joudi, presidente dell'ATG, l'associzione per la governance tunisina, riconosciuto come uno degli economisti più brillanti del Paese. "Non è una questione politica, di essere pro o contro Ben Alì, ma è un dato di fatto che durante il regime l'economia tunisina ha creato ricchezza, mentre ora non lo fa più".

"Ben Alì - prosegue Joudi - accentrava nelle sue mani un potere estremamente corrotto, ma metteva a capo dei ministeri dei tecnici, delle persone competenti. Dopo la sua caduta eravamo tutti molto ottimisti sulle sorti economiche del Paese, ma quello che è successo è il contrario di quanto ci aspettavamo. Sono aumentati a dismisura i dipendenti pubblici e i ministri sono stati scelti sulla base di appartenenze politiche e amicizie. Insomma, il potere da essere concentrato nelle mani di pochi si è sparpagliato nelle mani di tanti e così ha fatto la corruzione, intaccando ogni singola parte della società e creando la paralisi".

In questo clima le imprese si sono trovate completamente imbrigliate e il loro andamento a singhiozzo, da stop and go automobilistico, è l'immagine di quanto il Paese stenti a ripartire e a redistribuire la ricchezza.

“Per me si stava meglio quando c'era Ben Alì", ci dice senza esitazione un autista di non più di 30 anni. Ma come, adesso avete la libertà di scegliere, prima no. “E cosa te ne fai della libertà quando non mangi?", risponde. Le sue parole sono confermate dai fatti. Secondo le ultime stime nei tre anni di governo della Troika post Ben Alì sono scomparsi dalle casse del governo tunisino circa 30 milioni di dinari, (circa 13 milioni di euro) e non si sa che fine abbiano fatto. La coalizione di tre partiti alla guida del Paese finora non ha fornito spiegazioni.

Quello che è certo è che c'è grande fermento in vista delle elezioni di domenica 26 ottobre. La partita che si gioca è grossa e la Tunisia potrebbe rappresentare nuovamente un esempio per tutti gli altri Paesi dell'area, nel bene e nel male. E il “male" qui per le organizzazioni della società civile ha un nome solo: si chiama Ennahda.

“Ennahda rappresenta una parte della società tunisina e non possiamo certo buttarli a mare", dice Zied Heni, giornalista e blogger tunisino, tra i primi a denunciare e a combattere il regime di Ben Alì. Attualmente è segretario della federazione africana dei giornalisti e ha fondato una organizzazione per la protezione della stampa. Zied Heni, insomma, non è ancora sceso dalle barricate della rivoluzione dei Gelsomini, che nel gennaio del 2011 ha consegnato agli occhi del mondo una nuova Tunisia.

“La vera domanda che dobbiamo porci su Ennahda – continua Heni – è se un partito islamista può essere anche democratico. Il problema di Ennahda è che deve trovare il modo di convivere con gli altri, che qui non può imporre il suo volere. In un Paese libero e democratico tutte le idee devono trovare il modo di coesistere". “Però – aggiunge Heni – il cambiamento che speravamo di vedere dopo la rivoluzione ancora non c'è".

E sui risultati delle parlamentari si dice sicuro che l'astensione sarà alta, a testimonianza della profonda disaffezione della gente nei confronti della politica e che Ennahda potrebbe prendere tra il 20 e il 30% dei voti. In ogni caso, in base al sistema proporzionale tunisino, il partito islamico non avrà voti sufficienti a governare da solo e si dovrà tentare un nuovo esperimento: una grande coalizione tra i due maggiori partiti, uno laico e l'altro confessionale.

Per strada una macchina con targa libica sgomma e va via veloce nel traffico di Tunisi. Ma come mai Ennahda è così forte in questa Tunisia che sembra avere un cuore profondamente laico? “Soldi, tanti", ci dice Zied Heni. “Sono arrivati e continuano ad arrivare dal Qatar, mentre la Turchia di Erdogan gli ha offerto un aiuto tecnico". E non sono soldi che servono solo per i manifesti della campagna elettorale. “E' noto e provato che Ennahda ha inviato circa cinquemila ragazzi ad addestrarsi nei campi dell'Isis in Libia", dice Heni.

“Questi cinquemila militanti islamici per ora sono in Libia, ma il problema è quando torneranno a casa, in Tunisia. La minaccia el terrorismo è grande e i legami di Ennahda con l'Isis sono sotto gli occhi di tutti", ci dice Hatem Ben Salem, ex ministro dell'Istruzione nell'epoca di Ben Alì ed ex sottosegretario agli Esteri.

Oggi è tornato alla sua antica passion, l'insegnamento. Affermato docente universitario, vuole fondare un centro di geopolitica del mondo arabo. Non ha mai ritrattato il suo passato e non ha mai avuto la tessera di iscrizione al partito di Ben Alì. Da analista ci conferma la preoccupazione per la situazione economica del Paese e per l'alto livello di corruzione che ha travalicato “le famiglie già note" e si è diffuso, anche attraverso Ennahda.

Ma il partito islamico rappresenta davvero una minaccia? “Lo è di certo una minaccia, soprattutto per le donne!". Non ha alcun dubbio su questo Soukeina Bouraoui, direttore di Cawtar, il Centro per la formazione e la ricerca delle donne arabe, che è anche un centro unico nel suo genere in tutta la regione, con quartier generale a Tunisi e uffici nella maggior parte dei Paesi dell'area, dal Libano alla Palestina, e poi la Somalia, il Sudan e la Mauritania.

“Ennahda è una grande minaccia – ci dice Soukeina Bouraoui – perché fa riferimento a valori che non sono i nostri e che rientrano in un altro ordinamento giuridico". Bouraoui è una donna decisamente tosta e sostiene che le donne islamiche, le “conservatrici" sono decisamente “più visibili", con i loro veli e i loro burqa, ma che questo non ci deve trarre in inganno e portare a credere che rappresentino la maggioranza. Non, almeno, in Tunisia.

Le fa eco Mariem Azouz, giovane blogger e attivista impegnata in una serie di associazioni per la cultura e lo sviluppo delle donne in tutto il mondo arabo. La incontriamo in un piccolo caffè, il Voltaire, alla periferia di Tunisi, dove stanno sorgendo nuovi complessi residenziali. E' con un gruppo di altri attivisti.

“L'islam moderato è una cosa che avete inventato voi in Europa", ci dice Mariem. “Qui in Tunisia e nel resto del mondo arabo questo concetto non esiste. Esiste l'islam politico, che non è affatto moderato e che è anti democratico. L'avvento di Ennahda, un partito islamista e populista, ha comportato un aumento della violenza all'interno della società a tutti i livelli. Una violenza anche verbale che inizia nelle moschee e che poi esce fuori e si diffonde. Io sono di cultura musulmana, come tanti qui, ma il credo religioso è un'altra cosa rispetto alla politica fatta attraverso la religione". “Per questo – conclude Mariem – voi europei vi sbagliate, l'islam moderato non esiste".

Un pronostico sui risultati elettorali? “Ennahda prenderà molti voti, perché è un partito populista, ma non credo che riusciranno a governare, perché la società civile e i laici batteranno un colpo. Loro (gli islamisti ndr) sono solo una parte del Paese, ma non sono maggioranza", conclude Mariem Azouz. E' ottimista. “Ci risentiamo con i risultati in mano", dice sorridendo.

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