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Disforia di genere, quando lo Stato resta a guardare: il Far West sui minori

Disforia di genere, quando lo Stato resta a guardare: il Far West sui minori

Dai bloccanti della pubertà ai tribunali: mentre Stati Uniti ed Europa frenano sulla transizione di genere degli adolescenti, l’Italia resta senza linee guida chiare e con casi giudiziari che fanno discutere.

Il mese scorso, il ministero della Salute statunitense ha bandito gli interventi farmacologici e chirurgici per il cambio di sesso dei minori. Da anni, in mezza Europa, i governi che più si erano mostrati di manica larga sulla transizione di genere degli adolescenti hanno frenato bruscamente, in particolare sulla somministrazione di bloccanti della pubertà. In Italia, invece, una 13enne, negli ultimi giorni dell’anno scorso, ha cambiato sesso all’anagrafe: il tribunale della città di La Spezia ha dato infatti il via libera alla rettifica del suo atto di nascita e alla riassegnazione di un nuovo nome. Maschile, ovviamente. La sentenza, a suo modo storica, nasce dall’assenza di dati chiari, di linee guida certe e di consenso scientifico sul tema. Nel nostro Paese, infatti, la disforia di genere è un terreno in cui regna ancora il caos. E sul quale il governo, per ora, non è ancora riuscito a intervenire in maniera decisiva.

Dalla triptorelina ai controlli del ministero

Si guardi al caso ligure: la bambina, raccontano i genitori, già dalla prima infanzia manifesta uno «spiccato desiderio» di appartenenza al genere maschile. Nel 2021, a soli nove anni, inizia l’iter, con percorsi specialistici che fanno emergere «disturbi dell’identità di genere», seguiti dalla somministrazione della triptorelina, il bloccante della pubertà, al Centro di andrologia ed endocrinologia dell’ospedale Careggi di Firenze. Lo stesso Careggi in cui, nel gennaio 2024, furono inviati gli ispettori del ministero della Salute dopo la segnalazione del mancato rispetto delle procedure stabilite dall’Aifa. In particolare, dall’ispezione era emersa la mancanza, in alcuni casi, di un percorso psicoterapeutico e psichiatrico completo prima della prescrizione dei farmaci, oltre all’assenza di un neuropsichiatra infantile a tempo pieno. Ciliegina sulla torta, la clinica non inviava, come avrebbe dovuto, relazioni aggiornate all’Agenzia del farmaco sui trattamenti per la disforia di genere.

Decisioni irreversibili e assenza di regole

La triptorelina, è bene ricordarlo, è un medicinale che impedisce agli organi sessuali di svilupparsi e viene somministrato anche a bambini di 9-10 anni, non senza possibili effetti collaterali, anche gravi. Dopo la visita del ministero, il Careggi non ha più prescritto il farmaco. Ma il provvedimento ha riguardato soltanto i nuovi pazienti, non i piccoli che avevano già iniziato il percorso. E così si ritorna al caso di La Spezia: il tribunale ha accettato il ricorso dei genitori richiamando la «piena consapevolezza circa l’incongruenza tra il corpo e il vissuto d’identità», tale da giustificare una decisione definita «irreversibile». La pubertà, infatti, non si accende e spegne come un abat-jour. Imboccata quella strada, non si torna più indietro. E in Italia è possibile avviare questo percorso perfino mentre si frequentano le scuole elementari.

Il ddl 2575 e lo scontro scientifico

La vicenda della Spezia è rimbalzata sui giornali proprio mentre in Parlamento si discute il disegno di legge 2575, presentato dai ministri Eugenia Roccella e Orazio Schillaci, che introduce «disposizioni per la appropriatezza prescrittiva e il corretto utilizzo dei farmaci per la disforia di genere» ai minorenni. Si tratterebbe di un giro di vite notevole, perché il ddl istituirebbe un registro delle terapie e un comitato etico validerebbe ogni nuova somministrazione.

Genitori, social e l’effetto imitazione

Attualmente il ddl è in discussione nella commissione Affari sociali di Montecitorio, dove si sono svolte negli ultimi mesi varie audizioni. Per la prima volta hanno preso la parola alcune madri di minori con disforia. Le testimonianze sono particolarmente eloquenti e raccontano famiglie spaventate, spesso messe di fronte a scenari estremi. Sullo sfondo, un fenomeno culturale amplificato dai social network, dove adolescenti e giovanissimi documentano ogni fase della transizione, dalla voce ai documenti, fino agli interventi chirurgici.

L’Europa frena, gli Usa vietano

Mentre il dibattito italiano procede a rilento, altri Paesi hanno già cambiato rotta. In Gran Bretagna è stata chiusa la clinica Tavistock e limitato l’uso dei bloccanti; Finlandia, Norvegia, Svezia, Francia e Paesi Bassi hanno imposto forti restrizioni. Negli Stati Uniti, il dipartimento della Salute ha annunciato il divieto federale per interventi farmacologici e chirurgici di transizione sui minori, definiti «pratiche non sicure e irreversibili».

Una scelta che richiede tempo

Queste settimane potrebbero essere decisive anche per l’approdo in Aula del ddl italiano, che non dispone divieti assoluti, ma impone prudenza verso bambini e adolescenti ancora in formazione. «Le nostre identità si costituiscono in maniera più stabile verso la fine dell’adolescenza. La scelta di cambiare sesso deve essere presa quando il soggetto è sufficientemente maturo per decidere», ribadiscono gli esperti più critici. «In precedenza, può essere una scelta transitoria. Forzare in un senso o nell’altro risulta dannoso».

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