«Improvvisamente udimmo il rumore formidabile degli enormi tramvai a due piani, che passano sobbalzando, risplendenti di luci multicolori, come villaggi in festa…». Sferragliava il 1909. Nel Manifesto del futurismo Tommaso Marinetti esaltava la modernità dei tram. Più di un secolo dopo, da opposte sponde, la sinistra rilancia con ardore.
A dispetto dell’implacabile tempo che passa. In tutte le grandi città governate dai Dem, fervono estenuanti cantieri e robuste polemiche. Imbambolati davanti all’emergenza sicurezza, sonnecchianti di fronte all’allarme criminalità, i sindaci del Pd s’attaccano al tram.
Mobilità sostenibile e contraddizioni
È il riverito ossequio alla mobilità sostenibile predicata da Elly Schlein, segretaria turbo ambientalista. Gli effetti collaterali, però, non sono quisquilie: devastazioni ambientali, lavori eterni, dubbia utilità, plateali contraddizioni. I fondi del Pnrr destinati allo scopo sono straordinariamente lauti: 5,4 miliardi, per 18 città. Ma il vetusto trasporto tranviario rischia di diventare l’emblema degli ecologisti prêt-à-porter. Non si devono costruire le dighe per evitare di disturbare due lontre, come sul fiume d’Enza, nella bassa modenese. Ma si abbattono fischiettando centinaia di alberi o si deturpano i centri storici per posare chilometri di binari.
Anche Legambiente coglie lo straordinario momento, con un lirico elogio: «Nato nell’800 e quasi cancellato in Italia dall’avvento dell’automobile, il tram vive da anni una nuova primavera in tutta Europa grazie ai suoi innegabili benefici: meno traffico, minore inquinamento e rivitalizzazione degli spazi urbani».
Bologna, cantieri e Unesco
Lo sfrenato ottimismo, però, spesso incrocia la controversa realtà. Come a Bologna, dove sono previsti 23 chilometri di nuove tramvie. Per il sindaco Matteo Lepore, teorico della città a trenta all’ora, è ormai una questione di vita o morte politica: «Grazie al tram, rivincerò le elezioni», annuncia fiducioso. Si vedrà. Sotto i portici, nel frattempo, non si parla d’altro. L’odierna piaga è il «traffico», come diceva lo zio di Johnny Stecchino, nel celebre film. Insomma: proteste, disagi, cementificazione. I lavori dovrebbero terminare a giugno 2026, ma i primi convogli si vedranno soltanto nel 2027. Qualche mese fa, intanto, è stata riaperta via Indipendenza. Lepore aveva promesso la «pedonalizzazione permanente» della storica strada dello struscio felsineo. In realtà, i temerari saranno costretti a schivare vagoni e pericoli.
Una «bruttura» dopo l’altra. La città rischia persino di perdere il riconoscimento dell’Unesco, assicura il Comitato per Bologna storica e artistica, fondato nel lontano 1899. Ne fanno parte fior di urbanisti e anche la soprintendente, Francesca Tomba. «Un progetto e un’esecuzione dei lavori scadenti, frutto di una deregulation totale» scrive l’associazione.
Secondo gli esperti, il tram è stato «progettato da persone che non hanno mai visto un centro storico e approvato da chi ha preferito voltarsi dall’altra parte». Non solo: l’infrastruttura viene definita «un obbrobrio» che «non ha esempi simili in Italia e in Europa». Vedi l’antica via San Felice, «ridotta a un cunicolo di cemento». Nell’attesa del supposto trionfo elettorale di Lepore, sulla nuova linea verde la procura ha pure aperto un fascicolo dopo l’esposto di un residente in via dei Mille: i lavori fino a notte inoltrata e le polveri gli avrebbero provocato gravi problemi di salute. La squadra mobile adesso indaga su eventuali anomalie del cantiere.
Roma, promesse e ritardi
Per carità, niente retorica. Nessuno nega la difficoltà di muoversi nei meandri cittadini. Ma siamo sicuri che il caro e vecchio tram sia sempre la soluzione migliore? Arriva con decenni di ritardo. E dopo che la sinistra ha posto insuperabili veti sulla metropolitana. A Bologna era stata approvata un quarto di secolo fa da Giorgio Guazzaloca, l’unico sindaco di centrodestra della storia. I governi di allora l’avevano perfino finanziata. Venne però bocciata con le solite motivazioni: gli eventuali reperti archeologici del sottosuolo e i corsi d’acqua tombati. Nel frattempo, da Milano a Roma, si continuava a scavare senza troppi patemi.
Adesso, però, anche nella capitale soffia quel venticello primaverile percepito da Legambiente. «Roma è fatta per i tram, lo dice la scienza trasportistica», certifica l’assessore alla Mobilità capitolino, Eugenio Patanè. Ma la rivoluzione procede tra furibonde critiche ed esasperanti lentezze. Vedi la TVA, acronimo dell’ormai mitologica Termini-Vaticano-Aurelio. Nonostante i roboanti annunci, manca persino il progetto definitivo.
Eppure, Roberto Gualtieri aveva persino inserito l’opera nel programma elettorale. A fine 2024, il sindaco aveva reiterato: «A breve partirà il cantiere. Il tratto da piazza Giureconsulti a largo Micara dovrà essere ultimato entro il 2026, perché è finanziato con fondi Pnrr». Ovvero 138 milioni, che ora diventano sempre più a rischio. Per il resto: binari ammalorati, convogli vetusti e percorsi con gli autobus. I tram romani sono i più lenti d’Italia, dopo quelli di Napoli. Ma le cose sono destinate a cambiare drasticamente, avverte l’amministrazione piddina. Arrivano oltre un centinaio di favolosi e supersonici mezzi, esulta. Erano stati promessi entro la fine del 2025. Non se n’è visto nemmeno uno.
Padova e Firenze: alberi e binari
Anche Padova ha deciso di attaccarsi al tram, tra proteste infinite e disagi interminabili. Il centrodestra proponeva l’elettrificazione dei bus. Invece, la giunta guidata da Sergio Giordani ha deciso di realizzare senza remore trenta chilometri di binari. Il trasporto pubblico, però, non viene particolarmente apprezzato: gli ultimi dati confermano un deciso ritorno alla mobilità privata. Intanto, la città resta nel caos. I pragmatici padovani sembrano gradire poco la scelta. I costi delle linee dei tram sono lievitati a 640 milioni. Gli esperti eccepiscono perfino sulla soluzione individuata: gli ormai desueti tram monorotaia. Mentre gli ambientalisti continuano a protestare vivacemente: sarebbero già stati tagliati oltre mille maestosi fusti, sostituiti da piantine. Italia nostra allerta: «Salviamo gli alberi dall’aggressione del tram».
La storica associazione, pure a Firenze, denuncia la realizzazione «di un’estesa, costosissima e invasiva rete tranviaria che produce la riorganizzazione del sistema dei trasporti, con conseguenze negative su mobilità, accessibilità e vivibilità». Già, non tutti gli ambientalisti esultano per la «nuova primavera». E anche il centrodestra fiorentino assalta: «Oltre mille alberi in meno per far spazio alla tramvia», rendiconta la Lista civica di Eike Schmidt, l’ex direttore degli Uffizi già candidato sindaco. «È un bollettino di guerra, un’inutile strage di verde, un albericidio che però non scuote né desta gli animi dei presunti Verdi o eco-attivisti, tanto sponsorizzati dalla giunta». Chiome sterminate sono sostituite da teneri fuscelli, che forse apprezzeranno i figli dei nipotini. Intanto, proseguono i tagli sul lungarno Colombo, per far spazio alla linea verso Bagno a Ripoli.
Anche qui, un po’ come nella monocromatica Bologna, la sinistra è sempre stata fieramente contraria alla metropolitana. E se poi si trova un prezioso fossile sottoterra? Orrore. Gli alfieri eco-chic non hanno nulla da spartire con gli avversari, spietati cementificatori. E invece: che meraviglia, la tramvia. Chilometri di binari che sfiorano chiese e capolavori. Due settimane fa, nelle viscere di piazza Beccaria, vengono perfino trovate antiche mura. Una sbalorditiva sorpresa? Macché. Si sapeva già sette anni fa. Ma gli inestimabili reperti non avevano impedito di approvare il progetto. E cosa fa la sindaca Sara Funaro, schleineiana tutto d’un pezzo? Non tentenna un secondo. Le mura vanno rimosse e abbattute, altroché. «Bisogna procedere e andare avanti», esorta. Impipandosene delle paturnie agitate dalla sovrintendenza. Gli zelanti oppositori continuano a eccepire? Rileggano Marinetti. Che meraviglia, quegli enormi tramvai a due piani…
