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(Getty Images)
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Lo Sport non si fermi e vada avanti senza la Russia

Anche lo sport reagisce all'invasione russa in Ucraina. Molte le voci critiche, molti i gesti duri. Ma servirebbe un'indicazione unica, chiara, pesante contro Mosca

Qualcosa di simile a un boicottaggio, senza che la parola venga ancora evocata apertamente. Il mondo dello sport ha reagito all’invasione russa dell’Ucraina anche se manca il passo decisivo e definitivo: mettere la Russia fuori da tutto, almeno fino a quando le armi non abbiano cessato di tuonare e sia tornato lo spazio per diplomazia e politica.

Tempi di reazione che sono forma e anche sostanza come ha capito l’UEFA dopo giorni di tentennamenti intorno alla vicenda imbarazzante della finale della Champions League in calendario il prossimo 28 maggio a San Pietroburgo, la casa di Gazprom che di Putin rappresenta il braccio armato commerciale e della stessa UEFA un partner munifico da oltre 300 milioni di euro di sponsorizzazioni negli ultimi dieci anni. Era impossibile che Nyon non intervenisse resistendo alle pressioni di chi, governo britannico e Unione Europea in testa, dall’inizio della crisi chiedeva una presa di posizione forte. Via la finale da San Pietroburgo ma non ci si può fermare qui.Il mondo dello sport ha reagito con forza e immediatezza.

Per ora solo casi isolati e individuali: lo Schalke 04 che ha cancellato il nome Gazprom dalla propria maglia, rinunciando al suo sponsor principale. Il Barcellona che ha scelto di non far viaggiare la sua squadra di basket verso San Pietroburgo, dove era attesa per la sfida di Eurolega e si vedrà cosa accadrà per quella successiva a Mosca. Piano piano gli ingranaggi dello sport business si stanno fermando o, almeno, stanno isolando la Russia e reagendo come anticorpi davanti a un virus. Un’onda lunga destinata a ingrossarsi. C’è chi come Sebastian Vettel ha già annunciato di non voler prendere parte al Gran Premio di Sochi in programma a settembre, posizione condivisa anche da altri nel Circus. E c’è chi si è apertamente schierato contro l’idea di dover volare a Mosca e dintorni per giocarsi un pass di qualificazione al Mondiale di calcio come la Svezia, dopo che anche la Polonia ha espresso forti dubbi. Chi sarà il prossimo?

Lo sport negli anni Duemila è intrecciato con l’economia e ha perso parte della spinta ideale che lo ha caratterizzato lungo tutto il secolo scorso. Eppure rimane uno spazio in cui la simbologia ha un peso. L’immagine più bella degli ultimi Giochi di Pechino è stata certamente l’abbraccio convinto tra un atleta russo e uno ucraino, entrambi a medaglia, dopo la finale del Freestyle: ha fatto il giro del mondo anche quando i venti di guerra già soffiavano forti. La tregua olimpica ha retto, forse per caso più che per una reale volontà del presidente russo Putin di attendere lo spegnimento del braciere prima di dare il via all’invasione. In ogni caso allo sport, nelle drammatiche dell’avvitamento della crisi, si può chiedere di rispettare se stesso e il proprio ruolo senza alcun tentennamento.

Non significa fermarsi, scelta operata (spesso con colpevole ritardo) in altre occasioni. Significa dare un segno forte del rifiuto di quanto sta accadendo in Ucraina facendo una scelta di campo rapida e netta. Atleti e squadre russe non hanno responsabilità rispetto alle decisioni di chi governa a Mosca, però ne sono anche un formidabile strumento di propaganda. E’ già accaduto a Pechino nella storia della giovanissima pattinatrice Valieva, positiva al doping ma comunque sul ghiaccio in un gioco di cavilli, silenzi e norme che ha consentito ai russi di non estrometterla dalla corsa alle medaglie fino a che non ci ha pensato un suo crollo emotivo, togliendo anche il CIO dall’imbarazzo.

Quello che può e che deve fare lo sport adesso è affermare con forza il suo rifiuto della guerra, mettere fuori squadre e atlete russe e prima ancora impedire che ci possa essere anche solo l’idea che una partita, una gara, una qualsiasi competizione possa tenersi su territorio russo. In gioco c’è più dei milioni di contratti commerciali e sportivi: c’è il rispetto della propria storia e di un sentimento diffuso che sta già attraversando tutto il movimento. Non capirlo, o esitare troppo a comprenderlo, sarebbe un peccato mortale.

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