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Scioperi: se 1.485 in un anno vi sembrano pochi

Scioperi: se 1.485 in un anno vi sembrano pochi

Nel 2025 tante sono state le mobilitazioni proclamate e quasi mille revocate. Il 2026 si apre con decine di scioperi già fissati: tra disagi, proteste politiche e credibilità sindacale in crisi

C’è chi segna in agenda compleanni, anniversari e ponti festivi. E poi c’è chi, con altrettanta scrupolosità, pianifica gli scioperi. In Italia va così: il calendario non è completo se non costellato da astensioni dal lavoro, possibilmente annunciate con largo anticipo. Il 2026, da questo punto di vista, promette bene: a metà gennaio gli scioperi proclamati sono già 56. Non importa se poi lo stop si farà davvero o sarà revocato all’ultimo minuto. Conta fissarlo. Dare un segnale.

Un anno che promette disagi

Prendiamo il settore dei voli: il 31 gennaio, all’aeroporto di Verona una sfilza di sigle sindacali ha proclamato un’astensione di quattro ore; il 16 febbraio tocca ai lavoratori di Ita Airways, 24 ore fermi; il 7 marzo i dipendenti dell’Enav, l’ente che gestisce il traffico aereo civile, scioperano a Roma dalle 10 alle 18.

Nel nuovo anno il trasporto pubblico locale rimane terreno privilegiato di questo stato di mobilitazione permanente. Il 30 gennaio si fermano le autolinee Giamporcaro in Sicilia, il giorno prima ConeroBus nelle Marche, il 19 gennaio insieme i lavoratori dell’Eav in Campania e quelli della Sasa a Bolzano. Tre giorni prima, di nuovo Sicilia: Interbus a Enna, Etna Trasporti a Catania, Segesta Autolinee e Autoservizi Russo a Palermo. In contemporanea a Roma incrociano le braccia anche alcuni sindacati dei Vigili del Fuoco.

I numeri di un annus horribilis

Un mosaico di proteste che, pur non entrando nel merito delle singole recriminazioni, può far ben riconoscere il risultato, sempre lo stesso: servizi interrotti, disagi diffusi per la popolazione inerme, costi sociali certi. Questo è accaduto nel 2025, un annus horribilis con ben 1.485 mobilitazioni proclamate. Lo certifica la Commissione di Garanzia dello sciopero nei servizi pubblici essenziali, oggi presieduta da Paola Bellocchi.

A essere colpito, un arco vastissimo di attività. Trasporti: con ferrovie, aviazione e trasporto locale costantemente sotto pressione (626 scioperi proclamati nel 2025). Poi sanità (129), scuola (48), logistica e pubblica amministrazione (in entrambi i casi 156 mobilitazioni), giustizia (60), igiene ambientale (160), comunicazione (183). Interruzioni brevi alternate a blocchi di 24 ore, scioperi nazionali accanto ad agitazioni territoriali, confederazioni storiche affiancate da una miriade di sigle autonome, spesso in concorrenza tra loro ma accomunate da una convinzione di fondo: è l’unico strumento rimasto.

Dallo sciopero al rumore di fondo

Curiosando in questa sfilza di mobilitazioni troviamo di tutto. A incrociare le braccia per due volte (luglio e ottobre) sono stati, per dire, i lavoratori della distribuzione farmaceutica; per quattro volte quelli che lavorano negli istituti di credito, una volta proprio i dipendenti di Banca d’Italia. A luglio avrebbero dovuto scioperare gli iscritti alla Uil di Elilombardia, la società che si occupa di trasporto in elicottero. Tornando al luglio 2024 troviamo addirittura uno sciopero a Mantova del settore funerario.

Il calendario del Garante, dunque, è diventato una lettura obbligata per pendolari e imprese, una sorta di bollettino di guerra civile a bassa intensità. I numeri parlano chiaro: in media quattro scioperi proclamati al giorno, festivi inclusi. Uno ogni sei ore. Un ritmo che non solo paralizza servizi e attività economiche, ma finisce per logorare anche la credibilità stessa delle rivendicazioni sindacali, quando queste sono fondate.

Protesta economica o politica

Anche perché la maggior parte delle mobilitazioni, alla fine, non si realizza. Nel 2025 ben 964 scioperi sono stati revocati, spesso all’ultimo istante, altri accorpati, altri ancora cancellati dopo un accordo tra le parti. Un dato che alimenta il sospetto che lo sciopero sia utilizzato sempre più come leva tattica, se non come mezzo di pressione preventiva, piuttosto che come extrema ratio.

C’è poi un elemento nuovo che segna un salto di qualità. «Il 2025 ha trasformato lo sciopero da strumento di rivendicazione economica a veicolo di protesta politica», osserva il politologo Alessio Postiglione. Mobilitazioni contro le manovre di bilancio, contro le politiche del lavoro, contro le scelte di politica estera. «In più occasioni il conflitto sindacale si è saldato con le piazze, diventando un atto di contestazione generale contro il governo e, più in profondità, contro l’idea stessa di mediazione istituzionale».

Le manifestazioni per Gaza o a sostegno della Flotilla ne sono state l’esempio più evidente. Ed è un problema, questo, condiviso anche dalle associazioni di categoria. «I diritti sono una cosa importante, dunque guai a utilizzare lo sciopero per motivi che esulano la legittima tutela degli interessi dei lavoratori», spiega Cristian Camisa, presidente nazionale della Confederazione italiana della piccola e media industria.

Il costo sociale della conflittualità

Anche perché il prezzo di questa conflittualità permanente lo pagano soprattutto i cittadini. Pendolari costretti a reinventare quotidianamente gli spostamenti, famiglie bloccate nei giorni festivi, studenti penalizzati, lavoratori autonomi e piccoli imprenditori colpiti da una macchina che si inceppa con regolarità. «Ogni sciopero, anche quando legittimo, produce una somma di microdanni che, accumulandosi, incidono sulla fiducia collettiva e sulle casse pubbliche», spiega ancora Postiglione.

Ma non è tutto. I dati della commissione di Garanzia riguardano esclusivamente i servizi pubblici essenziali, quelli che garantiscono diritti costituzionali fondamentali come mobilità, salute, sicurezza, istruzione e comunicazione. Restano fuori ampie porzioni del mercato del lavoro, in particolare il settore privato, dove non esiste un obbligo generalizzato di comunicazione delle astensioni. «Quella che vediamo è solo la punta dell’iceberg. Una punta enorme, certo, ma pur sempre una punta».

Il problema è che, nonostante l’intensità del conflitto, poche vertenze si sono chiuse in modo strutturale. E il 2026 si apre con nuove proclamazioni, come se la miccia non fosse mai stata spenta. «L’impressione», conclude Postiglione, «è che l’Italia non stia attraversando una stagione di proteste, ma un cambio di paradigma: lo sciopero come normalità, non più come ultima risorsa». Una routine che rischia di svuotare lo strumento del suo significato originario, trasformandolo da forma di lotta a rumore di fondo permanente.

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