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Sigaretta elettronica, le norme non seguono la scienza

Nonostante diversi studi ne confermino la minore tossicità rispetto alle soluzioni tradizionali, varie autorità le trattano con sospetto, facendo crescere la diffidenza dei fumatori. L'intervista a Grant O'Connell di Imperial Brands

È come se scienza e norme stiano viaggiando a due velocità discordanti. Da una parte si infittiscono gli studi e le conferme che la sigaretta elettronica sia meno nociva rispetto a quella tradizionale, dall'altra questa alternativa continua a essere guardata con sospetto e sfiducia dai legislatori e dalle autorità sanitarie. Non ovunque, in verità: «Il panorama regolatorio sta cambiando in meglio in termini di sostegno alle soluzioni che riducono i danni da tabacco, sebbene non rapidamente come avremmo previsto alla luce delle evidenze scientifiche disponibili» ragiona con Panorama.it Grant O'Connell, Strategic Science & Policy Engagement Director di Imperial Brands, tra i principali produttori mondiali di sigarette elettroniche al mondo.

«Paesi come la Norvegia, la Nuova Zelanda e il Canada hanno tutte supportato il vaping tra i fumatori adulti» ricorda O'Connell. Mentre l'Inghilterra ha a più riprese ricordato, con posizioni ufficiali espresse dal suo servizio sanitario, che le sigarette elettroniche sono meno nocive del 95 per cento rispetto a quelle tradizionali. Succedeva già cinque anni fa e queste conclusioni sono state approfondite da riviste autorevoli come The Lancet. Negli anni successivi, altre ricerche hanno elevato quella soglia. Parlando, a volte, fino al 99 per cento di sostanze tossiche inferiori. Tali conclusioni sono state pubblicate da testate come il Journal of toxicology mechanisms and methods.

O'Connell, il vaping continua a incontrare molte diffidenze sulla sua strada. Da cosa dipende?

L'ostacolo principale al successo del vaping come sostituto delle sigarette classiche è legato al declino della fiducia dei fumatori adulti verso la sigaretta elettronica. Il che è dovuto, in ampia parte, ai titoli sensazionalistici dei media, alla disinformazione, alle evidenze scientifiche a essa contrarie e, nella nostra opinione, ingannevoli. Il tutto contribuisce a oscurare la storia positiva legata alla salute pubblica che il vaping ha da raccontare.

Ha delle prove di questa percezione sfavorevole del vaping o le sue sono solo sensazioni?

In sei Paesi del Vecchio Continente - la Germania, la Grecia, l'Ungheria, la Polonia, la Romania e la Spagna - negli anni, dopo varie direttive e politiche europee, la percezione è peggiorata. Uno studio ripreso dallo European Journal of Public Health pubblicato dalla Oxford University Press, ci dice che, nel 2016, il 58,5 del campione preso in esame riteneva il vaping ugualmente o più nocivo delle sigarette tradizionali. Nel 2018, tale considerazione si era radicata nel 61,8 per cento dei rispondenti. Statistiche del genere suggeriscono quanto siano cruciali e urgenti le sfide di una corretta comunicazione. E che debba essere anche l'industria a farsene carico.

Ci riassuma allora i risultati delle ricerche su myblu, la vostra sigaretta elettronica.

Li abbiamo di recente sottoposti anche alle autorità statunitensi. Dimostrano che l'aerosol emesso da myblu contiene, in media, livelli di sostanze tossiche sostanzialmente minori rispetto al fumo di sigaretta. Inoltre, fornisce al sangue quantità di nicotina che non superano quelli delle sigarette.

Che altro?

Gli adulti che sostituiscono parzialmente o completamente le sigarette tradizionali con myblu riducono la loro esposizione alle sostanze tossiche. Ciò avviene in misura maggiore se il passaggio alla sigaretta elettronica è definitivo. Di più: sono gli adulti a usarla maggiormente rispetto ai giovani e non ci sono prove che rappresenti una via d'accesso alla sigaretta tradizionale. Abbiamo in piedi un programma che eviti possa attrarre i minorenni e, in generale, riteniamo che il nostro prodotto sia in grado di svolgere un ruolo importante nella riduzione dei danni dal consumo di tabacco.

Vale anche per il fumo passivo?

Secondo la scienza corrente, il vaping non espone ad alcun rischio conosciuto chi sta nei dintorni dei suoi utilizzatori. Questa visione è supportata da vari istituti di salute pubblica britannici, a cominciare dal National Heath Service, fino al centro di ricerca nazionale per il cancro. Non a caso, l'Inghilterra consiglia ai datori di lavoro di adottare politiche in favore del vaping per agevolare la transizione verso questa forma di consumo. Il punto di partenza è proprio questo: al momento non ci sono prove di danni causati da chi respira il vapore delle sigarette elettroniche altrui. E a supporto del punto posso aggiungere che una ricerca da noi pubblicata ha mostrato come svapare in un luogo chiuso non rilasci nell'aria sostanze chimiche o tossine capaci di causare qualsiasi problema di qualità dell'aria per i presenti in una stanza.

grant-connell Grant O'Connell, Strategic Science & Policy Engagement Director di Imperial Brands

Ma le sigarette elettroniche sono davvero più efficaci nello spingere i fumatori a smettere?

Nonostante questi dispositivi non possano essere immessi sul mercato come dispositivi per smettere di fumare a meno che non ricevano specifiche licenze mediche, sappiamo da controlli clinici, studi e dati sulla popolazione, che hanno un elevato successo nel favorire l'abbandono del fumo.

Anche su questo punto, può farci qualche esempio?

Uno studio finanziato da Cancer Research UK ha trovato un collegamento positivo tra il numero di persone che ricorrono al vaping e quante smettono di fumare. Parliamo, in media, di oltre 50 mila persone all'anno. Solo nel 2017, fino a 69.930 fumatori che avrebbero altrimenti continuato a farlo, hanno abbandonato questa abitudine. Per citare il commento del professor Peter Hajek della Queen Mary University of London, «questo studio rappresenta un contributo all'evidenza che le e-cigarette stanno aiutando i fumatori a smettere. Mentre continua la transizione dal fumo al vaping, i benefici per la salute pubblica sono, probabilmente, sostanziali».

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