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ANSA/ ETTORE FERRARI
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Pensioni: la responsabilità politica della Consulta

Passo ineccepibile o irresponsabile? Riflessione sui diritti tutelati e su quelli calpestati dopo la sentenza sul rimborso delle mancate indicizzazioni

Questa vicenda delle pensioni rimborsate soltanto in parte e della Corte Costituzionale che spaccandosi in 6 giudici contro 6 (come risulta da tutte le indiscrezioni) mette nei guai il governo, è davvero lo specchio di un Paese che fatica a liberarsi dalle catene dei poteri forti, dei privilegi e delle lobby.

La sentenza che boccia il blocco delle indicizzazioni per le pensioni “alte” deciso dal governo Monti, clamorosa, dalle conseguenze madornali, costringe l’esecutivo a rivedere la politica della previdenza e le misure per la tenuta dei conti pubblici. Ha ragione il ministro dell’Economia Padoan a sottolineare che in caso di rimborso totale e immediato a tutti i pensionati, sforeremmo qualsiasi tetto e incapperemmo nella procedura d’infrazione in Europa. Di più, l’Italia sprofonderebbe in uno scontro generazionale finora latente, incredibilmente non esploso ma esplosivo. La più alta magistratura dello Stato, la Consulta, si è così assunta una responsabilità formidabile, compiendo un passo ineccepibile ma secondo qualcuno “irresponsabile”.


Rimborso delle pensioni: il piano di Renzi in due mosse


Il giudice emerito della Consulta Sabino Cassese, che per 9 anni è stato giudice costituzionale, ha detto con chiarezza che quella decisione non era affatto inevitabile né scontata, e che la Corte, secondo l’art. 81 della Carta, ha l’obbligo di valutare gli effetti delle proprie decisioni sui conti pubblici. Questo significa che la sentenza, così controversa stando ai retroscena del conflitto interno, è stata molto più che una decisione in punta di diritto. È stata una scelta “politica”, come altre in un recente passato. Come quella, per esempio, che ha bocciato il tetto agli stipendi dei magistrati (bocciatura che poneva i membri della Corte in una condizione oggettiva di conflitto d’interessi). Non solo.

La tutela dei diritti fondamentali, dei diritti acquisiti di una platea vasta di pensionati che comprende i baby-pensionati d’oro, determina, se applicata alla lettera, la necessità di calpestare altri diritti fondamentali che si cercava di tutelare attraverso il presunto “tesoretto”: i diritti degli esodati, dei disoccupati ultracinquantenni, dei giovani che pagano con i loro versamenti gli assegni ai pensionati di oggi, ma che non vedranno mai un assegno proporzionalmente equo per sé a fine carriera.

Gravissima, quindi, la decisione della Consulta, perché sorda al tema di una diseguaglianza e ingiustizia inter-generazionale che va assolutamente colmata. E gravissima pure con riguardo alla collaborazione tra istituzioni dello Stato nell’interesse del Paese. Detto questo, il premier Matteo Renzi dovrebbe resistere alla tentazione di presentare una restituzione comunque parziale, e che non obbedisce pienamente al dettato della Corte, come un bonus, un gettone, a quasi quattro milioni di italiani. Primo, perché restano fuori circa 650mila pensionati con oltre 3mila euro mensili. Secondo, perché il problema si riproporrà nei prossimi anni considerando i limiti all’aumento già ridisegnati da Padoan in risposta alla sentenza.

Sordità da un lato, demagogia dall’altro. Insomma, la Corte boccia il governo sulle pensioni e il governo fa la gimkana per venire incontro all’imposizione (solo in parte). Emergono due problemi: l’interferenza della magistratura nel governo del Paese, e la resistenza delle lobby alla necessità di ristabilire un principio di equità (tra giovani e anziani). Gli stessi problemi che ingessano l’Italia da almeno vent’anni.

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