Il Pentagono è pronto a ordinare 30.000 droni d’attacco entro breve tempo dichiarando quali sono le prime aziende vincitrici dell’iniziativa Drone Dominance, il programma di armamento deciso per colmare il divario con nazioni che, disponendo di questi ordigni, in battaglia hanno ottenuto risultati contenendo le spese. Nelle ultime due settimane, piattaforme senza pilota di 25 aziende di droni hanno affrontato le prove dinamiche con le quali gli operatori militari statunitensi hanno sottoposto i droni d’attacco unidirezionali in una serie di test di prontezza al combattimento presso il poligono di Fort Benning, in Georgia, e ci si attende quindi di conoscere il nome degli stabilimenti che riceveranno un maxi ordine per tre decine di migliaia di piccoli droni d’attacco spendibili che dovranno essere consegnati alle unità militari nei prossimi cinque mesi. I test hanno coinvolto circa 100 militari, in gran parte provenienti dall’Esercito, dal Corpo dei Marines o dalla comunità delle operazioni speciali, che hanno valutato i droni in situazioni di combattimento simulate, come l’invio di un drone a dieci chilometri per colpire un bersaglio specifico.
Fondamentale la facilità d’uso: agli operatori sono state fornite soltanto due ore di addestramento per ogni sistema aereo a pilotaggio remoto prima di cominciare le operazioni. Al termine dell’esercitazione, a questi militari è stato chiesto di valutarli singolarmente secondo vari parametri, dalla facilità d’uso all’efficacia. A oggi il Pentagono prevede di spendere circa 5.000 dollari per drone nella prima fase del programma, che per 30.000 unità corrisponde a una cifra di 150 milioni di dollari. Tuttavia, la speranza della Difesa Usa è quella di ridurre i prezzi a 2.000 dollari per unità nel corso della durata del progetto sfruttando l’economia di scala e la produzione massiccia. Una volta conclusa questa gara, in agosto sarà la volta dei sistemi antidrone e delle relative contromisure, sperimentando soluzioni che garantiscano la navigazione di questi ordigni anche in mancanza di segnale Gps, di comunicazioni e con ambiente nel quale sia in corso guerra elettronica. L’iniziativa Drone Dominance fa seguito a un promemoria del luglio 2025 del Segretario alla Difesa Pete Hegseth che chiedeva che ogni squadra dell’esercito fosse dotata di piccoli droni d’attacco unidirezionali entro la fine del 2026 e il mese scorso il Pentagono aveva annunciato l’organizzazione di queste esercitazioni dimostrative.
Non tutto è filato liscio dal punto di vista politico: mentre i conservatori si erano espressi a favore del programma, i senatori democratici Jeanne Shaheen (New Hampshire), e Richard Blumenthal (Connecticut), hanno criticato il Pentagono per non aver interagito più direttamente con i produttori di droni ucraini, che comunque hanno potuto partecipare alla gara. Certamente i militari di Kiev sono tra quelli che oggi hanno potuto maturare grande esperienza con la tecnologia dei piccoli droni d’attacco, ovvero quelli che terminano la loro missione divenendo proiettili che esplodono contro i bersagli. Intanto però il conflitto in Medio Oriente sta richiedendo l’uso costante di sistemi di difesa aerea e di batterie di missili intercettori tanto che gli usa ne avrebbero trasferite alcune nel Golfo prelevandole dalla disponibilità delle basi statunitensi della Corea del Sud e imbarcandone le componenti su grandi aeroplani cargo come i C-5 e i C-17. Non sarebbe la prima volta, accadde anche lo scorso anno prima degli attacchi Usa contro i siti nucleari iraniani, ma dopo tale campagna i lanciatori e i missili Patriot furono riposizionati nel territorio di Seoul. In particolare, le attuali operazioni contro l’Iran stanno mettendo in evidenza che i militari della Repubblica Islamica sono ancora in grado di colpire le postazioni radar posizionate nei Paesi del Golfo, ovvero di infliggere gravi danni a sistemi preziosi e molto costosi come le postazioni dei missili Thaad (Terminal High Altitude Area Defense) e i lanciatori Atacms, ovvero i sistemi missilistici tattici.
