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Renzi chiede flessibilità a un'Europa che non lo ascolterà

Per ora il premier sembra avere un solo estimatore: Martin Schulz, presidente dell'Europarlamento. Ma sono le economie del Nord Europa a comandare

Poco importa che Matteo Renzi abbia torto o ragione nel reclamare una coraggiosa applicazione delle misure che incentivano la flessibilità. Quel che importa è se potrà mai contare su un’alleanza in grado di sostenere la sua battaglia contro la filosofia del rigore prevalente nella Commissione, nel Consiglio e nel Parlamento europei.

Matteo sembra avere, al momento, un solo pubblico estimatore: il presidente dell’Europarlamento, Martin Schulz.

Nei loro incontri, Renzi e Schulz parlano lo stesso linguaggio di una Europa aperta alla crescita e agli investimenti. Il tedesco, in realtà, esprime una posizione minoritaria nel suo paese, come Renzi esprime una posizione largamente minoritaria in Europa.

Schulz sostiene Renzi: in Europa serve crescita non rigore


Ma questi due svantaggi, in pubblico, diventano una forza solo apparente, limitata dai confini politici della famiglia socialista e colorita da dichiarazioni di principio e forme retoriche che si scontrano sempre con la durezza degli atti concreti, sia nel Parlamento, sia soprattutto nella Commissione e nel Consiglio.

Due pesi, due misure
Renzi rivendica fino alla noia di essere il leader del partito nazionale che ha ottenuto in patria il maggior consenso elettorale: il Pd del 41 per cento. E, certo, questo successo, ormai datato, ha spinto sulla poltrona di capo del gruppo socialista (quello che ha poi “espresso” Schulz alla presidenza) un italiano: Gianni Pittella.

Paradossalmente, Schulz occupava la posizione attuale di Pittella quando un altro presidente del Consiglio italiano assunse la presidenza di turno del Consiglio europeo e inaugurò la sua campagna per la crescita e la flessibilità, contro l’euro-burocrazia. Quella campagna, all’epoca, non era politicamente condivisibile per Schulz, perché a farla era il “nemico pubblico numero 1” della sinistra continentale: Berlusconi. Adesso Schulz non manca occasione di elogiare Renzi e i suoi “strappi”.

I rapporti di forza reali
Ma l’alleanza con Schulz, molto di facciata, non incide nei rapporti di forza reali all’interno dell’Unione.
Il premier italiano è più isolato di quanto non fosse Berlusconi nelle sue “invettive” contro Bruxelles.

Basti dire che all’epoca la Gran Bretagna di Blair era pienamente inserita nel gioco europeo. Blair stesso, laburista, non aveva in seno il pungolo estremo di un anti-europeismo potente e fautore della Brexit (l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione tramite referendum) come oggi il conservatore Cameron.

Berlusconi riuscì a bruciare, facendo asse con Blair e i neo-entrati Paesi dell’Europa orientale (Polonia in testa) il candidato dell’asse franco-tedesco alla presidenza della Commissione, il belga Guy Verhofstadt, che tutti davano per già insediato Al suo posto andò il candidato di rottura proposto da Berlusconi-Blair, il portoghese Barroso. Berlusconi e Blair potevano contare sull’asse transatlantico con gli Stati Uniti di George W. Bush.

Eppure, anche allora Berlusconi non riuscì a scalfire il blocco duro dell’Europa continentale rigorista-teutonica. La “strana coppia” Renzi-Schulz ha una sola investitura reale, quella della comune famiglia socialista in un’Europa nella quale la maggioranza resta però di centro destra, popolare.

La spinta, alle loro spalle, degli interessi nazionali e dei rapporti di forza reali delle economie nordiche rispetto a quelle più deboli, riduce le pubbliche dimostrazioni di reciproco affetto tra Martin e Matteo a estemporanei siparietti romantici.

Renzi-Schulz: l'incontro a Roma

ANSA/ CHIGI PALACE PRESS OFFICE/ TIBERIO BARCHIELLI
Il premier italiano Matteo Renzi con il Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz a Palazzo Chigi a Roma - 12 febbraio 2016
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