Ecco perché lo tsunami finanziario alla fine non si è verificato
Mario Draghi (Ansa)
Ecco perché lo tsunami finanziario alla fine non si è verificato
Politica

Ecco perché lo tsunami finanziario alla fine non si è verificato

L’economista Gianclaudio Torlizzi spiega a Panorama.it perché i mercati sono ottimisti sul futuro dell’Italia sempre che il nostro Paese persegua politiche economiche di alto livello

«È pregiudiziale e scontato pensare che ci saranno forti scossoni finanziari. Se l’Italia mostrerà di essere in grado di formare un Governo credibile dovrà sì gestire delle problematiche economiche, ma si tratta di problematiche che sono comuni a tutti i paesi dell’Unione europea».

La pensa così Gianclaudio Torlizzi, economista fondatore della società di consulenza finanziaria T-Commodity che a Panorama.it spiega perché il tanto paventato tsunami finanziario alla fine non si è verificato, o per lo meno: non ancora.

«Al momento – spiega Torlizzi - i mercati non intravedono un rischio Italia perché non sono bastate le dimissioni di una figura intaccabile come Mario Draghi a far sì che gli investitori cambiassero la view che avevano e hanno nei confronti del sistema Italia, soprattutto perché dai sondaggi si profila lo scenario di una maggioranza fondamentalmente stabile e questo potrebbe piacere ai mercati. L’unico elemento di incertezza riguarda il tipo di politica economica che verrà adottata dal nuovo Governo. Molte banche d’affari sono in una situazione d’attesa perché devono capire se questo nuovo Governo si scontrerà o meno con l’Europa sul fronte delle regole».

Cosa dovrebbe fare il nuovo esecutivo per evitare che i mercati perdano fiducia nell’Italia?

«Per far sì che lo scenario di disastro finanziario non si concretizzi sarà fondamentale la scelta del prossimo Ministro delle Finanze e soprattutto la scelta del tipo di programma economico che verrà implementato. Se sarà un programma che aderirà alla cornice delle regole europee non ci sarà un rischio specifico per l’Italia visto che in questo momento a soffrire tanto sono un po’ tutti i paesi dell’UE. Qui il punto non è tanto l’Italia, ma il modello economico europeo che è saltato in soli 4 mesi; un modello economico che era basato su gas a basso costo dalla Russia e una forte interdipendenza economica con la Cina e che è evaporato. Ora soprattutto Germania e Italia ne pagano le conseguenze».

Che peso ha il pacchetto del Recovery Fund sul futuro del Paese?

«L’Italia dovrà essere astuta nel rilanciare le carte nei confronti dell’Unione Europea. Deve diventare quel Paese che spinge Bruxelles a raddoppiare la dotazione del Recovery Fund e alimentare quelle politiche economiche che oggi sono necessarie per dare sviluppo all’intera area nei prossimi anni. Nel momento in cui vengono meno quei fattori sistemici di cui si diceva (gas a basso costo e interconnessione con la Cina) l’Europa dovrà aderire a dei modelli economici che privilegino maggiormente sia la rindustrializzazione sia i consumi interni, quindi l’opposto di quanto perseguito in questi ultimi 20 anni da Bruxelles su indicazione di Berlino. Il nuovo Governo italiano potrebbe avere delle chance importanti per fungere da coordinatore e da stimolo affinché vengano riviste le regole europee».

«Siamo in un contesto differente da 10 anni fa quando erano l’Italia e il gruppo dei paesi del sud Europa a ritrovarsi in una situazione di deficit della bilancia dei pagamenti. Allora il deficit venne risolto con delle politiche di compressione della domanda interna di cui Mario Monti è stato l’artefice. Oggi ci troviamo in una situazione in cui la Germania per prima è in una situazione di vulnerabilità. Quindi il gioco dell’Italia è quello di cercare di concentrare le attenzioni del mercato a livello europeo. Sarebbe un’azione molto astuta da parte del nuovo governo italiano non offrire all’Europa dei timori sulla sostenibilità dei conti con la fretta di procedere subito con una politica molto espansiva. Le politiche espansive – in termini di investimenti e sostegno dei consumi - sono necessarie, ma bisogna arrivarci attraverso l’Europa. Sbagliamo secondo me se pensiamo di poterlo fare da soli. Lo dobbiamo fare costringendo l’Europa a muoversi nell’interesse di tutti gli Stati. L’Italia deve far sì che Bruxelles aumenti fortemente la dotazione del Recovery Fund. In quella maniera si rimarrà credibili con i mercati».

Ma non c’è il rischio che aumentando la dotazione del Recovery Fund l’Italia si trovi ancora più indebitata di quanto non sia oggi con l’Europa?

«L’indebitamento in questa fase – se si vogliono portare avanti delle politiche espansive – è necessario. Ma il mercato di per sé non è spaventato da un ulteriore indebitamento. L’importante è che le politiche che vengono fatte abbiano poi effetti moltiplicatori che generano ricchezza e che quindi pongano le basi per uno sviluppo. Il mercato per default non vede una politica monetaria espansiva come negativa».

Come si valuta lo stato di salute economica di un Paese?

«A livello macroeconomico si valuta in base alla bilancia dei pagamenti cioè la differenza tra i soldi che entrano e che escono. Molti paesi europei hanno assistito a una forte riduzione del surplus della bilancia dei pagamenti fino ad arrivare a casi limite come la Germania che per la prima volta dal 1991 ha la bilancia commerciale in passivo».

Anche in Italia il surplus della bilancia dei pagamenti è in negativo.

«Sì è una cosa comune a tutti i paesi europei, in particolare Germania e Italia che sono le nazioni più dipendenti dal gas russo».

Che rapporto esiste tra Btp a 7 anni e debito pubblico nazionale?

«Noi abbiamo una durata media del nostro debito di 7 anni. I Governi che si sono succeduti in questi ultimi anni non hanno sfruttato il Quatitative Easing della Bce per allungare la durata del nostro debito – a differenza per esempio di quanto ha fatto la Germania. Noi tendenzialmente abbiamo come scadenza media 7 anni perché è una cartina al tornasole delle dinamiche sul nostro debito e quindi allo stato dei fatti non ci sono le condizioni per pensare a uno tsunami finanziario anche se resta l’incognita del gas russo».

A proposito di gas russo, che scenario si palesa per il prossimo autunno?

«Al momento lo scenario resta fosco e molto dipendente dal meteo. Nei prossimi due anni dovremo sperare che non faccia né troppo caldo d’estate né troppo freddo d’inverno. Il fatto che si provenga da anni di sottoinvestimenti nel settore del gas fa sì che l’offerta sia fortemente tesa. Nel momento in cui aumenta la richiesta di gas non russo l’offerta sarà sempre più limitata e si potrebbe scatenare una concorrenza globale su quel poco di gas che c’è. Questo dipende anche da politiche climatiche che hanno disincentivato le aziende energetiche nell’implementare investimenti in capacità produttiva e quindi oggi l’Europa si trova in una situazione di estrema difficoltà che si è autoalimentata. Il problema è che voler perseguire già un difficile affrancamento dal gas russo mantenendo in piedi le politiche climatiche così come sono state concepite a Bruxelles – cioè in maniera fallimentare – è impossibile».

In che termini le politiche climatiche di Bruxelles vanno ritenute fallimentari?

«Si tratta di politiche climatiche che escludono il fossile e privilegiano solo le rinnovabili a differenza di paesi più concreti e pragmatici come America e Cina che trattano sia fossile sia rinnovabili. Questo duplice obiettivo è irrealistico e crea ulteriori tensioni sul mercato del gas e su quello del carbone perché nel momento in cui non c’è gas si torna a utilizzare il carbone e quindi si ha un risultato in termini climatici ancora peggiore di quello che si pensava all’inizio».

Gli attuali rincari come si andranno a ripercuotere nel breve termine sulla catena produttiva sia a livello industriale sia a livello di costi per le famiglie?

«Come produzione già a luglio abbiamo i settori più energivori che stanno anticipando chiusure previste ad agosto quindi quest’estate avremmo probabilmente i sistemi produttivi chiusi per una durata superiore a quella degli anni precedenti e questo avrà un impatto sia sulla produzione industriale sia sull’occupazione. Rischiamo, al ritorno dalle ferie, di trovarci in sua situazione pesante da un punto di vista anche sociale. Per le famiglie la bolletta non potrà che salire».

Il tema energia, dunque, dovrà essere tra le priorità del nuovo esecutivo?

«Il Governo dovrà adottare un piano di razionamento dei consumi fatto con criterio e che quindi abbia una sua logica e che venga deciso in maniera chiara chi privilegiare, perché, e in che maniera. Ormai il tema non è più se razionare o no l’energia, ma come farlo».

I più letti