trattato quirinale italia francia
Sergio Mattarella accoglie Emmanuel Macron al Quirinale il 25 novembre 2021 (Getty Images).
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Politica

Le incognite del Trattato del Quirinale

L'intesa è stata siglata oggi da Mario Draghi ed Emmanuel Macron. Si tratta tuttavia di un documento molto generico. La sostanza dell'accordo potrebbe essere contenuta negli allegati non ancora diffusi.

Mistero svelato? Fino a un certo punto. Il trattato del Quirinale è stato siglato oggi a Roma e presentato formalmente in una conferenza stampa congiunta tra il premier italiano, Mario Draghi, e il presidente francese, Emmanuel Macron. Come è noto, la preparazione di questo documento è stata caratterizzata da un alto (e francamente insolito) livello di segretezza. Una segretezza che, al momento, soltanto in parte è stata rimossa, visto che – secondo quanto risulta a Panorama.it – vi sarebbero degli allegati non ancora diffusi. Ma andiamo con ordine.

Il documento reso pubblico nella mattinata di oggi si contraddistingue per un elevato grado di genericità. Un fattore, questo, che lascia intendere come la sostanza effettiva del trattato possa in realtà celarsi proprio all'interno dei suddetti allegati, che sarà quindi interessante analizzare quando risulteranno disponibili. In generale, l'intesa prevede un rafforzamento della cooperazione tra Italia e Francia in vari settori: dalla politica estera, alla difesa, passando per commercio, immigrazione e scambi culturali. Tutto questo però, come detto, resta particolarmente generico nel documento al momento diffuso. Eppure, se si guarda con attenzione, alcuni aspetti rilevanti sono comunque da sottolineare.

Nel capitolo dedicato alla politica estera si legge: «Riconoscendo che il Mediterraneo è il loro ambiente comune, le parti sviluppano sinergie e rafforzano il coordinamento su tutte le questioni che influiscono sulla sicurezza, sullo sviluppo socio-economico, sull'integrazione, sulla pace e sulla tutela dei diritti umani nella regione, e sul contrasto dello sfruttamento della migrazione irregolare». Una genericità, se vogliamo, un po' problematica, visto che proprio il Mediterraneo rappresenta da sempre uno dei dossier di maggiore divergenza tra Italia e Francia.

Basti pensare alle mosse di Parigi in Libia: mosse che (dallo sciagurato intervento militare del 2011 al più recente sostegno al generale Khalifa Haftar) si sono assai spesso rivelate in contraddizione con gli interessi italiani. Come funzionerà in concreto il trattato su un dossier spinoso come quello libico? Non è al momento dato saperlo. Anzi, la Libia non viene proprio citata nel documento, differentemente da altre aree che stanno notoriamente a cuore soprattutto alla Francia (come il Sahel).

Ulteriore aspetto rilevante risiede nel capitolo dedicato a sicurezza e difesa. Nonostante il documento faccia esplicito riferimento alla Nato, si legge «le parti s'impegnano altresì a rafforzare la cooperazione tra le rispettive industrie di difesa e di sicurezza, promuovendo delle alleanze strutturali. In particolare, esse facilitano l'attuazione di progetti comuni, bilaterali o plurilaterali, in connessione con la costituzione di partnership industriali in specifici settori militari, nonché dei progetti congiunti nell'ambito della cooperazione strutturata permanente (Pesco), con il sostegno del fondo europeo per la difesa». Anche qui la fumosità non è poca.

Va comunque sottolineato che, da quanto si evince, Parigi punti molto sulla difesa europea e, come se non bastasse, il concetto di «autonomia strategica europea» viene citato per ben cinque volte nel documento. Non è del resto un mistero che autonomia strategia e difesa europea rappresentino un pallino del presidente francese. Il problema è che si tratta di elementi controversi, che rischiano di creare fibrillazione nei rapporti transatlantici.

La Nato ha più volte messo in guardia da eventuali fughe in avanti, mentre Washington guarda con estremo disappunto a un potenziale esercito europeo. Il rischio quindi è che questo trattato possa allontanare l'Italia dagli Stati Uniti. Da questo punto di vista, va ricordato che il garante dell'intesa sia sempre stato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che – nel corso del suo settennato – ha costantemente puntato al consolidamento dei rapporti tra Roma e Parigi. Un fattore, questo, che potrebbe adesso creare dei problemi alla linea atlantista di Draghi.

L'aspetto però forse maggiormente problematico è contenuto nelle disposizioni finali. «Il trattato» vi si legge, «ha durata indeterminata, fatta salva la facoltà di ciascuna parte di denunciarlo con un preavviso di almeno dodici mesi per via diplomatica. In questo caso, il trattato cessa di essere in vigore al compimento di sei mesi dopo la data di ricezione della denuncia. Tale denuncia non mette in causa i diritti e gli obblighi delle parti derivanti dai progetti avviati nel quadro del presente trattato». In altre parole, sembrerebbe proprio che, nonostante la possibilità di recedere dall'accordo, i progetti inaugurati nel contesto dell'intesa saranno irreversibili. Sarà quindi necessario monitorare attentamente quali iniziative verranno avviate nei prossimi mesi.

L'aspetto positivo del rilancio di una cooperazione tra Roma e Parigi risiede indubbiamente nella volontà di creare un fronte comune contro le politiche del rigore, auspicate da Berlino: tanto più che il prossimo ministro delle Finanze tedesco sarà il liberale Christian Lindner (un falco non particolarmente incline a fare gli interessi del nostro Paese). In quest'ottica, ha senz'altro un senso giocare di sponda con la Francia, per cercare di disarticolare l'asse carolingio. L'incognita risiede tuttavia nella modalità con cui il rilancio della cooperazione viene condotto: anche perché, al di là delle questioni strutturali, non va trascurato che Macron sia adesso in campagna elettorale. Ragion per cui le sue esigenze politiche dopo una eventuale (e al momento probabile) riconferma all'Eliseo potrebbero mutare. L'eccessiva genericità del documento deve indurre quindi a significativa cautela.

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