Politica

La riforma delle intercettazioni non piace al governo gialloverde

È stata bloccata. Meglio proseguire (come è successo dal Rubygate in poi) con i metodi dello sputtanamento, dietro l’alibi "libera stampa in libero Stato"

Alfonso Bonafede

Annalisa Chirico

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Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha chiarito, urbi et orbi, che la riforma delle intercettazioni, voluta dal predecessore, non si farà. Le priorità del governo gialloverde, almeno a sfogliare le pagine del contratto di governo, sono diverse, e contemplano, in particolare, aumenti di pena indiscriminati per un’ampia gamma di reati, dietrofront su depenalizzazioni e norme che, a vario titolo, hanno avuto un effetto deflattivo sul carico degli arretrati, introduzione di agenti provocatori per moralizzare il popolo.

Tira aria di "fumus inquisitionis", conviene prenderne atto. Il decreto intercettazioni, che l’ex Guardasigilli Andrea Orlando ha tentato invano di appuntarsi al petto, non era la migliore riforma possibile. E non è un caso che sia stata osteggiata da un’insolita alleanza di magistrati e avvocati, tutti sul piede di guerra contro le innovazioni annunciate. Anche da queste parti non abbiamo mancato di evidenziarne limiti e rischi legati, prima di tutto, alla compressione del diritto di difesa e all’accresciuta discrezionalità della polizia giudiziaria. Che le comunicazioni ritenute irrilevanti da un agente della pg finiscano in un archivio riservato, sotto la custodia del pm, che i difensori possono soltanto sfogliare o ascoltare, senza estrarre copia, non è un’ipotesi rassicurante.

L'ordalia di indiscrezioni del Rubygate

Anche se pare trascorso un secolo, gli echi del pornoprocesso Rubygate risuonano ancora tra le pagine nere della recente cronaca giudiziaria. Per mesi siamo stati letteralmente bombardati da un’ordalia di indiscrezioni e spifferi, sapientemente filtrati dalle carte giudiziarie di un rito talebano che, come prevedibile, si è concluso con l’assoluzione dell’imputato, Silvio Berlusconi.

Intanto la reputazione di decine di ragazze, convenute in qualità di testimoni, è stata sbrindellata, particolari pruriginosi della vita intima e dei gusti sessuali di molti, ignari, convitati alle famigerate cene priapesche (che non erano altro che convivi privati) sono stati serviti al pubblico su un piatto d’argento. Alcuni giornali hanno guadagnato in copie, qualche conduttore tv in visibilità, tutti abbiamo perso in civiltà.

La pazza gestione delle inchieste Tempa rossa e Cpl Concordia

Nella Repubblica fondata sull’origliamento l’ingorgo mediatico-giudiziario non fa differenza tra destra e sinistra. Pensate all’ex premier Matteo Renzi che, da Palazzo Chigi, ha dovuto affrontare la pazza gestione di almeno tre inchieste: Tempa rossa, Cpl Concordia e Consip. Com’è noto, nel primo caso un ministro della Repubblica, Federica Guidi, fu invitato a lasciare il governo, senza tanti convenevoli, per via delle conversazioni con il compagno di allora, intercettate dai pm e pubblicate dalle solite testate esperte in spargimenti di fango. In pochi giorni la titolare dello Sviluppo economico diventa la "sguattera del Guatemala", il dilemma sulle abitudini delle massaie italiane occupa persino i palinsesti dei contenitori tv del pomeriggio, è un’orgia di pettegolezzi e insinuazioni, al punto che Guidi, neanche indagata, è costretta al passo indietro. I principali protagonisti di quell’inchiesta sono stati archiviati, e il ministro Bonafede, per dimostrare di aver appreso la lezione, ha nominato a capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, il pm che coordinava l’inchiesta a Potenza.

Nel caso della cooperativa modenese Cpl Concordia, che si è chiuso recentemente con una sfilza di assoluzioni perché il fatto non sussiste, vengono date in pasto alla stampa le conversazioni telefoniche, penalmente irrilevanti, tra l’allora segretario Pd Renzi e il generale della Guardia di finanza Michele Adinolfi. Nel gennaio 2014 Renzi, insediatosi da poco al Nazareno, confida al militare un giudizio poco lusinghiero sul premier Enrico Letta: "Lui non è cattivo, non è proprio capace. E quindi l’alternativa è governarlo da fuori". Non c’è ombra di reati ma il commento è fonte di imbarazzi e polemiche.

La macchina del fango del Consipgate 

Micidiale è la macchina del fango nel Consipgate (che a piazzale Clodio naviga, con lentezza pachidermica, verso la chiusura delle indagini dopo l’estate). Le fuoriuscite giornalistiche nell’inchiesta sulla centrale acquisti della pubblica amministrazione sono all’ordine del giorno, qualche giornalista esperto in Fanghi Quotidiani ne ha già ricavato dei libri. Ma quello che ho ritenuto più inaccettabile in un’inchiesta finita a sua volta sotto inchiesta, è stata la pubblicazione di uno scambio privatissimo, e doloroso, risalente a marzo 2017. Come da copione, non vi è nulla di penalmente rilevante, ma leggere le parole di un figlio che, per un istante, dubita del padre, l’ho trovata una violazione dell’intimità degli affetti.
Avete capito che la Repubblica fondata sull’origliamento offre un vasto repertorio di esempi più o meno eclatanti. Poi, per carità, qualche carabiniere neoassessore in giunte campane chiede pubblicamente scusa per gli errori commessi, ma il danno ormai è fatto.

Ogni volta che si accenna a un tentativo di riforma, la levata di scudi è immediata, l’alibi identico: libera stampa in libero Stato. Come se lo sputtanamento fosse un esercizio lecito e non un intollerabile sopruso. I giornalisti hanno le loro colpe, e i politici non sono da meno. Se non si fissano le regole per chiudere i rubinetti, il fango seguita a scorrere. E, presto o tardi, il conto arriva per tutti. La ruota gira.

(Articolo pubblicato sul n° 35 di Panorama, in edicola dal 16 agosto 2018, con il titolo "Lezioni di fango")

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