S'affaccia un nuovo Macron: meno socialismo e stop al multiculturalismo
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S'affaccia un nuovo Macron: meno socialismo e stop al multiculturalismo
Politica

S'affaccia un nuovo Macron: meno socialismo e stop al multiculturalismo

Occhio alla trasformazione del primo presidente, progressista e più spostato a sinistra, in un leader più maturo, espressione di un nuovo conservatorismo sociale, moderatamente nazionalista, pragmaticamente realista.

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In una lunga intervista in esclusiva con la rivista Le Grand Continent, pubblicata questa mattina e ripresa in Italia dal Corriere della Sera, il Presidente francese Emmanuel Macron ha disegnato una visione politica di respiro internazionale che tiene insieme gollismo e sovranismo, ma senza rinunciare alla sua originaria vocazione europeista e neo-illuminista.

Il Presidente reclama un'Europa forte e politica, in cui la Francia può giocare un ruolo da protagonista. Il capo dell'Eliseo, infatti, non scinde nazione ed Unione Europea, i due destini si tengono, e la seconda può aiutare a rafforzare il perseguimento degli obiettivi politici della prima. E' la teoria macroniana del sovranismo europeo, in cui gli Stati-nazione restano la base dell'aggregato istituzionale di Bruxelles ma dove l'Unione Europea diviene il terzo attore internazionale del pianeta, impero neo-carolingio tra Cina e Stati Uniti. «Penso addirittura che questo sia l'unico modo per imporre i nostri valori, la nostra voce comune, per evitare il duopolio sino-americano, la dislocazione e il ritorno di potenze regionali ostili», asserisce Macron, anche se riconosce che l'idea di una sovranità europea è per ora un termine eccessivo «perché se ci fosse una sovranità europea, ci sarebbe un potere politico europeo pienamente consolidato». Il leader di En Marche invoca un nuovo «Consenso di Parigi» per superare il vecchio paradigma economico neo-liberale disegnato da Washington, il cosiddetto Washington Consensus per l'appunto, che «ha permesso a centinaia di milioni di abitanti del mondo di fuggire dalla povertà, aprendo le nostre economie sulla base della teoria dei vantaggi comparati, e molti Paesi poveri ne hanno beneficiato. Ma oggi la vediamo in modo diverso». Di fronte al lettore si para un Macron revisionista secondo cui l'economia di mercato finanziarizzata va ripensata perché «ha delocalizzato in modo massiccio, perché ha costretto in una sensazione di inutilità parte della nostra popolazione, con profondi drammi economici, sociali ma anche psicologici».. Le classi medie in particolare, e parte degli strati più deboli della popolazione, «sono state la variabile di aggiustamento della globalizzazione; e questo è inaccettabile. È insostenibile, e l'abbiamo indubbiamente sottovalutato». A Parigi sembra prepararsi, dunque, un ritorno dello Stato non soltanto come erogatore di sussidi, ma sia come attore imprenditoriale che come protettore di certi settori produttivi.

Tuttavia, il Presidente francese vuole anche alzare lo sguardo dal perimetro interno dell'Europa e mette sul tavolo concetti nuovi, come quello dell'autonomia tecnologica e strategica da Cina e Usa. «Si tratta di pensare in termini di sovranità europea e di autonomia strategica, in modo da poter contare da soli e non diventare il vassallo di questa o quella potenza senza avere più voce in capitolo. (...) Concretamente, ciò significa che, quando si tratta di tecnologia, l'Europa deve costruire le proprie soluzioni in modo da non dipendere dalla tecnologia americana o cinese».

Macron dimostra di conoscere, per usare un'espressione del saggista Alessandro Aresu, il valore delle «potenze del capitalismo politico» (La Nave di Teseo, 2020) ed è consapevole che in certi settori ed infrastrutture l'Europa è molto indietro rispetto a Washington e Pechino e solo un maggiore coordinamento tra Stati e capitale privato-pubblico potrà forse ridurre le distanza del vecchio Continente. Il Presidente della Repubblica francese pensa al cloud, ma anche all'extraterritorialità del dollaro, alle regole del diritto anglo-americano che dominano il mondo e ciò "significa che le nostre imprese possono essere condannate dalle potenze straniere quando operano in un Paese terzo: è una privazione della sovranità, della possibilità di decidere da soli, è un immenso indebolimento». Proprio nel rapporto che, secondo Macron, dovrebbe intercorrere tra le capitali europee e Washington si rivela tutto il residuo gollista del leader di En Marche. Egli afferma, senza nascondere una certa ambizione, che noi europei «non siamo gli Stati Uniti d'America. Sono i nostri alleati storici, abbiamo a cuore come loro la libertà e i diritti umani, abbiamo dei legami profondi; ma noi abbiamo, per esempio, una preferenza per l'uguaglianza che non c'è negli Stati Uniti d'America. La nostra politica di vicinato con l'Africa, con il Vicino e Medio Oriente, con la Russia, non è una politica di vicinato per gli Stati Uniti d'America. È quindi insostenibile che la nostra politica internazionale dipenda da loro o che segua le loro orme." E ancora più avanti nella conversazione «gli Stati Uniti ci rispetteranno come alleati solo se rimarremo seri con noi stessi e se saremo sovrani con la nostra stessa difesa. Quindi penso che, al contrario, il cambiamento dell'amministrazione americana sia un'opportunità per continuare in modo totalmente pacifico e sereno quello che degli alleati devono capire: dobbiamo continuare a costruire la nostra autonomia per noi stessi, come gli Stati Uniti fanno per loro, e come la Cina fa per sé».



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Nella sua analisi il Presidente francese non risparmia agli americani una stoccata sui social network e sulla potenziale imposizione di un regolamentazione europea su di essi: «Non abbiamo ancora compreso a sufficienza questa realtà. Non abbiamo organizzato un ordine pubblico per regolare questo spazio. Questo spazio virtuale oggi sovradetermina le nostre scelte, e allo stesso tempo trasforma la nostra vita politica. E così, antropologicamente, scuote le democrazie e le nostre vite».

Anche rispetto a Pechino, Macron non si concede debolezze e ammiccamenti «quello che dico è ancora più vero per la Cina. Ecco perché credo che il concetto di autonomia strategica europea o di sovranità europea sia un concetto molto forte, molto fecondo, che dica che siamo uno spazio politico e culturale coerente, che dobbiamo ai nostri cittadini di non dipendere dagli altri, e che questa è la condizione per avere una qualche influenza nel concerto delle nazioni contemporaneo».

Verso l'Africa, invece, c'è tutta la spinta di un imperialismo forse mai sopito nella tradizione politica francese. Dopo aver ribadito che serve una partnership Europa-Africa, da leggersi in termini economici, infrastrutturali e di governo dell'immigrazione, il Presidente difende i propri risultati sul punto «l'Africa è in gran parte francofona, e perciò noi abbiamo un rapporto speciale con questa parte di Africa. Da parte mia, ho voluto ricostruire un rapporto molto forte con l'Africa anglofona e lusofona, che rivendico: sono stato il primo presidente francese ad andare in Ghana o in Kenya, per esempio. O ad andare a Lagos. All'epoca sembrava una pazzia, ma è così che è andata. Prima di me, la Francia aveva dei rapporti solo con una certa parte di Africa». E poi una bordata sull'immigrazione perché «oggi assistiamo ad un uso profondamente indebito del diritto d'asilo, che perturba tutto il resto. Gruppi di trafficanti, che spesso sono anche trafficanti di armi e di droga e sono legati al terrorismo, hanno organizzato la tratta di esseri umani. Offrono una vita migliore in Europa e utilizzano canali che si avvalgono del diritto d'asilo. Ci sono centinaia di migliaia di uomini e donne che ogni anno arrivano sul nostro territorio, che vengono da Paesi in pace, con cui abbiamo ottimi rapporti e a cui riconosciamo centinaia di migliaia di visti ogni anno: questo non è diritto di asilo. O meglio, nel 90% dei casi, non si tratta di diritto di asilo. C'è chiaramente un abuso».


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Nelle domande sui recenti attacchi portati dai terroristi islamici ai cittadini francesi Macron rompe del tutto con la retorica e la cultura di sinistra per virare decisamente a destra: «L'intero dibattito che ha preso piede si è fondamentalmente ridotto a chiedere all'Europa di scusarsi per le libertà che permette. E, in questo caso, alla Francia. (...) Siamo un Paese libero, dove nessuna religione è minacciata, dove nessuna religione è sgradita. Voglio che tutti i cittadini possano pregare come vogliono. Ma siamo anche un Paese dove i diritti della Repubblica devono essere pienamente rispettati, perché siamo prima di tutto cittadini. Abbiamo un progetto comune e una visione comune del mondo: non siamo multiculturalisti, non sommiamo l'uno sull'altro i modi di rappresentare il mondo, ma cerchiamo di costruire un insieme, qualunque siano le convinzioni che abbiamo in ciò che è intimo e spirituale». Il multiculturalismo è licenziato, le radici europee sono giudaico-cristiane, lo Stato secolarizzato è conquista irrinunciabile, gli occidentali non devono chiedere scusa a nessuno per il proprio modello di vita e si devono battere contro «barbarie e oscurantismo».

Infine, Macron illustra il suo sovranismo concreto e decisionista. Oggi «nessuno vuole più prendere decisioni e agire in modo responsabile. Perché, in un certo senso, ci troviamo costantemente a discutere e tutti si trovano in un conflitto di legittimità. È quindi molto difficile decidere, perché dobbiamo affrontare delle scelte. Ma avremo sempre bisogno della sovranità dei popoli. È fondamentale. Tornando al discorso sulle battaglie che dobbiamo affrontare, non rinunciamo mai alla sovranità dei popoli».

Il Capo di Stato francese difende il sistema westfaliano degli Stati-nazione: «molti dei problemi non nascono al livello dello Stato-nazione, è vero, e ciò presuppone la cooperazione. Ma la cooperazione non implica la dissoluzione della volontà del popolo. Presuppone anzi il saperla articolare». Implica, cioè, lo sviluppo dello Stato nazionale dentro le istituzioni sovranazionali, senza cedere alle teorie dell'interdipendenza assoluta tra livelli di governo o a quelle della fine dello Stato che vorrebbero lo scioglimento della nazione. E conclude con una posa realista «non credo affatto che si tratti di una crisi della sovranità westfaliana. (...) Inoltre, in tutto ciò che faccio a livello internazionale, per me l'elemento più importante è sempre la sovranità dei popoli. Ogni volta che abbiamo cercato di sostituirla, abbiamo creato degli squilibri. Quindi sono profondamente legato a questo principio. Profondamente. (...) La sovranità democratica popolare è un tesoro da custodire gelosamente».


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Si chiude così un'intervista profonda, fitta di concetti e di eredità storiche, che mostra la trasformazione del primo Macron, progressista e più spostato a sinistra, in un leader più maturo, espressione di un nuovo conservatorismo sociale, moderatamente nazionalista, pragmaticamente realista. Un Macron che, però, non rinuncia a coltivare qualche illusione neo-illuminista all'orizzonte, come quella dalla totale indipendenza strategica europea. Nelle parole del Presidente riecheggiano l'ombra ingombrante del generale Charles De Gaulle, la possente teoria della sovranità di Jean Bodin, la grandeur del bonapartismo ed una dose minore d'illuminismo voltairiano. Ma è anche un'intervista che, vista da Roma, deve far riflettere e forse preoccupare gli analisti italiani. Quale leader del nostro paese riesce ad esprimere una visione così decisa e onnicomprensiva? Certo Macron è un capo di Stato eletto dal popolo e quindi può unire sensibilità istituzionale, potere concreto e visione politica, ma sul piano intellettuale e strategico, da sinistra a destra, il confronto con i vertici politici del nostro paese è francamente imbarazzante. Non è una questione di esterofilia né di voler comporre un ritratto agiografico di un Presidente che ha sbagliato e corretto molto, ma di ciò che il nostro paese è in grado di produrre sul piano delle élite politiche. Oggi è poco, troppo poco, pur se si considera che l'Italia è sempre stata una nazione politicamente più debole della Francia per i propri fardelli storici e territoriali. E non va dimenticato che Parigi, seppure in un'ottica di cooperazione, per noi italiani resta pur sempre una potere concorrente su molti fronti. Con il rischio che diventi un attore soverchiante sull'Italia, proprio per le debolezze della nostra classe politica.

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