Politica

Gori e la sua corsa lontano dal Pd e da Renzi

Con la sua candidatura in Lombardia si conferma il laboratorio politico per il centrosinistra che preferisce tenersi lontano dal tracollo del Pd

Giorgio Gori

Sara Dellabella

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Espugnare, dopo 23 anni, la guida della regione Lombardia al centrodestra rimane il sogno del Pd. Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, è impegnato da più di quattro mesi in una campagna elettorale che ha toccato più di 150 località in tutta la regione. Qualche giorno fa, nella città di Bossi e dove l’antagonista Attilio Fontana ha amministrato fino al 2016, Gori ha registrato il pienone.

I sondaggi contrari

Nonostante i sondaggi diano il candidato della Lega in vantaggio per la conferma del centrodestra al Pirellone, dalle parti del Pd l’ottimismo è ancora alto. A quanto pare, i dem avrebbero tra le mani un sondaggio in cui la forbice che li separa da Fontana si fermerebbe ad un paio di punti percentuali, per cui l’impresa non è registrata come impossibile.

“Con numeri così – dicono dalle retrovie – c’è da aspettarsi che qualcuno dei sostenitori di Liberi e Uguali alla fine opti per il voto utile a Gori”.

L’ex produttore televisivo sconta le divisioni a livello nazionale tra gli ex dem e la dirigenza renziana, tanto che in questa campagna elettorale Matteo Renzi a Milano si è visto pochissimo. Visto il calo dei consensi al livello nazionale, l’entourage di Gori ha preferito tenere il segretario dem a distanza per evitare l’effetto slavina.

La corsa del Lazio e della Lombardia senza il Pd

Come nel Lazio, anche in Lombardia il candidato di centrosinistra sta puntando molto sulla lista civica senza simbolo del Pd che potrebbe essere una rivelazione di queste amministrative. D’altronde Gori, anche se è percepito come il frutto del renzismo, si sta affermando come un indipendente dal Nazareno, capace di intercettare sia il voto dei cattolici che del mondo dell’imprenditoria.

Tant’è che tra le sette liste che sostengono la corsa del candidato dem c’è anche “Lombardia Progressista” che raccoglie l’esperienza e i voti di Giuliano Pisapia da sempre lontano da Renzi.

In questo contesto, Milano e la Lombardia, come fu per la vittoria di Beppe Sala, si trasformano in un laboratorio politico del Pd, che vince dove si mostra lontano da Roma e i suoi giochi di palazzo. Così anche qui si lascia da parte il simbolo del partito e si punta tutto sul candidato e la sua lista civica, stando ben attenti a non nominare mai il Pd e Renzi.   

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