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Politica

"Il nuovo centro? Un magma politico indecifrabile"

A due mesi dalle elezioni anticipate sembra irrinunciabile la voglia di tornare a quello spazio politico da sempre centrale nella vita politica nazionale. Mai in crisi come oggi.

Mancano due mesi alle elezioni anticipate; mesi di dura campagna elettorale estiva dove il centrodestra sembra aver ritrovato compattezza, il M5S sia pronto a correre da solo per ritrovare la propria identità mentre a sinistra e soprattutto al Centro è ancora tutto in discussione. Toti, Gelmini, Di Maio, Calenda, Renzi, Brunetta e qualche illustre sindaco come Beppe Sala ipotizzano e lavorano proprio al ritorno di un movimento politico di Centro, legato al vecchio catto-comunismo della Dc, o di una parte di essa. Ma non basta cercare una propria posizione per trasformarsi in una proposta politica nuova e credibile, come spiega il Prof. Giovanni De Luna, docente e politologo.

Professore, andremo al voto fra due mesi. Intanto dove andrà il “centro”?

«Mah, come sa sono più bravo ad analizzare il passato che il futuro. In ogni caso c’è stato, in Italia, un centro politico molto riconoscibile, che rispondeva al nome di Democrazia cristiana, ed altri centri più o meno ad esso riferibili, come il Partito repubblicano e il Partito socialdemocratico che guardavano a sinistra, e il Partito liberale che guardava a destra. Ebbene, almeno sino al 1992, non c’era il rischio di incorrere in equivoci politici, perché quel “centro” era sostanzialmente ben definito. I problemi interpretativi, semmai, erano altri».

Quali, ci scusi?

«Quelli della c.d. antropologia di riferimento, se mi consente l’utilizzo di questo termine: tutto ciò che sembrava allora fermamente contrapposto sul fronte ideologico come su quello politico tra Dc e Pci, in realtà, oggi appare molto più attenuato. Nel cuore del Novecento, i partiti si palesavano come delle complesse macchine burocratico-amministrative e politico-ideologiche, che oltre a programmi prettamente politici, presentavano dei progetti “antropologici”, nel senso che presentavano delle figure di riferimento nello scenario culturale di quegli anni».

E’ necessario compiere un balzo all’indietro…

«Assolutamente, come per ogni analisi storiografica che si rispetti. La figura di riferimento del Partito comunista di allora, era l’operario di Borgo San Paolo: il lavoratore torinese molto dedito al lavoro, affezionato al proprio mestiere, che rifuggiva ogni forma di frequentazione di osterie e bordelli. Insomma, il classico “buon padre di famiglia” che avremmo rinvenuto nella tradizione del partito dei cattolici. Ebbene, le proposte identitarie, alla fine, non si discostavano poi così tanto. Dal punto di vista politico, in pratica, i partiti erano facilmente collocabili ed identificabili non solo per i rispettivi programmi e le rispettive collocazioni, ma anche per quelle figure di riferimento che, alla fine, ne rappresentavano l’immagine pubblica».

Ad un certo punto della Storia, questa facile identificabilità venne meno.

«Ben prima del canonico crollo del Muro di Berlino. Perché dalle valli alpine assistemmo alla discesa di un movimento politico, fortemente ideologizzato, che ebbe il merito di intercettare il malcontento crescente nelle diverse classi economico-sociali dell’Italia settentrionale -tanto tra i borghesi che tra gli operai, per intenderci. La Lega intercettava esattamente gli umori degli elettori di centro, radicalizzandoli però, cioè, portandoli dal versante della proposta, rimasta inascoltata, a quella della protesta».

Questa radicalizzazione divenne iconica

«Perché occorreva incidere sull’immaginario collettivo di un Paese, l’Italia, che aveva sempre vissuto sulla competizione ideologica Dc-Pci che andava ora messa in soffitta. La Lega impersonava quello che ho definito l’“estremismo di centro”, cioè le pulsioni di classi sociali per troppo tempo tenute ai margini ed ora libere di poter apparire sullo scenario politico e mediatico nazionale. Precedentemente ogni forma di estremismo, tanto cattolico quanto comunista, veniva assorbito dall’establishment dei rispettivi partiti di riferimento: alla fine degli anni Ottanta, caduti molti steccati ideologici, queste pulsioni trovarono non solo nuova linfa vitale, quanto un nuovo apparato partitico pronte a cavalcarle. Ecco spiegato il successo della Lega».

Ecco il nuovo centro…

«Meglio ancora direi un nuovo modo di manifestare il centro politico, ora libero da lacci e lacciuoli della casa madre con sede in Piazza del Gesù a Roma. La Lega seppe accogliere istanze e proteste dando nuova forma ad una massa di elettori improvvisamente orfana di una leadership politica: e non dimentichiamo che uno dei serbatoi di voti leghisti, il Veneto, era “bianco” per fortissima tradizione storica».

Lei ha parlato di immaginario collettivo.

«Questo nuovo centro andava fissato anche nella facile riconoscibilità pubblica. Non so quanti ricorderanno alcune celebri manifestazioni con gli allevatori della Brianza, piuttosto che dell’altipiano di Asiago che protestavano per le quote-latte con blocchi autostradali, cordono umani e con lo spargimento di litri e litri di latte sula sede stradale. Ecco, quell’estremismo di centro di cui parlavo si esprimeva rovesciando il latte per terra, tanto per intenderci».

Trent’anni addietro, come segno dei nuovi tempi.

«Ciò che la Democrazia cristiana era riuscita, per anni, a governare e dirigere, ora la Lega proiettava, anche mediaticamente, in piazza, tra la gente, su un’autostrada. Ecco si trattava non più di difendere posizioni ideologiche (il divorzio, l’aborto), ma di esternare pulsioni più semplicemente di categoria, di “bottega”, quelle del cittadino della porta accanto. Pulsioni che emersero in maniera radicale, segno del già citato “estremismo di centro”».

Nella seconda Repubblica, anche Forza Italia riuscì ad intercettare queste pulsioni…

«Certamente, anche se il bacino elettorale di riferimento era diverso: non più l’allevatore della Val Brembana, ma il professionista di Corso Magenta a Milano, per dare l’idea del cambio di passo. Quando nacque il partito degli azzurri, andavano di moda la spilletta tricolore, la cravatta punta spillo di Marinella, piuttosto che l’agente immobiliare pronto a venderti la multiproprietà in Liguria o sulle Dolomiti. In un certo senso la protesta continuava ad albergare, ma evidentemente, si trattava di altra forma di estremismo».

Alla fine l’appuntamento è sempre al “centro”…

«Pur con sfumature diverse e con diversi soggetti, la politica italiana dell’ultimo secolo si è caratterizzata per una moderazione ideologico-culturale che ha fatto scuola. Il centro è stato nel nostro Paese -e sempre sarà…- un magma difficile da definire, ingombrante e per ciò stesso presente: una realtà da cui spesso si fuggiva e a cui poi sempre si faceva ritorno. Ed in cui, soprattutto, tutte le fazioni estremiste sempre hanno trovato (e sempre troveranno) spazio e asilo».

Il rischio del populismo è stato sempre in agguato!

«I primi vagiti populistici hanno trovato terreno fertile proprio in questo universo centrista: prima con la Lega, poi con Berlusconi, diversi attori e schieramenti politici hanno trovato ospitalità in questo universo politico che sfugge ad ogni classificazione esaustiva, anche oggi quando mancano poco più di due mesi all’appuntamento elettorale politico del 25 settembre».

Professore, questo centro sempre più magmatico, dovrà rappresentare milioni di elettori giusto fra due mesi.

«Francamente la situazione si è ingarbugliata: prendiamo il caso di tre noti e storici esponenti di Forza Italia (Renato Brunetta, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini, nda) che, abbandonato il partito, non potranno che rimanere al centro, confluendo in un nuovo schieramento ad oggi inesistente: oppure dovranno confluire in uno di quei cespugli (Azione, Italia Viva) e continuare la loro battaglia necessariamente moderata, pur avendo rappresentato anche momenti di quell’estremismo berlusconiano che certo non potrà essere riposto in soffitta in un sol colpo».

Chiudiamo con un libro che ci consiglia di leggere, come fa quando è ospite di un programma come “Passato e presente” su Rai Tre. E il sottoscritto non è certo Paolo Mieli…

«Ah ah. Beh consiglierei il mioUna politica senza religione (Einaudi 2013). In quel saggio analizzavo come la classe politica della seconda Repubblica si fosse schiantata sugli scogli della crisi economica, incapace di proporre una religione civile che coinvolga gli italiani in un progetto condiviso, mentre incalzano le pretese egemoniche della Chiesa cattolica e il dominio del mercato: uno scenario del tutto inedito nella storia del nostro Paese».

Titolo attualissimo.

«Dagli anni del Risorgimento all’Unità d’Italia, dal fascismo e dalla Seconda guerra mondiale fino a oggi, la costruzione di una “religione civile” – l’insieme dei valori e dei principî che fondano lo spazio pubblico della cittadinanza – è il banco di prova su cui, di volta in volta, si è misurata l’efficacia di una classe politica nel mettere mano al progetto di “fare gli italiani”. Il trasformismo nell’Italia liberale, la dittatura in quella fascista, il debordante intervento dei partiti nell’Italia repubblicana, sono stati tutti elementi che hanno indebolito la costruzione politica dell’identità nazionale».

Argomenti attualissimi…

«Fino alla carestia morale e progettuale che ha investito uomini e partiti dell’Italia di oggi, con un libro che somma analisi storica a riflessioni di pungente attualità, ho cercato di ricostruire la storia delle “tradizioni inventate”, i tentativi di arginare l’ingombrante presenza della Chiesa cattolica, l’egemonia dei valori e degli interessi imposti dal mercato con una riflessione conclusiva proprio sugli aspetti più inquietanti di venti anni di pensiero unico»..

Professore, che settimane ci attendono?

«Di fuoco, alla ricerca del centro perduto e di difficile riunificazione».

Giovanni De Luna, classe 1943, già ordinario di Storia contemporanea all’Università di Torino, è stato autore di trasmissioni radiofoniche e televisive come il fortunato format di Rai StoriaItalia in 4D: già membro del comitato scientifico del programma televisivo di Rai 3Il tempo e la storia dal 2013 al 2017 e in seguito della trasmissione Passato e presente. Si è occupato della metodologia della ricerca storica, dei problemi inerenti l’uso pubblico della storia e dell’importanza della memoria collettiva nei processi di costruzione dell’identità nazionale. Tra le opere che hanno puntato l’obiettivo sul Novecento italiano, spicca Una politica senza religione (Einaudi, 2013), in cui l’autore ha analizzato come la classe politica della seconda Repubblica si sia schiantata sugli scogli della crisi economica, incapace di proporre una religione civile in grado di coinvolgere gli italiani.

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