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Politica

Di Battista ci è o ci fa?

Il grillino piacione ha confermato l'idea di "saltare" le elezioni del 2018 per risalire sul carro al giro successivo

Panorama aveva annusato la notizia già un mese fa. Ma quando la pubblicò, centinaia di militanti e simpatizzanti del movimento 5 Stelle, come uno sciame di locuste assalirono con insulti e parolacce il nostro giornale e gli autori dell’articolo, accusati di diffondere una fake news.

Adesso che però Alessandro “Dibba” Di Battista ha confermato la decisione di non volersi ricandidare alle elezioni politiche del 2018, scuse non ne arrivano, neanche una. Pazienza.

Resta il dato politico: i Cinquestelle perdono la loro superstar. Dal gruppo di vertice - ora composto da Beppe Grillo, Davide Casaleggio, Luigi Di Maio e Roberto Fico – si sfila il più popolare tra gli esponenti pentastellati, determinato a prendersi una legislatura sabbatica per “girare il mondo e scrivere”.

In realtà, anche altre ragioni hanno spinto Dibba a mollare il parlamento; ragioni anticipate, pure queste, da Panorama. La più importante dal punto di vista personale è la recente paternità, che lo ha rasserenato.

Stand-by per motivi di "studio"

Ovviamente, il neo papà utilizzerà i prossimi cinque anni non soltanto per stare accanto al figlio, ma anche per formarsi meglio e di più, per studiare quelli che chiama "gli investimenti in felicità" presenti in tutti i Paesi del pianeta.

D'altronde, lui il mondo è abituato a frequentarlo. "Dopo la laurea me ne volai in Guatemala, andai a vivere in una comunità di ex guerriglieri e imparai lo spagnolo dando lezioni di chitarra...", racconta Dibba nella sua autobiografia, intitolata A testa in su. Un libro per la verità non bellissimo: a metà tra un "diario della motocicletta" alla Che Guevara e un aneddoto da bar dell'Alvaro Vitali di "Gigi il bullo".

D'altronde, se vuole proporsi come governante di livello, non può affidarsi alla sua unica, grande forza attuale: l’esagerazione. Perché poi, quando gli scappano, le spara davvero grosse, al punto da fargli detenere tuttora il premio internazionale, conferitogli del New York Times, per la peggiore fake news (questa sì) mai diffusa da un politico: Di Battista, forse dopo una ricerca troppo frettolosa su Google, due anni fa aveva sentenziato che il 60 per cento della Nigeria "è in mano al leader integralista Boko Harame il resto all'ebola". Tutto falso. 

Peraltro aveva già proposto, nel suo esordio da esperto di politica estera, un "dialogo costruttivo" con l'Isis. Nel 2013 spiegò sul suo blog: "Il terrorista non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo a interlocutore". Poi arrivarono le decapitazioni, le bombe e un po' di kamikaze a insanguinare l'Europa e Dibba fu costretto a riconsiderare quell'ipotesi di amabili chiacchierate in una sala da tè, con i terroristi dell'Isis.

Virtuoso delle gaffes

E comunque, le sue gaffe internazionali hanno allarmato le diplomazie internazionali. Dibba ha scambiato un presidente francese, Hollande, per un premio Nobel. Peggio: ha confuso Auschwitz, quella dei lager, con Austerlitz, quella della battaglia di Napoleone.

Quanto all'Italia, sui vaccini, per esempio, tuonò: "Facciamoli, ma devono essere gratuiti"; "Lo sono già, si informi", infierì Beatrice Lorenzin.

Cresciuto in un paesino poco lontano da Roma, a Civita Castellana, studi nella Capitale, Ale è cresciuto sotto la rigida disciplina di un papà che si è autodefinito "fascista" in diverse interviste e che gli ha consentito una discreta copertura economica per le esperienze di studio e di vita all'estero.

A Fabrica di Roma, vicino Viterbo, l'azienda di famiglia, la Dibitech, da anni si propone come azienda leader della componentistica da bagno, con punte di eccellenza nei cassonetti "in plastica, con incorporata una pompa in grado di triturare ed espellere automaticamente acque calde, acide e grasse, deiezioni fecali e carta igienica, provenienti sia dal bagno che dalla cucina".

Vittorio, quel padre imprenditore con un passato nel Msi, di recente ha difeso il figlio in piazza dai "forconi" fino a venir quasi alle mani con il loro leader, il generale Pappalardo. Dibba ha gradito: "C'è chi ha come padre Tiziano, io ho Vittorio e ne vado fiero", ha detto.

Un turno da saltare

C’è però anche del calcolo politico nella scelta di Dibba. L’intero stato maggiore pentastellato è consapevole che con il Rosatellum, la nuova legge elettorale, sarà impossibile vincere le elezioni. E c'è un'aggravante: il "Non Statuto" dei Cinquestelle impone al massimo due elezioni.

La conseguenza è che dentro il movimento in tanti stanno pensando di stare fermi un giro per giocarsi la possibilità di andare al governo alla successiva occasione. Il primo a deciderlo, appunto, l'appena trentanovenne Dibba. Che aveva pure avanzato l'ipotesi di superare il vincolo della doppia elezione ma Grillo si è immediatamente e fermamente opposto: "Non se ne parla nemmeno", ha decretato.

Inoltre, con i sondaggi e una legge elettorale penalizzanti, ed esaurita nel 2018 la corsa di Luigi Di Maio (pure lui alla seconda elezione) bisognerà trovare un candidato premier per il 2023 (o quando sarà). E chi meglio del popolarissimo Di Battista? D’altronde, il vegetariano che però mangia pesce, aspirante star tv bocciata prima della selezione finale di Amici di Maria De Filippi, laziale poco presente allo stadio, poliglotta ma con incertezze sull'italiano - memorabile un "Lei non mi interrompi!" da Lilli Gruber - in politica è aggressivo ma abile nello smarcamento, quando c'è da non restare impaludati nelle insidiose marette grilline.

Da qui il soprannome, velenosissimo, attribuitogli dai colleghi: "Anguilla". E infatti, anche stavolta Dibba sfugge davanti alla prevedibile sconfitta di Di Maio. Il suo (quasi) amico.

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