Il Medio Oriente continua a precipitare in una fase di altissima tensione mentre si moltiplicano i segnali di un possibile allargamento del conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti. Nelle ultime ore gli Emirati Arabi Uniti hanno reso noto di aver intercettato tre droni entrati nel proprio spazio aereo. Secondo il ministero della Difesa di Abu Dhabi, due velivoli senza pilota sono stati distrutti dalle difese emiratine, mentre un terzo avrebbe colpito un generatore elettrico collocato all’esterno dell’area protetta della centrale nucleare di Barakah, nell’area di Al Dhafra. Le autorità locali hanno avviato un’indagine per individuare la provenienza dei droni e chiarire chi abbia organizzato l’operazione. Intanto proseguono, tra enormi difficoltà, i contatti indiretti tra Washington e Teheran nel tentativo di fermare l’escalation regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Pasdaran, gli Stati Uniti hanno messo sul tavolo cinque richieste considerate indispensabili per raggiungere un’intesa. Tra queste figurano la consegna a Washington di circa 400 chili di uranio arricchito iraniano, il mantenimento di un solo impianto nucleare attivo e l’esclusione sia di risarcimenti economici sia dello sblocco dei fondi iraniani congelati all’estero. Sempre secondo la stessa fonte, gli americani avrebbero inoltre subordinato lo stop alle operazioni militari all’avvio formale dei negoziati.
Posizioni inconciliabili mentre Israele si prepara all’attacco
Teheran ha risposto con altrettante condizioni, ritenute però incompatibili con la posizione americana. L’Iran chiede infatti la cessazione completa delle ostilità su tutti i fronti, in particolare in Libano, la rimozione delle sanzioni economiche, il rilascio dei capitali bloccati all’estero, compensazioni economiche per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della propria sovranità sullo Stretto di Hormuz. Una distanza politica che, almeno per ora, appare impossibile da colmare. Nel frattempo Israele starebbe già pianificando una nuova offensiva contro obiettivi iraniani. Secondo quanto riferito dall’Associated Press, che cita due fonti informate tra cui un ufficiale israeliano, i preparativi militari sarebbero coordinati direttamente con gli Stati Uniti. Il premier Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio governo, ha ribadito che Israele è pronto «a qualsiasi eventualità», aggiungendo che molto dipenderà dalle prossime decisioni del presidente americano Donald Trump. Netanyahu ha spiegato che, qualora Washington decidesse di riaprire il conflitto con Teheran, Israele potrebbe essere coinvolto direttamente nelle operazioni. Le dichiarazioni arrivano dopo una lunga telefonata tra Trump e Netanyahu, durata oltre trenta minuti e avvenuta poco prima della riunione del gabinetto israeliano. Secondo l’emittente israeliana Canale 12, nelle ultime 24 ore numerosi aerei cargo americani avrebbero trasferito a Tel Aviv grandi quantitativi di munizioni provenienti dalle basi statunitensi in Germania, alimentando i timori di una nuova fase della guerra contro l’Iran.
Nuove minacce di Trump all’Iran
Donald Trump, intanto, è tornato ad alzare i toni anche sul piano mediatico. Sul social Truth ha pubblicato diverse immagini generate con l’intelligenza artificiale dal contenuto fortemente minaccioso. In una di queste il presidente americano appare con il cappellino Maga mentre indica la telecamera, circondato da navi militari in un mare in tempesta, con bandiere iraniane visibili sulle imbarcazioni e nuvole nere sullo sfondo. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poco dopo Trump ha rincarato la dose scrivendo che «non resterà nulla dell’Iran» se Teheran non accetterà un accordo. Tra i numerosi post pubblicati nel giro di mezz’ora, ne compare anche uno raffigurante una mappa del Medio Oriente coperta dalla bandiera americana e attraversata da frecce dirette verso l’Iran, interpretato da molti osservatori come un ulteriore messaggio intimidatorio rivolto alla Repubblica islamica. Secondo la Cnn, Trump avrebbe inoltre convocato nel suo golf club in Virginia una riunione riservata con i principali responsabili della sicurezza nazionale per discutere dell’evoluzione del conflitto iraniano. All’incontro avrebbero partecipato il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il direttore della Cia John Ratcliffe e l’inviato speciale Steve Witkoff.

In Iran record di esecuzioni capitali
Sul fronte interno iraniano cresce intanto l’allarme per la repressione del regime. Un nuovo rapporto di Amnesty International rivela che nel 2025 nel mondo sono state registrate almeno 2.707 esecuzioni capitali, il dato più alto dal 1981. Secondo l’organizzazione, oltre 2.150 esecuzioni sarebbero state effettuate soltanto in Iran, un numero enorme che rappresenta più del doppio rispetto all’anno precedente. Amnesty sottolinea come l’aumento delle condanne a morte sia strettamente legato alla strategia repressiva dei regimi autoritari. Nel caso iraniano, la pena capitale sarebbe stata utilizzata in maniera crescente per schiacciare il dissenso politico e intimidire la popolazione, soprattutto dopo la guerra contro Israele del giugno 2025. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano inoltre che la repressione avrebbe accelerato ulteriormente dopo le proteste interne esplose a gennaio e dopo gli scontri militari con Israele e Stati Uniti. Le cifre diffuse da Amnesty superano anche le stime già drammatiche pubblicate nei mesi scorsi da altre organizzazioni indipendenti. Secondo gli attivisti, a essere colpite in modo particolare sarebbero soprattutto le minoranze etniche e religiose del Paese, come curdi, arabi e baluchi, da anni nel mirino delle autorità iraniane.
