Il recente viaggio di Donald Trump in Cina ha rimesso sotto i riflettori il dossier di Taiwan. “La questione di Taiwan è la questione più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti. Se gestita male, le due nazioni potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto”, ha detto Xi Jinping al presidente americano.
In una successiva intervista a Fox News, lo stesso Trump ha parlato della questione. “Non sono interessato a che qualcuno diventi indipendente”, ha affermato. “Sapete, dovremmo percorrere 9.500 miglia per combattere una guerra. Non è quello che cerco. Voglio che si calmino. Voglio che la Cina si calmi”, ha aggiunto, precisando che la politica statunitense nei confronti di Taipei non è cambiata. Al contempo, l’inquilino della Casa Bianca non ha chiarito se procederà con la vendita di un nuovo pacchetto di armamenti all’isola.
A intervenire sul dossier è stato anche il segretario di Stato americano, Marco Rubio. “Credo che in un mondo ideale la Cina preferirebbe che Taiwan si unisse volontariamente. Quello che vorrebbero è un voto o un referendum a Taiwan che approvi l’annessione. Credo che sia questa la loro preferenza”, ha detto. “Preferiamo lasciare le cose come stanno”, ha continuato.
Sabato, il ministero degli Esteri di Taiwan ha definito l’isola un “Paese democratico sovrano”. “Pechino non ha il diritto di rivendicare la giurisdizione su Taiwan”, ha proseguito, sottolineando che Taipei “continuerà ad approfondire la cooperazione con gli Stati Uniti, a mantenere la pace attraverso la forza e a garantire che la sicurezza e la stabilità dello Stretto di Taiwan non siano minacciate o compromesse”.
Insomma, cambiamenti ufficiali della politica statunitense non si sono verificati. Tuttavia, è chiaro come, negli ultimi giorni, qualche preoccupazione da Taipei sia arrivata. Ricordiamo che, a febbraio, Taiwan ha firmato un accordo commerciale con gli Stati Uniti: in cambio di una riduzione dei dazi da parte di Washington, l’isola si è impegnata a revocare le barriere non tariffarie e a investire nel settore dei semiconduttori in America.
Del resto, è proprio dai semiconduttori che dipende in gran parte il futuro delle relazioni tra Taipei e Washington. Taiwan punta molto sul cosiddetto “scudo di silicio”, ritenendo che gli Stati Uniti abbiano un interesse strategico a difenderla proprio per tutelare il settore dei microchip dalle mire della Repubblica popolare cinese.
Il punto è che la seconda amministrazione Trump ha espresso la volontà di portare buona parte della produzione nel settore sul territorio statunitense. Questo ha indotto vari analisti a ritenere che la Casa Bianca potrebbe avere meno interesse a proteggere Taipei in caso di invasione. Ciò detto, non va comunque trascurato che, a dicembre, l’attuale amministrazione americana ha approvato una vendita di armi all’isola dal valore di circa undici miliardi di dollari. E che, durante il suo primo mandato, Trump ha complessivamente venduto oltre 18 miliardi di armamenti a Taipei. Bisognerà quindi capire se il presidente americano attuerà o meno un cambio di linea, anche perché va tenuto presente che, al Congresso degli Stati Uniti, Taiwan può contare su vari alleati.
