Decreto dignità, chiamiamolo “Decreto ipocrisia”

Vietare la pubblicità del gioco d’azzardo, senza le lotterie nazionali, significa che la lotta alla ludopatia è un pretesto per legislatori moralisti

Maurizio Tortorella

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AL VIA LA XVIII LEGISLATURA

Una panoramica dell'Aula della Camera dei Deputati - Roma 23 marzo 2018 – Credits: ANSA /Ettore Ferrari

Tutto sarebbe stato possibile aspettarsi, dall’impazzita politica italiana dell’anno 2018, tranne che rispolverasse una parola antica e dimenticata: “dignità”.

“Domine, non sum dignus”: così recitava il fedele, a mani giunte e inginocchiato nella vecchia messa preconciliare. Dignità. L’ultima volta che le cronache ne avevano fatto un tema di riflessione, forse, era stato nel 2004: quando il povero Fabrizio Quattrocchi, private contractor armato in Iraq, era morto sgozzato da un terrorista islamico e sotto l’occhio della telecamera aveva avuto il coraggio (e la dignità, per l’appunto) di ringhiargli in faccia: “Ora ti faccio vedere come muore un italiano”.

Con i suoi 12 articoli, il “Decreto dignità” varato il 3 luglio dal governo grillino-leghista interviene sul lavoro, le imprese e il gioco d'azzardo, e secondo la vulgata propagandistica dichiara guerra al precariato, alle imprese che prendono sussidi e poi delocalizzano, e agli eccessi dell’azzardo.

Va detto, però, che soprattutto sull’ultimo dei tre settori quel sostantivo che sa tanto di moralismo ottocentesco suona in realtà come “proibizionismo”. E proprio nella parte relativa al gioco d’azzardo il “Decreto dignità” è intriso di ipocrisia: perché la norma proibisce "qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro", ma dal divieto esclude espressamente “le lotterie nazionali con estrazione dei vincitori differita”. Come se le lotterie nazionali non dessero dipendenza…

Il divieto riguarda la pubblicità di giochi e scommesse "comunque effettuata e su qualunque mezzo, incluse le manifestazioni sportive, culturali o artistiche, le trasmissioni televisive o radiofoniche, la stampa quotidiana e periodica, le pubblicazioni in genere, le affissioni ed internet".

Ma vietare la pubblicità dei giochi d’azzardo non servirà a nulla, nella lotta contro la “ludopatia”. Che, è vero, è una delle malattie della nostra era. Ma è anche un vizio antico, come dimostra Il giocatore di Fedor Dostoevskij, pubblicato nel 1867. E certo non si fermerà davanti all’assenza di una pagina di pubblicità, o di un banner su internet. Se uno vuole scommettere, una casa da gioco la trova comunque, vera o virtuale che sia.

Del resto, nessuno Stato europeo incassa dal gioco d’azzardo quanto l’Italia. L’ultimo rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (un organismo indipendente che ha il compito di svolgere analisi e verifiche sulle previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica) calcola che nell’ultimo decennio l’Italia ha alzato il livello di tassazione sul gioco d’azzardo più in alto di tutti gli altri Paesi europei: più del doppio rispetto a Francia e Regno Unito, e quasi quattro volte quello di Spagna e Germania.

Nel 2016, le vincite hanno superato i 77 miliardi di euro e il “payout”, cioè la percentuale delle vincite restituita ai giocatori, vale circa l’80% della cifra. Il restante 20%, oltre 19 miliardi, è ripartito quasi in egual misura tra fatturato delle case da gioco ed entrate tributarie. Questo significa che il nostro Stato ha guadagnato circa 10 miliardi di euro. E nel 2017 la raccolta da giochi e scommesse è ancora aumentata, oltre il tetto dei 100 miliardi.

Il sistema del gioco non ha bisogno di divieti, ma di riforme. Va vietata la jungla dell’azzardo, dove s’infila agevolmente la malavita organizzata. Vanno aumentati i controlli sui gestori delle slot machine, fisiche e virtuali. Tutto il resto è illusorio e falso. Nelle regioni dove le leggi locali hanno vietato le slot machine, il mercato illegale ha banalmente rioccupato lo spazio lasciato libero dal mercato legale che si era ritirato.

Così, alla fine, questo decreto ipocrita non genererà l’effetto desiderato e tanto sbandierato: colpirà non soltanto il settore del gioco, ma anche quello del lavoro; e danneggerà inevitabilmente anche le aziende di marketing e di comunicazione, che sulla pubblicità vivono. Come giornali e siti internet.


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