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Il suicidio di Paula Cooper, la sedicenne che cambiò l'America

Fu al centro di una campagna internazionale contro la pena di morte. Il suo corpo è stato ritrovato oggi a Indianapolis

La vita, l'aveva riguadagnata con le parole. Degli altri. La libertà, l'ha conquistata cucinando. Per gli altri. Trenta anni fa, ogni appello, dichiarazione, intervento a suo favore era un centimetro in più verso il cancello d'uscita del braccio della morte. Alla fine, grazie alla spinta di una campagna internazionale in cui fece sentire la sua voce anche Giovanni Paolo II,  riuscì a superarlo, lasciandosi alle spalle l'asettica camera delle esecuzioni capitali e il boia. Poi, per altri 28  anni, fino al 17 giugno 2013, ha avuto solo un sogno: lasciare la prigione. L'aveva realizzato, grazie alla legge che cancella un giorno di pena per ogni giorno di buona condotta in carcere. 

 Paula Cooper, 45 anni, è stata trovata morta oggi dalla polizia di Indianapolis. L'ipotesi, visto il corpo di arma da fuoco sul corpo, è quella del suicidio. Il suo volto di donna matura sembrava essere molto diverso da quello dell'adolescente ritratto nelle foto segnaletica dopo l'arresto per l'omicidio di Ruth Pelk.

Quella ragazzina dell'Indiana era il capo della gang femminile che quel 14 maggio del 1985 bussò alla porta della casa dell'anziana insegnante di religione. Le altre rimasero fuori, lei entrò, disse che voleva parlare della Sacre Scritture, ma poi tirò fuori un coltello e colpì 12 volte la donna. Era una rapina andata così; frugò nei cassetti, ma non trovò molto; dieci dollari. Presero allora la macchina della Pelk e andarono a fare shopping. Dopo l'arresto, le altre indicarono in Paula l'autrice del delitto. Un anno dopo, veniva condannata a morte. Era il 1986 e lei aveva quindici anni. La più giovane detenuta in attesa del boia in tutti gli Stati Uniti. Sarebbe bastato quello per farsi molte domande, ma le leggi dell'Indiana dicevano che dai dieci anni in su, uno poteva essere condannato alla pena capitale. 

Per fortuna di Paula, allora, non a tutti sembrava normale che una quindicenne facesse l'Ultimo Miglio. Anche Bill, il nipote di Ruth Pelk, un uomo di trent'anni, voleva capire di più del perché di quel delitto e di quella condanna. Iniziò un dialogo con la Cooper. Che lo fece diventare uno dei maggiori sostenitori della sua causa. Il suo perdono fu una delle spinte della campagna nazionale e internazionale a favore della giovane dell'Indiana. Non solo associazioni per i diritti umani degli States, ma anche organizzazioni e personalità straniere fecero sentire la loro voce. Gli appelli per commutare la pena si moltiplicarono in quei mesi. Intervenne anche Giovanni Paolo II con lettere e preghiere. L'Italia era in prima fila. Tanto che del caso di Paula Cooper si parlò anche nella trasmissione della domenica condotta da Raffaella Carrà. 

La pressione internazionale portò i giudici a riaprire il caso. L'Indiana rivide le sue leggi e stabilì che la pena capitale poteva essere inflitta solo a chi aveva compiuto i sedici anni. Paula Cooper fu fatta uscire dal braccio della morte e la sua condanna venne commutata in 60 anni di prigione. Non solo. Fu proprio grazie a lei e allo scalpore attorno alla sua vicenda che la Corte Suprema degli Usa decise che i minori di 18 anni non potevano essere messi a morte. Ma in realtà, l'effetto del suo caso fu anche superiore. Insieme ad altri, altrettanto significativi, contribuì a scalfire quel granitico muro di certezze che gli americani avevano sulla pena di morte. Gli effetti di quei dubbi, sorti allora, si vedono adesso: molti stati hanno deciso di abolirla o sospenderla.

La sua storia era considerata la prova vivente che la pena di morte non serve. E che, al contrario, la detenzione poteva riabilitare. Per Paula Cooper, gli anni nel carcere di Rockville non sono stati facili. Ma a un certo punto aveva deciso che avrebbe voluto uscire. In alcune interviste, raccontò che è stato il pensiero della madre che l'ha sostenuta: la donna sognava di vederla libera. In prigione ha studiato e si è diplomata come infermiera. Ha lavorato sodo per riconquistarsi la libertà, negli ultimi tempi in mensa: "Mi piace cucinare per gli altri" - ha detto. Ogni pasto, un giorno in meno di carcere. Ha avuto uno sconto della pena. I primi tempi fuori fu  aiutata e sorvegliata. Ha vissuto in una struttura apposita e ha avuto il supporto di psicologi.  Paula Cooper ha avuto la sua seconda chance. Fino all'epilogo odierno che nessuno avrebbe potuto immaginare.

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