L'instabilità del Nord Africa
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L'instabilità del Nord Africa

Quanto successo agli ostaggi francesi dimostra la forza ed influenza jihadista nell'area (ed il ritratto di Boko Haram)

di Luciano Tirinnanzi

Il video di rivendicazione del rapimento del dipendente francese del gruppo GDF Suez, Tanguy Moulin-Fournier - sequestrato il 19 febbraio nel nord del Camerun insieme a moglie, quattro figli e un amico - racconta una verità oltre le immagini. Quella di una possibile saldatura internazionale dei vari gruppi di guerriglieri che, sotto le diverse insegne, fanno riferimento ad Al Qaeda e al jihadismo.

Dopo la scoperta di preziosi e inediti documenti del gruppo AQIM (Al Qaeda nel Maghreb Islamico), trovati nella sede dell’emittente radiotelevisiva maliana ORTM di Timbuctu - da dove probabilmente i jihadisti hanno trasmesso numerosi messaggi prima di fuggire - abbiamo compreso che, non solo la guerra in Mali è frutto di un piano ben più ampio per conquistare tutto il Sahel e imporvi la Sharia, ma anche che queste bande di predoni del deserto si stanno progressivamente saldando, in ragione del comune obiettivo, e si dimostrano sempre più capaci di coordinarsi e di superare anche le profonde diversità di vedute.

I jihadisti, o supposti tali, stanno cioè adattando l’ideologia alle esigenze operative e alle condizioni che trovano sul terreno, per arrivare al raggiungimento dell’obiettivo principe. Perché affermarsi in tutto il Sahel, significa affermarsi in quella grande regione che attraversa Mali, Mauritania, Burkina Faso, Niger, Ciad, Senegal, Sudan ed Eritrea e che si estende in pratica in tutta la fascia settentrionale dell’Africa. In questo scenario il Mali, per usare le parole del leader di AQIM, Abdelmalek Droukdel, è solo un “primo esperimento di Jihad nel Sahel”, “un seme che può generare un albero bellissimo”. Tradotto, ci aspettano altre cattive notizie.

Intanto, il gruppo GDF Suez ha dato l’incarico all’agenzia di sicurezza privata inglese Control Risk Group di avviare le trattative con i rapitori di Moulin-Fournier e degli altri familiari. Il problema è che i negoziatori inglesi hanno sì accumulato notevole esperienza in trattative per rapimenti e prese di ostaggio ad opera delle bande di briganti che imperversano in Nigeria. Ma, come sostengono fonti dell’intelligence francese - evidentemente infastidite dalla scelta da parte di GDF di rivolgersi a una compagnia privata inglese - trattare con dei predoni a caccia di denaro è ben diverso rispetto a tentare una mediazione con militanti del Jihad.

Il video di Boko Haram

Se lo strumento preferito della propaganda interna a questi gruppi sembra essere la comunicazione scritta (già lo scorso anno erano stati distribuiti documenti programmatici di orientamento della politica, simili a quello trovato a Timbuctu), ricominciano a diffondersi in rete i video di rivendicazione cui eravamo stati abituati ai tempi della guerra in Iraq e in Afghanistan. Il filmato messo in rete lunedì 25 febbraio, che mostra l’intera famiglia di Parigi - sette persone in tutto, tra cui quattro bambini - rapita il 19 febbraio nel nord del Camerun ad opera di Boko Haram (nome che, tradotto letteralmente, significa: “la cultura occidentale è peccato”), svela molto più di quanto il gruppo nigeriano che lotta per stabilire la Sharia in Nigeria desiderasse mostrare.

Gli analisti dell’intelligence concordano nel ritenere che, in quel video, vi siano significative novità circa il modus operandi del gruppo: anzitutto, prima di quel filmato non risultava che Boko Haram avesse mai partecipato ad azioni dirette di rapimento. Secondariamente, il portavoce dei rapitori nel video parla in arabo anziché in Hausa, il dialetto nigeriano con cui siamo abituati a sentir parlare i rappresentanti di Boko Haram. Terzo, non viene mai menzionato il leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, che nella ritualità di queste comunicazioni è un altro elemento inedito.

Poi, vi è la richiesta insolita relativa alla liberazione dei prigionieri: i rapitori chiedono il rilascio di militanti islamici detenuti non solo in Nigeria ma anche in Camerun, dove si riteneva che Boko Haram non avesse interessi diretti. Infine, i continui riferimenti alla guerra “contro l’Islam” da parte della Francia di Hollande e dell’Occidente, dimostrano quantomeno un cambio di strategia che allarga le prospettive di lotta oltre i confini nigeriani, avvicinando il gruppo a movimenti come AQIM e Ansar Al Din.

Se i sospetti di internazionalizzazione e di coordinamento della lotta da parte di tali gruppi - che, ribadiamo, sono profondamente diversi e in antitesi tra loro - fossero confermati, ciò significherebbe che la guerra ha compiuto un salto di qualità. Anche se con ogni probabilità un minuto dopo la conquista dell’obiettivo questi gruppi si dividerebbero nuovamente, ciò non consente di sentirsi più sicuri in tutto il Nord Africa.
Chi è Boko Haram

Il nome ufficiale del gruppo Boko Haram è Jama’atu Ahlis Lidda’awati Sunna wal-Jihad, che in arabo significa “persone impegnate nella diffusione degli insegnamenti del Profeta e del Jihad”, e nasce con l’obiettivo di istituire la Sharia in Nigeria. Successivamente, il nome è stato abbreviato in Boko Haram, che si può tradurre con “l’educazione occidentale è peccato”. È evidente, pertanto, la totale ostilità dei suoi militanti verso tutto ciò che richiama valori non musulmani, religione cristiana in primis.

Ma questa contrapposizione tra islamisti e cristiani non assume soltanto la connotazione di un conflitto religioso. Boko Haram è infatti espressione di un Paese drammaticamente diviso tra il suo meridione, ricco di petrolio e cristiano, e un settentrione povero, sottosviluppato, musulmano e malgovernato da politici corrotti. È in questo contesto sociale e culturale che ha preso piede la credenza, diffusa e abilmente sfruttata dai guerriglieri, che i guai della Nigeria - compresa la corruzione della classe politica - dipendano dall’influenza negativa dei valori occidentali cristiani, considerati fonte di peccato.

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