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Pedofilia: se resta una fantasia può essere curata

L'ex Modà Paolo Bovi si definisce "malato di pedofilia". Il professore tedesco Klaus Beier spiega perché non bisogna stigmatizzare l'inclinazione sessuale, ma imparare a gestirla per evitare che diventi "azione"

Potrebbe essere una buona occasione per parlare serenamente e confrontarsi sulla pedofilia.

L'ex fonico dei Modà, Paolo Bovi, condannato a 5 anni e mezzo di reclusione lo scorso ottobre per violenze sessuali su quattro ragazzi di età compresa fra 14 e 16 anni, in una lettera inviata ai genitori prima di un tentativo di suicidio e resa nota ieri si è definito malato:

“Purtroppo sono ammalato di pedofilia, l’ho capito quando per la prima volta alle superiori ho sentito quella parola e l’ho cercata sul vocabolario. Una sola riga che descriveva esattamente la mia situazione”. La lettera è finita nelle motivazioni della sentenza emessa dal giudice di Milano, che ne riporta alcuni stralci davvero toccanti. Paolo Bovi scrive di essere sempre stato un “bambino sensibile, dolce e sincero, ho sempre creduto che ogni cosa che dicevano papà e mamma erano la verità. Per me quello che mi dicevano i miei genitori era la cosa più importante. Sono sempre stato buono e volevo conoscere il mondo come tutti. Purtroppo, e ve lo dico con certezza, sono ammalato di pedofilia”.

Ci sarebbe di che riflettere, partendo dalla violenza subita da adolescenti e dal tormento interiore di quest’uomo che è finito giustamente in galera. Proviamoci. Qualche anno fa ho scritto un libro dal titolo Golgota, inchiesta sulla pedofilia dentro la chiesa cattolica. Durante la fase di lavorazione mi sono imbattuto nel professor Klaus Beier, dell’istituto di scienze e medicina sessuale della clinica universitaria Charité di Berlino, promotore della campagna Lieben Sie Kinder mehr als Ihnen Lieb ist?, “Le piacciono i bambini più di quanto le faccia piacere?”

Si tratta di un servizio gratuito di aiuto terapeutico e consulenza rivolto a uomini che nutrono fantasie sessuali su bambini e giovanissimi ma che sono determinati a non passare all’azione. Le porte sono aperte a tutti, anche a chi confessa di aver già commesso abusi su minori in passato.

Incuriosito da un approccio al problema per me nuovo e totalmente rivoluzionario, con l’aiuto del bravissimo collega Michele Fossi incontro il professore nel quartiere Mitte, a Berlino, non lontano dalla clinica dove lavora. Dalle sue prime parole capisco che è un uomo diretto e schietto: “Se vogliamo davvero prevenire l’abuso sessuale sui minori, dobbiamo innanzitutto avere chiaro che esiste un vasto spettro di inclinazioni sessuali innate e inalterabili che deviano in varia misura dalla media. Quando si affronta il campo delle implicazioni della pedofilia, è importante fare dei distinguo. Le fantasie sessuali che il pedofilo nutre nei confronti di un minore non sono di per sé moralmente riprovevoli. Esse, al contrario, vanno considerate lecite, perché espressione di un’inclinazione sessuale innata e immodificabile, che in nessun modo dipende dalla sua volontà. Solo nel momento in cui decide di passare all’azione e di trasformare quelle fantasie in veri e propri atti sessuali il pedofilo compie un atto grave, sia dal punto di vista morale sia da quello legale".

Il primo effetto delle parole del professor Beier è una sorta di pugno nell’occhio. Mi sta dicendo che l’adulto attratto sessualmente da un bambino non va criminalizzato - solo per l'attrazione che prova -, e che le sue fantasie vanno accettate. In buona sostanza, non va punito l’occhio languido, ma solo il momento in cui si passa all'azione. La mia semplificazione sarà anche brutale, ma la sostanza del discorso è questa. La condanna morale del pedofilo non deve mai scavare nelle sue inclinazioni.

Il punto di partenza per affrontare il problema, sostiene Beier, è l’accettazione serena della propria inclinazione. “La nostra filosofia è quella di insegnare al pedofilo a prendere coscienza delle proprie fantasie sessuali, perché solo in questo modo può riuscire a gestirle. Dopo di che va intrapreso un percorso di accettazione della propria sessualità. Imparando però a controllare gli atti, anche avendo coscienza della gravità delle conseguenze che producono sulle vittime. Nei casi più acuti, si fa ricorso ai farmaci che calmano il desiderio. I pedofili devono affidarsi con serenità a strutture mediche specializzate come la nostra. Nessuno li giudica per le loro azioni. Ricevono aiuto psicologico e farmacologico per non commettere reati."

Il professor Beier tira fuori dei dati. Il programma della clinica universitaria Charité è partito nel 2004. L’istituto ha ricevuto 928 richieste da parte di pedofili. Ben 428 hanno concluso la fase diagnostica iniziale, ma finora solo 41 hanno portato a termine la terapia. Metà di loro aveva già cercato aiuto terapeutico in passato, ma senza successo. La provenienza sociale è varia. L’età media è 39 anni. Quella in cui hanno preso coscienza della propria inclinazione sessuale è 22. "I risultati sono molto incoraggianti. A conclusione della terapia, in gran parte di questi pazienti si registra una diminuzione delle distorsioni cognitive e un netto aumento di empatia nei confronti delle potenziali vittime. In sostanza si affievoliscono i fattori psicologici considerati a rischio. Circa un quinto chiede la somministrazione di farmaci per diminuire il desiderio sessuale".

Se ho capito bene, la tesi di Beier è questa: per contrastare in maniera efficace il problema della pedofilia, la società dovrebbe innanzitutto imparare a non stigmatizzare i pedofili per un’inclinazione sessuale che non è frutto di libero arbitrio. Solo in questo modo loro possono uscire allo scoperto e farsi aiutare in strutture specializzate. “Ma fino a oggi la società ha preferito il paraocchi. Ci si illude che basti arrestare qualcuno di tanto in tanto e poi darne notizia al telegiornale”.

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