Siria, se le vittime "convenzionali" valgono meno degli uccisi dal gas

L'ipocrisia delle azioni di rappresaglia giustificate dall'umanitarismo nascondono l'impotenza davanti al conflitto di Assad contro il suo popolo e il gioco delle alleanze - Russia e Iran - che lo sostengono

Maaret al-Ikhwan

Un uomo siriano evacuato dalla città ribelle di Harasta, nel Ghouta orientale, arriva in un campo per sfollati a Maaret al-Ikhwan, nella provincia di Idlib, 23 marzo 2018. – Credits: OMAR HAJ KADOUR/AFP/Getty Images

Marco Ventura

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La bontà esiste, come categoria, in politica estera? Stati Uniti, Francia e Regno Unito sono intervenuti in Siria per difendere la popolazione civile dall’uso delle armi chimiche da parte del dittatore Bashar el Assad. Così almeno sostengono. 
Quel centinaio di morti, la sofferenza di quei bambini che il mondo ha visto nei Tg boccheggiare con la maschera sul viso e sottoporsi a docce per purificarsi dal veleno, sarebbero stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso della nostra coscienza.
Meglio, della coscienza dei capi di governo.

Peccato che non solo 75 siano, dal 2011, i morti della guerra siriana, ma 600mila (la conta solo alla fine, a uso di Wikipedia) ammazzati in tutti i modi possibili: sepolti sotto le bombe, falcidiati da mitra, mortai, carri armati e aerei, o fucilati, sgozzati, impiccati, sfiniti da stenti, malattie e torture.
Ma quei 600mila valgono meno di 100. E il messaggio che Assad deve aver recepito (ammesso che sia stato lui a ordinare l’attacco chimico) è che potrà continuare a massacrare i civili a patto di non usare il gas. 

È stata la nostra bontà a suggerire questa “linea rossa” e non altre come limite alla pazienza dell’Occidente? E chi ha deciso di non partecipare direttamente all’attacco (Italia e Germania, per esempio) è stato cattivo? O forse, non abbastanza buono…?

Non credo. Credo piuttosto che la bontà non c’entri nulla. Quello che vedo è l’uso dei civili come giustificazione all’intervento, insieme alla costante indifferenza della comunità internazionale verso le stragi degli innocenti. Né si può dire che sia stata la pressione dell’opinione pubblica, buona al punto di commuoversi per le uccisioni, a convincere i leader a spingere il bottone dello strike. 

Non ho visto (mi saranno sfuggite) manifestazioni a Washington, Parigi e Londra, per protestare contro lo sterminio, chimico o “pulito”, dei poveri siriani. A fatica ho colto qualche individuale mormorio di raccapriccio e un generico auspicio che qualcuno “faccia qualcosa”. Ma chi? E cosa? La risposta può davvero essere un’ora di attacco e 105 missili su bersagli noti, in qualche modo comunicati se non addirittura concordati, con un bilancio finale di 3 feriti? Un eccesso di bontà anche questo?

Intervento umanitario

No. Per capire meglio bisogna fare un passo indietro al 1987, quando il medico e esponente di Médecins sans Frontières e futuro ministro francese Bernard Kouchner propose di completare la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo con la previsione del diritto di “intervento umanitario” (in nome di “una morale dell’estrema urgenza”) che avrebbe poi assunto la denominazione di “ingerenza umanitaria”. 

Eccezione, questa, al principio di “non ingerenza” negli affari interni di uno Stato, sancito dalla Carta di Helsinki, atto finale della Conferenza del Consiglio per la sicurezza e la cooperazione (CSCE) in Europa del 1975.

Ma già allora, nel dibattito che ne scaturì, emersero le due condizioni imprescindibili di questa ingerenza umanitaria:

- l’ombrello dell’ONU (oppure un accordo fra le parti coinvolte); 
- la certificazione delle violazioni dei diritti umani da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. 

Ecco allora, dal 1992 al ’95, la missione UNOSOM in Somalia, che finì in un bagno di sangue. I caschi blu furono incapaci di riportare l’ordine e la pace e ristabilire la legge dello Stato. Il 2 luglio 1993 furono uccisi 3 caschi blu italiani nella battaglia del pastificio, il 3–4 ottobre toccò a 19 americani. Fra i contingenti nazionali esplosero polemiche sulla gestione della spedizione e sulle regole d’ingaggio. Nello stesso periodo si sviluppò la missione UNPROFOR nella ex Jugoslavia, che si concluse nel ’95 col disonore (a carico dei caschi blu olandesi) del massacro di Srebrenica: oltre 8mila musulmani trucidati, donne stuprate e militari dell’ONU che assistettero alla carneficina, pavidi e impotenti. 

Nel 1994, nessuna ingerenza umanitaria per impedire e mettere fine al genocidio di Tutsi in Ruanda: fra aprile e luglio, almeno mezzo milione di civili massacrati a colpi di arma da fuoco, machete e bastoni chiodati, fino a un bilancio complessivo fra 800mila e un milione di vittime. La bontà, anche in quel caso, non scattò. Anzi, le precise informazioni del generale delle forze ONU Roméo Dallaire vennero ignorate e non portarono ad alcun rafforzamento del contingente UNAMIR, né a una modifica del mandato. 

Nei primi anni ’90 anche Giovanni Paolo II e i cardinali Sodano e Tauran teorizzarono l’ingerenza umanitaria nella ex Jugoslavia, naturalmente a fianco della cattolica Croazia martellata dall’artiglieria e dagli aerei serbo-ortodossi. L’intervento sarebbe stato giusto, anche per scongiurare quanto sarebbe poi successo in Bosnia. A caldeggiarlo pure il filosofo Bernard Henri-Levy, che nel 2011 si sarebbe nuovamente speso, in nome della difesa degli abitanti di Bengasi dai carri armati di Gheddafi, per la guerra al Colonnello. Che ci fu e si concluse con il linciaggio del dittatore e, da allora, già sette anni di instabilità e violenze.

Perciò non parlatemi di ingerenza umanitaria, di bontà e generosità verso donne e bambini. Gli argomenti etici troppo spesso sono serviti solo per giustificare guerre ben altrimenti motivate e con scopi totalmente diversi dal salvataggio degli innocenti. 
Che almeno ci venga risparmiata l’ipocrisia dell’umanitarismo.

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