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L'Iran, Hassan Rouhani, il suo governo contestato

Crescita economica, riduzione delle sanzioni e della corruzione, apertura sui diritti umani: da sempre, i punti-chiave della leadership politica di Teheran

Hassan Rouhani, 69 anni, è il presidente dell’Iran dal 2013. È stato riconfermato alle elezioni del maggio 2017 per un altro mandato.

All’indomani dalla sua elezione, si è ritrovato a fronteggiare innanzitutto una situazione economica interna piuttosto problematica, a partire dalle sanzioni bancarie previste dall’accordo sul nucleare del 2015 e dal fatto che molti settori sono ancora controllati da fondazioni religiose e dai Guardiani della Rivoluzione, organo militare istituito in Iran dopo la rivoluzione islamica del 1979 caratterizzato da una profonda fede ideologica e fedele alla Guida Suprema, l’ayatollah Khamenei.

Crescita economica, innanzitutto

Oltre a lavorare sulle trattative tese a rimuovere tali ostacoli, il governo di Rouhani ha promesso fin da subito di voler considerare in primo piano la crescita economica, una priorità per ridistribuire le risorse e migliorare le condizioni di vita dei ceti meno abbienti, oltre che di voler mettere in atto una serie di iniziative per migliorare l’ambiente imprenditoriale e intervenire su malagestione e corruzione radicate da anni nel tessuto economico iraniano.

Altri aspetti degli impegni che oggi molti giovani che l’hanno votato gli rinfacciano di non aver mantenuto riguardano le prospettate riforme per la riorganizzazione dei sussidi, per il controllo dell’inflazione e della disoccupazione, assieme a quelle che riguardano le aperture sociali e il rispetto e la salvaguardia dei diritti umani, entrambe al centro degli scontri di piazza di questi giorni.

Le promesse "sociali"

Su quest’ultimo fronte, all’indomani della sua prima elezione, il presidente ha ordinato la liberazione di undici prigionieri politici, e ha più volte ribadito l’importanza di creare pari opportunità per le donne, associando alle relative esternazioni pubbliche diverse azioni simboliche, come la nomina di Elham Aminzadeh a vice-presidente, e Marzieh Afkham come prima portavoce donna del ministero degli Esteri, oggi ambasciatrice in Malesia.

Altro tema “spinoso”, quello della censura, rispetto alla quale il governo di Teheran ha più volte dichiarato di voler intervenire, principalmente ampliando le possibilità degli iraniani di accedere a Internet.

Le politiche estere

Anche in questo ambito, il governo iraniano si è ritrovato a dover fronteggiare le istanze conservatrici del clero iraniano e a gestire l’ingombrante eredità di Ahmadinejad sia sul nucleare che a proposito di Israele, la cui legittimità, ad oggi, non è riconosciuta dalla repubblica islamica.

Pur dissociandosi dalle dichiarazioni negazioniste del suo predecessore, il presidente iraniano ha sempre definito Israele come un “governo usurpatore che commette ingiustizie contro i popoli della regione”, riconoscendo tuttavia l’Olocausto.

Nella difficile gestione di tale contesto, Rouhani si è avvalso dell’esperienza diplomatica e negoziatrice del ministro degli Esteri Javad Zarif.

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