Io eritreo tra i miei fratelli a Lampedusa
Io eritreo tra i miei fratelli a Lampedusa
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Io eritreo tra i miei fratelli a Lampedusa

Arafayne Beraki è andato a Lampedusa per raccontare la nuova emigrazione 40 anni dopo il suo arrivo in Italia. Il reportage, l'incontro, la tragedia del 3 ottobre

Sono nato ad Asmara 59 anni fa. Ma da 37 vivo in Italia. Mi chiamo Arafayne Beraki, ho una casa a Catania e tre figli. Ma oggi sono a Lampedusa. Sono venuto fin qui con un giornalista di Panorama. Dice che me la cavo benissimo in italiano. Pensava di trovare un eritreo che farfugliasse. Ho imparato la vostra lingua sin da piccolo grazie a dei professori italiani. Solo il tono e le pause tradiscono le mie origini. Adesso sono venuto in quest’isola per rivedere me stesso a quarant’anni di distanza nel volto dei nuovi emigranti.

Yoseph ha miei stessi capelli, quelli che sono cominciati a cadere. Sirak è spavaldo come il mio ultimo figlio. Samsoon forse continuerà a studiare se solo riuscirà a fuggire da Porto Empedocle senza che lo costringano a lasciare le sue impronte digitali. Si è lavato le mani con l’acido. Mereu ha lo stesso coraggio di mio nipote. Quello che mi è mancato per essere un guerrigliero. In realtà ho la stessa timidezza di Natnael, il ragazzo che più mi assomiglia. Sono fuggito dalla guerra civile. Ero infatti già scappato da Asmara quando il Fronte di Liberazione rovesciava la dittatura di Menghistu. Non sono mai stato un giovane incosciente. Se sono andato via dall’Eritrea è stato solo per paura. Ma a cosa serve l’incoscienza di Yoseph, Sirak, Samsson, Mereu, Natnael? Sono partiti uomini e a Lampedusa sono diventati conigli. Come i conigli escono dalla rete metallica che hanno reciso. E io adesso li vedo chiusi in questo recinto dalla collina da dove mi arrampico.

Se non sono diventato cittadino inglese lo devo a delle coliche. Devo anche a quelle, se non sono riuscito a fare il matematico. Ma se non fossi rimasto quasi 40 giorni in un ospedale non avrei conosciuto Lettensa, mia moglie. Per colpa delle coliche ho perso una borsa di studio all’università di Sheffield. Quando mi chiamarono ero ancora ricoverato in ospedale. A nulla servì spiegarglielo. Riprovai nel 1977, ma quell’anno non superai le selezioni. M’iscrissi alla facoltà di matematica di Catania, ma per un nulla osta mai arrivato non sono riuscito a laurearmi. Mi è andata meglio con la cittadinanza. Dal Dicembre del 2001 sono cittadino italiano. Dopo 25 anni ho avuto la mia prima carta d’identità: «Arafayne Beraki». Arafayne significa “Luce dei miei occhi”. Mi chiamarono così perché ero l’unico figlio maschio della famiglia, ma il mio padrone mi chiama Raffaele, perché Arafayne dice che sia troppo difficile. Sono diventato il suo autista, ho viaggiato insieme a lui come fanno gli amici, mi ha permesso di avere una casa, ha dato lavoro alle mie sorelle.

Dal 1976 ci siamo visti quasi tutti i giorni. Per tre giorni non ci vedremo. Per arrivare al Cie di Lampedusa ho noleggiato un motorino. L’ultimo motorino su cui sono salito era la Lambretta gialla di mio padre. Faceva il finanziere per conto del governo. «Non ti recluteranno, non dovrai combattere contro i guerriglieri. Rimani» mi diceva per trattenermi. Invece partì ugualmente, alla fine vinse il desiderio di mia madre. Ad accompagnarmi alla frontiera fu lui stesso. Quando i militari lo videro con la sua divisa e i gradi mi lasciarono passare. Mi salutò così: «Mi sa che non ci rivedremo». Pensava che durante la marcia sarei passato con i guerriglieri. Non ci siamo più rivisti. E’ morto d’infarto, il giorno in cui mia sorella riuscì ad ottenere il visto per farlo venire in Italia. Oggi potrei essere io il padre di Yoseph, o forse dell’acrobata Sirak. Ma quanti figli mi mancherebbero all’appello? Anche io che ho studiato matematica non so più contare. 302 sono bare. 111 mi dicono che sono i riconosciuti. Forse non è vero. 59 sono corpi da recuperare. Chiedo i numeri ad ogni eritreo sopravvissuto che sta seduto su questa collina che mi ricorda il Calvario, il Golgota, così bianca arenaria e di calcare con tanti rovi dove si impigliano i miei pantaloni neri. Guardali Dio come sono seduti, mancano solo le croci, ma le portano tutte sul petto, tutti hanno rosari, medaglie con la Vergine che usano come mostrine, sembrano le tue milizie.

Li chiamo in dialetto tigrino e cominciano ad avvicinarsi in cinque, saltano tra le rocce e i sassi come cavallette. I siriani mi evitano. Degli ultimi loro sono i primi nel vestire, nei cellulari che possiedono, nelle lusinghe che ricevono dai giornalisti. I miei figli eritrei invece sono considerati dei paria, tra gli ultimi sono gli ultimi in questo campo dove i materassi s’inzuppano d’acqua, la vita è promiscua. Mi circondano a cerchio, tutti con un asciugamano al collo, il braccio sulla spalla dell’altro. Hai dimenticato Mekonnan come chiamavano noi eritrei? Gli «israeliani d’Africa», anche noi senza patria, costretti a camminare. Marciammo per 14 giorni prima di arrivare a Kassala al confine con il Sudan, 500 km prima di salire su un treno che ci avrebbe portato a Khartoum. Quanto era lento… Furono altri tre giorni di viaggio per giungere in Libia. Ma a noi ci attendeva un aereo, un viaggio pagato trecentomila lire. Ti aspettava la Svezia, la tua professione di medico. Fuggivamo la guerra, loro fuggono dalla pace. E me lo dice Sirak che ha 16 anni e che ha pagato 5000 euro: «Non sono fuggito dall’Eritrea per troppa fame, ma per troppo cibo. A volte ci offrono la mortadella e ci dicono: la conoscete? Ma certo che la conosciamo. Pensano che sia la fame che spinge a lasciare l’Eritrea. Mi chiedono: “Avete il cielo”? E io per accontentarli gli dico che è più piccolo di questo. Alla fine Lampedusa è uguale ad Asmara, hai visto la chiesa?».

Sembrano volare come mosche, sciamano per le macchie, mi sorridono. Non ho mai visto la solitudine nel viso di un africano. Non ce l’hanno neppure adesso. Mi fanno correre a piedi, mi mostrano il molo, le vie, come fanno sempre gli scugnizzi in ogni città del mondo. Oltrepasso l’isola dei conigli e allora mi chiedo da quando i miei figli sono diventati conigli. Dove abbiamo sbagliato? Certo, temiamo sempre una guerra con la vicina Etiopia, ma in Eritrea non c’è più la dittatura, siamo considerati dopo il Sudafrica il paese che più corre verso lo sviluppo, la scuola è obbligatoria, l’assistenza sanitaria è garantita. Eppure non è bastato. Ho lottato dall’estero per vederli sbucare dalla terra come talpe? I lampedusani li prendono per mano e li conducono nelle loro case, Lillo Maggiore che lavora a scuola mi chiede di Alex che nel naufragio ha perso la madre e la sorella: «Lo conosci? Puoi tradurre per me? Io voglio farlo dormire qui. Perché non lo fanno dormire da me?».

E quando vedo la casa di Lillo penso a Massaua, alle vecchie che stanno sulle porte ad attendere l’umidità della notte come Rosaria, Maria Concetta, Maria Elisa che mi dice in dialetto: «Io mi metto a chianciri. Mi chiedono un bicchiere d’acqua e io ci do un succo di frutta. Mi chiedono un po’ di pane e ci do pure il tonno. Mi dispiace solo non saper dire: Ti voglio bene». Le assicuro che lo tradurrò io per lei. E adesso si vergogna di aver parlato leggermente in dialetto con me che sono eritreo senza sapere che abito a Catania dal ’76 : «Allora è paesano…». «E’ grazie ai lampedusani come Lillo che ci siamo salvati, se la nave si è fermata è colpa della guardia costiera», esclama a un tratto Natnael. Ma finora Natnael non aveva parlato. Come mi assomiglia questo ragazzo. Preferivo tacere come lui. Ero magro quanto lui: è il mio specchio.

E Natnael mi racconta che anche lui ha pagato 5000 mila euro, che è rimasto 4 mesi in una prigione di Tripoli, venduto come ostaggio da predoni ciadisti, mangiando una volta al giorno. Poi è salito su quella nave. Dopo un giorno erano a un kilometro da questa rupe. Ci vedo ancora benissimo. E’ vicino. Cominciamo a camminare insieme, io basso di statura, lui alto, lui giovane, io già vecchio. Mi racconta che la notte del naufragio la guardia costiera ha intimato alla barca di fermarsi e poi è andata via. Gli scafisti allora hanno spento il motore, ma poi il motore non partiva. Si è rotta la cinghia e la nave ha cominciato ad imbarcare acqua. Lo scafista ha acceso una coperta per lanciare un segnale, ma ha vinto la paura. Hanno temuto il fuoco così come un bambino teme di ricevere uno schiaffo e gira d’istinto il volto. Quella notte morire è stato solo un affare di destra e sinistra. A destra la barca si ribaltava. A sinistra la barca galleggiava ancora. A destra eri bara, a sinistra sopravvissuto. «Adesso odiamo tutti il mare». E lo odia lui che è di Godaif, lo stesso villaggio che ho lasciato io nel 1976.

Chi l’avrebbe detto? Conosciamo lo stesso matto comune, siamo il riflesso di una stessa geografia. «Arriverò in Norvegia? Mi prenderanno le impronte a Porto Empedocle? Perché i siriani subiscono un trattamento diverso rispetto al nostro? E’ quella la nave che usano per trasportarci?», mi chiede indicando un traghetto della Siremar bianco che attracca. «Si può scappare in Sicilia? Come si dice in italiano dear? Week? Month? Day?». Gli interessa tradurre solo le parole che indicano il tempo. Sono le uniche domande a cui so rispondere. Io non sono Daniel, l’amico che ha perso e che lo ha convinto a venire in Italia. Non so aggiustare un motorino come facevano Daniel e Natnael in Sudan dove gestivano un’officina meccanica. «Finora ho solo aggiustato lambrette», mi dice sorridendo Natnael. Quante potrebbe aggiustarne in Europa con le sue mani nere? Non so quanto dista da qui la terra più vicina. E anche se sapessi le miglia che separano Lampedusa da Porto Empedocle a che servirebbero le braccia di Natnael? «Sono rimasto 5 anni in Sudan dove ho prestato servizio militare. Sarei tornato ad Asmara se non mi avessi fermato la vergogna, se non mi avesse convinto Daniel. Volevo tornare ad Asmara come tutti quelli che vengono in Europa. Ricco. Volevo tornare e dire a mia madre: “Ecco, non sono lo stesso di quando sono andato via”».

Ha imparato a fumare e non smette. Dice di fumare 20 sigarette al giorno: «La sigaretta è la mia ultima compagna». Non ha una fidanzata neppure in Eritrea come quelle che hanno Yoseph e Darwit. E’ orfano come me di padre. Vorrebbe tornare ad Asmara come Sirak che pensava a un viaggio semplice e che adesso rimpiange i soldi che ha dato agli scafisti. Ma loro non smetterebbero tuttavia di marciare se solo non si presentasse il mare della Tabaccara con il suo conto, il suo sterminato orizzonte che bolle di spuma. Qui da Lampedusa non è possibile andare via, neppure le bare sembrano possano volare perché troppe e sempre nuove come mi dice questa bellissima donna, Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa. La incontro al bar Glenadine. E’ pieno di gente. Cantano tutti in questa isola. Canta Paco, che mi prepara la cena, canta il proprietario di un bar dove compro una bottiglia d’acqua. Ho molta sete.

A pochi chilometri da questa piazza c’è un hangar che è una carovana delle morte. Di fronte alla chiesa tutti invece si attaccano alla vita. Chissà se un giorno a Lampedusa non ci saranno più bare, oggi sembrano quasi destinate a essere un’installazione a favore di telecamera, almeno fino a quando il mare vomiterà di vita, di cordoni ombelicali. Quando smetterà? «Qui comanda il mare», dice una donna di Lampedusa, unico governo contro cui non si può protestare e stendere le lenzuola che osservo per la città, lungo la via Roma, un rettifilo che taglia in due il paese come un’arancia, mentre mi muovo seguito da questi ragazzi, tutti vestiti con la stessa maglia che indossa Natnael con una tartaruga stampigliata al centro. «Perché questo simbolo?», mi domanda Natnael. E io ricordo solo ora che Lampedusa non è solo un’isola di conigli, ma anche di tartarughe che vengono qui a deporre le loro uova. Stanotte sono tutte schiuse e nere. Strisciano libere, si sono radunate tutte in piazza. Nessuno le schiaccia. Gli operatori delle televisioni hanno messo un telo sulle telecamere qui al molo Favaloro. I giornalisti hanno spedito alle redazioni i loro articoli. Li vedo cenare al ristorante che sta a pochi metri dal comune. E allora penso che siamo come le tartarughe, come i conigli che escono di notte. Nessuno si accorgerà che siamo scuri e camminiamo liberi stasera. Molte luci sono già spente e se qualcuno dovesse accorgersi della nostra presenza, potremmo sempre dire che hanno visto solo ombre. Lo sanno anche i militari che fanno finta di non vederci e lasciano camminare i miei figli eritrei liberi. Al Centro di identificazione ed espulsione stanotte in realtà non c’è nessuno. Solo i gusci sono rimasti.

Carmelo Caruso

Twitter: @carusocarmelo

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