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Ministro Bonafede, ecco perché la colpa delle prescrizioni è quasi tutta dei pm

I grillini vogliono bloccare l’estinzione dei processi dopo la sentenza di primo grado. È un errore: i tempi della giustizia si allungherebbero. E poi oggi quasi 7 inchieste su 10 finiscono nel nulla già durante le indagini preliminari

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Maurizio Tortorella

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Qualcuno prima o poi dovrebbe dirlo, al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Se non lo faranno al ministero, dove tra consulenti e funzionari i magistrati sono forse troppi per garantire vera netutralità sul tema, per lo meno un consigliere esterno dovrebbe comunque avvisare il Guardasigilli che l’emendamento sulla prescrizione proposto dal suo Movimento 5 stelle nel decreto «spazza-corrotti» non è soltanto un grave errore giuridico, come protestano i penalisti e le opposizioni, ma sarebbe soprattutto un clamoroso buco nell’acqua

Per rendersene conto, del resto, basta un’occhiata alla tabella qui sotto.

I processi penali prescritti dal 2005 al 2016

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Dalle stesse statistiche ufficiali del ministero della Giustizia, affiancate a quelle della Procura generale preso la Cassazione, emerge infatti che il 69,8 per cento delle prescrizioni, cioè delle sentenze che estinguono un procedimento penale per colpa del troppo tempo trascorso dal reato, avvengono durante le indagini preliminari, cioè all’inizio del processo stesso: quindi prima del rinvio a giudizio dell’indagato e ancora prima che il processo vero e proprio abbia avuto inzio. Insomma, la stragrande maggioranza dei processi finisce in prescrizione già un bel po’ di anni prima di arrivare alla sentenza di primo grado, proprio il momento che il M5s oggi considera il traguardo da cui partire con la riforma. 

Insomma, se anche l’emendamento grillino riuscisse a superare la negatività mostrata dall’alleato leghista (a partire dal ministro Giulia Bongiorno, che da esperta penalista descrive la riforma come «una bomba atomica sui processi», fino a Matteo Salvini, che invita Bonafede a una seria riflessione), alla fine non risolverebbe gran che, perché riguarderebbe meno di un terzo delle prescrizioni. Per l’esattezza, dal gennaio 2005 (l’anno di partenza della riforma della materia, varata con la controversa legge Cirielli) i procedimenti dichiarati prescritti sono stati 1.594.414 fino al 31 dicembre 2016. Di questi, però, quelli che si sono arenati per sempre già durante le indagini preliminari sono stati 1.112.608: quasi sette su dieci. Va detto che purtroppo a questi due totali manca un dato, quello delle prescrizioni intervenute durante le indagini preliminari nel 2015, che inspiegabilmente non è rintracciabile negli archivi ministeriali. Così, per coerenza, i totali della tabella riguardano soltanto 11 anni su 12, con l’esclusione per l’appunto del 2015. 

Anche con questo strano «buco» temporale, che peraltro non potrebbe modificarne molto il segno, la statistica è comunque sorprendente e (soprattutto) viene incredibilmente sottaciuta nella polemica che dal 30 ottobre si è aperta sulla proposta grillina. Eppure si tratta di una verità incontrovertibile, che porta con sé molti corollari importanti, dal punto di vista sia giudiziario sia politico. 

Le colpe dei pm

Durante le indagini preliminari, infatti, l’attività investigativa non trova alcuna forma di contrasto da parte dell’indagato o del suo avvocato difensore. In quella fase, che può durare anche più di due anni, è il pubblico ministero che fa tutto, dialogando da una parte con la polizia giudiziaria e dall’altra con il Gip, per l’appunto il giudice delle indagini preliminari. Quindi questo 69,8 per cento di prescrizioni «precoci» non può assolutamente essere imputato alle diaboliche strategie dilatorie delle difese. La sua responsabilità ricade sui soli pm. Che evidentemente assolvono al compito costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale a modo loro, scegliendo quali fascicoli siano meritevoli di procedere più o meno speditamente, e quali invece debbano restare in un cassetto (a volte in una cassaforte) o coprirsi di polvere. 

Se si volesse ampliare il discorso, è evidente che da questa statistica emerge con forza che proprio l’obbligatorietà penale è sempre più una finzione scenica, un feticcio ideologico senza alcuna concretezza. E forse se ne potrebbe dedurre addirittura l’esistenza di un grave problema di controllo democratico sull’operato dei magistrati della pubblica accusa, resi praticamente liberi di fare e di non fare, di rallentare e di accelerare le indagini a loro piacere. L’unico ostacolo a questa loro discutibile sovranità totale sulla giurisdizione è attribuito dai codici ai Gip, che però ai pm possono soltanto rifiutare richieste di archiviazione e chiedere supplementi d’indagine, ma non hanno alcun potere di sindacare sui tempi e sui modi delle indagini. 

Il nuovo presidente dell’Unione delle camere penali, Gian Domenico Caiazza (che fu tra i difensori di Enzo Tortora), ha  denunciato che «l’eventuale approvazione dell’emendamento, che nemmeno distingue tra sentenza assolutoria e sentenza di condanna, alla fine del giudizio di primo grado darebbe luogo a una pendenza teoricamente infinita sia della sentenza di condanna, sia dell’impugnazione da parte del pm della sentenza di assoluzione». Ha ragione, Caiazza. Ma il problema d’immagine dei penalisti italiani è che da sempre sono accusati dai pm di essere i responsabili delle troppe prescrizioni italiane. Se volessero, hanno in mano una statistica ufficiale, che ribalta la colpa proprio sulla loro controparte. 


(Articolo pubblicato nel n° 47 di Panorama, in edicola dall'8 novembre 2018 con il titolo "Caro ministro Bonafede ma lei sa che la colpa  delle prescrizioni è quasi tutta  dei pm?")

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