Csm: come funziona, davvero, il sistema di elezione

Le correnti della magistratura e il "mercato" per assegnare i posti di rilievo: il vero disastro della giustizia italiana

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– Credits: erhui1979/istock

Maurizio Tortorella

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Si torna a discutere se il sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura sia tra le cause della deformazione che lo ha trasformato da organo di governo della categoria a mercato di scambio tra le correnti che lo compongono.

Si torna a parlare di “elezione per sorteggio”: per evitare che le correnti lavorino sotterraneamente nel Csm, come “finti partiti” interessati soprattutto a nomine e promozioni, non si dovrebbero più eleggere i suoi membri (i 16 “togati”, su un totale di 27) in base alla regola delle liste contrapposte, bensì per sorteggio fra tutti gli oltre novemila magistrati in attività.

La proposta è formalmente in contrasto con l'articolo 104 della Costituzione, che prevede che i componenti del Csm siano "eletti". Ma comunque sta facendo rumore. Si legge di polemiche, petizioni, appelli…

In realtà è una vecchia idea. A suggerire la tesi del “sorteggio”, una quindicina d’anni fa, per primo fu un fior di magistrato (di sinistra), oggi in pensione: Bruno Tinti, ex procuratore aggiunto di Torino. Che la sua idea, a prima vista bizzarra, continui oggi a far discutere la categoria è forse il segnale della disperazione collettiva di fronte al busillis.

La situazione, grosso modo, è questa. I novemila magistrati si dividono in cinque correnti. Due sono di sinistra: sono Magistratura democratica, fondata nel 1964 all’ombra del Pci, e il Movimento per la giustizia, nato come cartello elettorale tra due gruppi di sinistra, i Verdi e Articolo 3.

A loro volta queste due correnti di sinistra si sono fuse, ma solo elettoralmente, in una terza che si chiama Area. Altre due correnti, poi, sono genericamente centriste: Unità per la Costituzione e Magistratura indipendente. Poi c’è l’ultima nata, Autonomia e indipendenza, che alcuni dicono “grillina” e ha connotati più corporativi.  

Bene. Un magistrato che decida di stare fuori da uno di questi cinque “partiti” è svantaggiato in tutto.

Certo farà carriera, visto che questa è automatica grazie a due leggi del 1966 e del 1973: chiunque passi l’esame di Stato, sa che gli basterà sopravvivere qualche decennio per arrivare a ottenere lo stipendio di un presidente di Corte di cassazione. Ma pochi magistrati ne avranno effettivamente il ruolo, e di certo chi non fa parte di una delle correnti troverà molto difficile entrare nel “mercato” che ha il suo cuore nel Csm.

Quel mercato funziona così: noi consiglieri della corrente A votiamo il candidato della corrente B per quel determinato ufficio, ma solo se i rappresentanti della corrente B voteranno il nostro per quell’altro incarico direttivo; noi di B aiutiamo il vostro giudice a non essere colpito dalla punizione (che possibilmente merita), ma ovviamente voi di A aiuterete il nostro. E via così, mercanteggiando.

Sui giornali, raramente, emergono carteggi riservati che fanno spalancare gli occhi, e i casi più eclatanti di questa vergogna. Qualcuno ricorderà forse il caso di Cuno Tarfusser, già procuratore di Bolzano, che nel giugno 2016 il Csm escluse dal dibattito per la guida della Procura di Milano (malgrado si fosse regolarmente candidato).

Non fu nemmeno ascoltato. Il motivo? “Io non ho mai aderito ad alcuna corrente” disse Tarfusser a Panorama “perché ritengo che aderirvi significhi schierarsi e questo, a mio parere, riduce la credibilità e l’autorevolezza di cui il magistrato deve nutrirsi. Se poi questa mia 'apoliticità' abbia influito sulla mia esclusione non lo so, né mi interessa. Anzi, se così fosse ne sarei quasi onorato”.

Tarfusser aveva messo il dito nella piaga. Da troppi anni il mercato del Csm funziona proprio così, e a nulla è servita la riforma del regolamento, nel settembre 2016.

Un giudice lombardo, un “senza corrente” che tiene alla sua indipendenza e al suo anonimato come alla vita, spiega come funziona il mercato cui inutilmente si cerca di porre rimedio, denunciando quello che è il vero disastro della giustizia italiana.

Il giudice fa un esempio, banale ma terribile: un certo pubblico ministero è impegnato a sostenere l’accusa in un importante procedimento davanti a un certo giudice o a una certa corte. Mettiamo che questo pm sia della corrente A, e che il giudice (o il presidente della corte) appartenga invece alla corrente B. Si avvicina la sentenza e il pm vorrebbe ottenere un successo, com’è ovvio. Allora parte un gioco “sommerso” di telefonate, pressioni, segnalazioni, intercessioni... Accade perfino che piccole delegazioni di corrente si spingano a contattare informalmente il giudice. Gli viene sottolineato che la corrente A del pm è fondamentale per ottenere una certa promozione che al Csm la corrente B, cioè quella di cui il giudice fa parte, ha da tempo chiesto per un “suo” magistrato.

Gli si fa capire, insomma, che se la sentenza sarà negativa per il pm è molto probabile che al Csm i suoi amici di A non saranno molto disponibili ad allinearsi.

Ovviamente il giudice è libero di agire come crede. Resta il fatto che dire "No" alla corrente cui ha affidato il suo destino professionale è praticamente impossibile. E che sono pochi i giudici insensibili alle pressioni e alle lusinghe dell’ambizione. Come credete che finirà? Avete capito…

Ma statene certi: di tutto questo, nelle e dalle commissioni del Csm, non trapelerà mai nulla. Mai.

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