Cesare Battisti e l'estradizione che non arriva

In attesa della decizione del Supremo tribunal federal brasiliano ecco tutto quello che gioca a suo favore

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Cesare Battisti all'aeroporto di San Paolo in Brasile, 7 ottobre 2017 – Credits: ANSA/AP Photo/Nelson Antoine

Tira un’aria decisamente negativa, per l’estradizione di Cesare Battisti.

La prima «turma» (sezione ) del Supremo tribunal federal del Brasile ha deciso di rinviare la decisione sull'habeas corpus. Ma difficilmente quella che grosso modo equivale alla nostra Corte di cassazione stabilirà che Battisti possa essere riconsegnato all’autorità giudiziaria italiana.

Si vedrà se sarà quella sezione a giudicare il caso, o se invece il verdetto sarà affidato alla "plenaria" del Supremo tribunal, fatta di 11 giudici e probabilmente meno favorevole al condannato.

Insomma, rischia di prolungarsi ancora una latitanza durata 36 anni, e al centro di una delle vicende più controverse della nostra cronaca giudiziaria.

Le mosse dall'Italia

Intanto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha fatto recapitare attraverso la nostra ambasciata a Brasilia la disponibilità dell'Italia a ridurre la pena di Battisti dall'ergastolo a 30 anni di reclusione. 

Orlando ha potuto fare questo passo utilizzando l’articolo 720 del codice di procedura penale, che gliene dà la facoltà, accettando così la richiesta brasiliana di ridurre l’ergastolo del condannato a 30 anni di prigione, la pena massima prevista in quell’ordinamento.

Cosa gioca a suo favore

Approdato in Brasile nel 2004, il terrorista italiano è stato protetto per tutto questo tempo da una lobby condotta a livello internazionale da esponenti della cultura di sinistra. Quella stessa "gauche caviar" che a Parigi nel 1990 lo aveva accolto a braccia aperte grazie alla "dottrina" ispirata dal presidente Francois Mitterrand, il presidente che fu il teorico della difesa dei nostri terroristi rossi perché a suo dire inseguiti dalla brutalità giudiziaria italiana.

In Brasile, quattro anni dopo il suo arrivo, nel 2009 Battisti era stato però “tradito” proprio dal Supremo tribunal federal, che in quel caso aveva autorizzato la sua estradizione.

Otto anni fa la decisione dei giudici brasiliani era stata comunque pilatesca: la corte aveva infatti lasciato l'ultima parola all'allora presidente Luiz Inacio Lula da Silva. E il 31 dicembre 2010, proprio nel suo ultimo giorno di mandato, Lula aveva concesso a Battisti lo status di rifugiato politico, bloccando l'estradizione.

Il ministro della Giustizia di Lula, Tarso Genro, un esponente trotzkista del Partito dei lavoratori, aveva giustificato quel passo clamoroso con "il fondato timore" che l’Italia avesse ordito "una vera persecuzione" nei suoi confronti.

A nulla era servita, allora, l’indignata protesta esercitata dal governo di centrodestra, guidato da Silvio Berlusconi: Lula era stato irremovibile.

La situazione non era cambiata nemmeno sotto la nuova presidente del Brasile, Dilma Rousseff, che l'8 giugno 2011 (in questo caso in pieno accordo con i magistrati) aveva negato una seconda volta l'estradizione, sostenendo che in Italia Battisti avrebbe potuto "subire persecuzioni a cause delle sue idee".

Oggi le cose sono molto cambiate dal punto di vista politico. L’attuale presidente brasiliano, il centrista Miguel Temer che nell’agosto 2016 ha preso il posto della Roussef dopo la sua rovinosa caduta per via giudiziaria, il 12 ottobre scorso aveva annunciato la revoca dello status di rifugiato concesso a Battisti da Lula, e poi aveva pubblicamente dichiarato che dovrebbe essere estradato al più presto in Italia.

Alla causa politica del terrorista non ha giovato la crisi del Partito dei lavoratori, la sinistra di governo la cui credibilità negli ultimi anni è stata fiaccata dalle ripetute Tangentopoli brasiliane. E ad alienargli le simpatie della politica brasiliana hanno contribuito probabilmente anche i suoi atteggiamenti polemici: le interviste, irritanti e spavalde, e soprattutto il tentativo di fuga in Bolivia dello scorso 4 ottobre (anche se Battisti nega di aver mai voluto espatriare di nascosto), che ha portato a un suo breve arresto.

Ma una cosa è la politica, un'altra è la giustizia: c'è anche un altro elemento che potrebbe giocare a favore del latitante, ed è la lettera indirizzata dalla sua compagna al Supremo tribunal federal, nella quale la donna ha ricordato che l'estradizione priverebbe del padre il figlio, di soli 4 anni. 

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