Esteri

La spartizione della Siria fra Russia, Turchia e Iran (e Assad)

Erdogan accetta che il presidente siriano resti alla guida del Paese, in cambio del via libera contro i curdi. Ecco cosa è stato deciso

Rouhani, Erdogan e Putin

Redazione

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Russia, Turchia e Iran, le tre potenze impegnate a vario titolo sul territorio siriano, si spartiscono la Siria in zone d'influenza. Quel che resta della Siria.

Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdogan e Hassan Rohani si sono incontrati ad Ankara per decidere il futuro del Paese del Vicino Oriente, sventrato da oltre sette anni di guerra civile. Oltre 350 mila i morti, di cui 106 mila civili, milioni gli sfollati.

Intanto dall'altra parte del mondo Donald Trump medita di ritirare le truppe statunitensi dalla Siria, lasciando il joystick del destino siriano ancor più in mano ai leader del processo di Astana, ovvero quel canale parallelo a Ginevra, dove si svolgono i negoziati sulla Siria sotto l'egida dell'Onu. Il primo incontro a tre si era svolto a novembre a Sochi, in Russia. 

Ecco cosa hanno deciso Putin, Erdogan e Rohani.

L'integrità territoriale della Siria

Turchia, Russia e Iran hanno concordato di "accelerare gli sforzi" per assicurare una tregua sul terreno in Siria e proteggere i civili nelle zone di de-escalation, raggiungendo "un cessate il fuoco duraturo tra le parti in conflitto". 

L'incontro di Ankara ha delineato alcuni punti fermi. Il primo: l'integrità territoriale della Siria. No a ogni "agenda separatista che mini la sovranità e l'integrità territoriale della Siria e la sicurezza nazionale dei Paesi vicini". 

Smorzato quindi ogni sogno indipendista del Rojava, il cosiddetto Kurdistan siriano, regione del nord-est della Siria che aveva raggiunto un'autonomia de facto tollerata da Damasco ma invisa ai vicini turchi. 

Il destino dei curdi

Viene così legittimata l'azione di Ankara contro i "terroristi" dell'enclave curda di Afrin, nel nord della Siria, vicino al confine turco. Offensiva benedetta da Putin, non così gradita al presidente iraniano Rohani, che ha sollecitato il ritiro delle truppe turche dal territorio siriano, proponendo di affidare la zona al controllo dell'esercito di Bashar al-Assad

Erdogan, invece, vorrebbe proseguire la sua azione contro i curdi dell'Ypg (Unità di Protezione Popolare) verso Tal Rifat e poi Manbij, dove sono insediate le truppe statunitensi proprio per evitare l'avanzata turca. In cambi del lasciapassare, il presidente turco mollerebbe la presa su Idlib, governatorato su cui ha stabilito una postazione di controllo. Putin dovrà mediare tra i compagni di trattativa. 

Il futuro dei curdi siriani è tutt'altro che roseo, anche alla luce delle intenzioni di Trump di ritirare i soldati americani dalla Siria: "con l'Isis quasi completamente distrutta", assicura la Casa Bianca, la missione non dovrebbe essere prorogata oltre. I curdi siriani delle Forze Democratiche Siriane (Sdf), che includono anche i curdi siriani dell'Ypg, sono stati importanti alleati degli Usa nella battaglia all'Isis. Forse saranno abbandonati al loro destino. 

Il ruolo di Bashar al-Assad

Mentre Mosca e Teheran hanno sostenuto e sostengono politicamente e militarmente il regime del presidente siriano Bashar al-Assad, la Turchia ne ha ripetutamente chiesto la rimozione e ha appoggiato i combattenti dell'opposizione siriana. Pur di avere il via libera contro i curdi, però, Erdogan ha accettato l'ipotesi di una Siria ancora guidata da Assad.

Secondo il presidente turco le Forze Democratiche Siriane, e quindi i combattenti dell'Ypg, sono solo una copertura per i miliziani del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan che rivendica la creazione di uno Stato curdo e che, secondo Ankara, sarebbe dietro a tanti attentati in terra turca. 

"Come Iran abbiamo detto molte volte che la crisi siriana non ha una soluzione militare ma politica", ha spiegato Rohani. "Il futuro della Siria appartiene ai siriani e devono essere i siriani a decidere su una riforma della Costituzione".

Cosa deve fare l'Occidente

Oltre alla difesa delle sue basi strategiche affacciate sul Mediterraneo, Mosca punta a investire nella ricostruzione della Siria. Turchia e Russia hanno promesso la costruzione di un ospedale da campo per garantire le prime cure ai feriti in fuga dalla regione del Ghouta orientale. "Erdogan ha proposto un aiuto umanitario urgente per la Siria. Trovo la proposta molto appropriata", ha commentato Putin. 

Il terzetto inoltre sollecita la comunità internazionale a "rafforzare l'assistenza alla Siria inviando ulteriori aiuti umanitari, facilitando l'attività di sminamento, ristrutturando le infrastrutture di base, preservando l'eredità storica". Un progetto a lungo termine di cui Israele si dice "molto preoccupato" perché "aggira l'Occidente", il grande assente dell'incontro. 

L'Europa, dal suo canto, è stata già spronata da Ankara a fare la sua parte nell'incontro del 26 marzo a Varna, in Bulgaria. Priorità dell'Ue è garantire che Ankara continui ad attuare l'accordo sui migranti concluso nel marzo 2016, che ha ridotto significativamente il numero di attraversamenti verso l'Europa, in cambio di assistenza finanziaria. Erdogan però lamenta "ritardi" nel pagamento dei tre miliardi di euro concordati, a cui vanno aggiunti altri tre miliardi. 

La Turchia ospita oltre tre milioni e mezzo di rifugiati siriani e vorrebbe evitare un ulteriore afflusso in vista delle elezioni del 2019. Il suo obiettivo è collocare parte dei rifugiati in zone sicure della Siria. L'Occidente è avvisato: faccia la sua parte, se non vuole un'ulteriore ondata migratoria sul suo groppone.

Il prossimo vertice dei leader del processo di Astana si terrà a Teheran, in data da definire. 


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