Esteri

Rohingya, le parole di Francesco per i musulmani perseguitati in Myanmar

Il pontefice in ginocchio davanti a 16 profughi: La presenza di Dio si chiama anche Rohingya. Stiamo vicino a loro perché siano riconosciuti i loro diritti

Pope Francis

Orazio La Rocca

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"La presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya. Continuiamo a stare vicino a loro perché siano riconosciuti i loro diritti".

Così, venerdì, al quinto giorno dal suo viaggio nel lontano Oriente, papa Francesco pronuncia finalmente la parola Rohingya, il nome della popolazione islamica oppressa e cacciata dal Myanmar (ex Birmania) e rifugiata in Bangladesh.

Una parola che è vietato pronunciare nel Myanmar. Nel suo genere, quasi un “miracolo” di alta diplomazia pontificia perché – consigliato insistentemente dai cardinali e dai vescovi dell'ex Birmania per non aggravare la situazione dei cristiani, solo 1,2 per cento della popolazione, e delle altre minoranze etniche del Paese – Bergoglio durante la visita in Myanmar, culla del Buddismo di espressione Vinaya (ad alto rischio di integralismo), aveva “obbedito”, pur avendo lanciato pressanti appelli a favore di “tutte le etnie, nessuna escluse”.

Ma venerdì, nell'arcivescovado di Dacca, nel Bangladesh, il veto è caduto e Francesco ha potuto parlare liberamente, chiedendo perdono con un gesto di grandissimo significato, inginocchiandosi davanti alla delegazione di 16 profughi Rohingya (12 uomini e 4 donne, dei quali 2 bambini) accompagnati dai volontari dalla Comunità di Sant'Egidio che operano nei campi dove il Bangladesh accoglie le migliaia di perseguitati in fuga dal Myanmar.

 

Il Papa dei gesti non ha deluso i profughi, nello spazio loro riservato dal programma della visita in Bangladesh, anzi li ha onorati moltissimo arrivando a dire loro che sono “l'immagine del Dio vivente".

COMMOVENTI GESTI DI AFFETTO

L'incontro è stato molto commovente. Quando i 16 profughi sono saliti in fila sul palco, dopo il discorso ai leader delle altre religioni, Francesco si è inchinato davanti alla prima coppia, ricambiando il loro inchino, fino a inginocchiarsi.

Non sono mancati altri gesti d'affetto: una pacca sulle spalle a uno dei profughi che più a lungo gli aveva parlato, una lunga stretta di mano mano con un altro, più anziano, e poi anche a un giovane, il sorriso a una giovane che portava sul capo due veli, uno dei quali un burka che si era sfilata dal viso.

Il Pontefice ha ascoltato le loro storie con evidente commozione restando spesso in silenzio e annuendo. Poche, ma di grande significato le sue parole: "Forse possiamo fare poco per voi ma la vostra tragedia ha molto spazio nel nostro cuore. Per quelli che vi hanno fatto male, soprattutto nell'indifferenza del mondo, vi chiedo perdono!".

IL CORANO

Francesco ha anche fatto riferimento al Corano, il libro sacro dell'islam, ricordando che "una tradizione della vostra religione dice che Dio ha preso dell'acqua e vi ha versato sale, l'anima degli uomini. Non chiudiamo il cuore non guardiamo da un'altra parte. Nella tradizione giudaico-cristiana Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza. Tutti noi siamo questa immagine. Anche questi fratelli e sorelle Noi tutti portiamo il sale di Dio dentro. Anche questi fratelli e sorelle. Facciamo vedere al mondo cosa fa l'egoismo con l'immagine di Dio. Tanti di voi mi avete detto del cuore grande del Bangladesh che vi ha accolto. Mi appello al vostro cuore grande perché sia capace di accordarci il perdono che chiediamo".

LA RICHIESTA DI PERDONO E LA CONDANNA DEL TERRORISMO

Ai 16 Rohingya era stato riservato il posto d'onore nel giardino dell'arcivescovado durante l'incontro con i leader religiosi, seduti alla destra del palco, nella posizione riservata ai vip.

Netto da parte di Francesco il rifiuto di ogni violenza. "La condanna del terrorismo - ha spiegato - deve unire tutte le religioni. Quando i capi religiosi si pronunciano pubblicamente con una sola voce contro la violenza ammantata di religiosità e cercano di sostituire la cultura del conflitto con la cultura dell'incontro essi attingono alle più profonde radici spirituali delle loro varie tradizioni. Essi provvedono anche a un inestimabile servizio per il futuro dei loro Paesi e del nostro mondo insegnando ai giovani la via della giustizia: occorre accompagnare e far maturare generazioni che rispondano alla logica incendiaria del male con la paziente ricerca del bene".

I VESCOVI DEL BANGLADESH

Ai vescovi bengalesi il Papa ha chiesto di adoperarsi "incessantemente a costruire ponti e a promuovere il dialogo, non solo perché questi sforzi facilitano la comunicazione tra diversi gruppi religiosi, ma anche perché risvegliano le energie spirituali necessarie per l'opera di costruzione della nazione nell'unità, nella giustizia e nella pace". "La vostra - ha ricordato il Papa ai presuli del Bangladesh - è una nazione dove la diversità etnica rispecchia la diversità delle tradizioni religiose. L'impegno della Chiesa di portare avanti la comprensione interreligiosa tramite seminari e programmi didattici, come anche attraverso contatti e inviti personali, contribuisce al diffondersi della buona volontà e dell'armonia".

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