Esteri

Il Principe Saudita alla guerra della cultura

L'accreditamento della monarchia dell'Arabia Saudita passa per investimenti milionari per mostre e teatri

Principe Arabia Saudita Mohammed Bin Salman

Ci sono le mostre d’arte in giro per il mondo, le conferenze di presentazione del proprio patrimonio culturale in università americane, l’apertura di siti archeologici per calamitare turisti stranieri e non. L’Arabia Saudita vede nella cultura «il petrolio del futuro» e perciò ha lanciato la sua campagna di conquista globale, che in Italia è culminata nel tentativo fallito di entrare nel consiglio d’amministrazione della Scala di Milano.

Questi investimenti fanno parte del piano di diversificazione economica Vision 2030, lanciato dall’erede al trono Mohammad bin Salman, Mbs. Ma hanno assunto un altro valore dopo l’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi e la tempesta inaspettata che si è abbattuta sul Regno. Mbs punta a trasformare l’immagine del Paese, baluardo dell’islam conservatore dove finora le donne non potevano neppure guidare, per mutarlo, almeno agli occhi occidentali, in Stato illuminato, con una società liberale, ottimo partner diplomatico e commerciale. In questo senso, i 22 milioni di euro per la Scala erano un investimento strategico.

Riad sperava anche di sfruttare la presenza nella prestigiosa istituzione italiana in funzione interna. È andata diversamente. Questa però è solo una battaglia, non la guerra. Vision 2030 prevede che il settore dell’intrattenimento creerà 22 mila posti di lavoro e già nel settembre 2017 il fondo sovrano Pif ha stanziato 2,7 miliardi con tale obiettivo. Dietro a molte iniziative c’è la Fondazione Misk, fondata da Salman proprio per promuovere cultura. Così ha sostenuto la prima fiera del libro d’arte della regione a Jeddah e Dubai, mostre a Dubai, e soprattutto a Parigi, Washington, New York e Los Angeles. All’inizio del 2018 ha svelato il piano per la creazione di un nuovo centro d’arte a Parigi, mentre il Misk Art Institute ha rappresentato l’Arabia Saudita al padiglione nazionale alla Biennale di Venezia nel 2018.

Con il Journey of California, invece, artisti sauditi tra i 18 e i 25 anni saranno spediti nella Silicon Valley per formarsi presso Apple, Google, Facebook o al Museo di arte moderna di San Francisco e al Museo De Young. Non solo. Riad spenderà 50 miliardi di rial (circa 12 miliardi di euro), entro il 2020 per Quality of Life che dovrebbe creare 300 mila posti di lavoro, il 40 per cento dei capitali provenienti dal settore privato. Il progetto, nel suo mix di ossequio alle tradizioni ed entertainment prevede parchi a tema, musei e cinema.

E il 19 marzo scorso sono stati annunciati altri quattro progetti ricreativi dal valore di 23 miliardi di dollari da realizzare a Riad. Tutto ciò mentre è già stato inaugurato il King Abdulaziz Centre nella città di Dhahran, sul Golfo Persico, proclamato da Time come uno dei Greatest Places of 2018. D’altronde, la compagnia petrolifera di Stato Aramco ha investito 400 milioni di dollari per il mega-museo. Ora, assieme all’Arab Art & Education Initiative, punta anche a collegare la cultura araba contemporanea con New York, con mostre ed eventi al Metropolitan Museum e al MoMA. Il titolato «Met», tuttavia, dopo lo scandalo Khashoggi ha deciso di non accettare i fondi sauditi per il seminario Collecting and Exhibiting the Middle East e ha scelto di provvedere in proprio ai 20 mila dollari dell’evento. La fama del museo Usa deve restare immacolata.

Per promuovere la propria immagine con i turisti che arrivano nella Penisola, Riad punta sul patrimonio archeologico e naturalistico. Da qui muove il piano da miliardi di euro, in accordo con la Francia, per aprire al mondo la «Petra d’Arabia», la regione di Al-Ula, patrimonio dell’Unesco con le spettacolari tombe nabatee.

A Qiddiya, invece, è in costruzione un luogo d’intrattenimento di 334 chilometri quadrati, con impianti sportivi e piste sul deserto per avventure all’aria aperta. Creerà, stando alle entusiastiche previsioni, 57 mila posti di lavoro entro il 2030. Circa 7 milioni di sauditi vanno all’estero ogni anno per le vacanze e Riad ha così deciso di creare attrattive locali per convincere i cittadini a restare in Arabia. Con questo obiettivo la volontà di inaugurare 100 sale cinematografiche con oltre 2.500 schermi entro un decennio. Fin qui la grandeur dei progetti.

L’attivismo del principe, però, è stato pesantemente frenato dall’assassinio del giornalista-scrittore, nel consolato saudita di Istanbul. Così il museo Smithsonian di Washington ha ricevuto 2,8 milioni di dollari dall’Aramco ma per ora ha sospeso una richiesta di fondi per il programma di biologia della conservazione assieme alla Saudi Wildlife Authority.

«È come l’operazione che negli Emirati ha creato una filiale del Louvre» spiega Joshua Teitelbaum, analista del Centre for strategic studies in Israele. «La casa regnante dei Saud vuole accreditare un’immagine rassicurante - e la cultura ne è il veicolo - a livello mondiale. Ciò per attirare investimenti e compensare in qualche modo il crollo del prezzo del petrolio». È vero che Mbs vuole il sostegno dei giovani, che sono circa i due terzi della popolazione, e per questo ha fatto aperture e ha limitato il controllo della polizia religiosa. Ma occorre distinguere. «Il principe anche se vuole qualche cambiamento sociale, è contrario a qualsiasi cambiamento politico. Era così già prima dell’assassinio di Khashoggi. Ha concesso di guidare alle donne, ma nello stesso tempo ha arrestato le attiviste che si battevano per questo. Ciò fa capire come Mbs sia favorevole a qualche riforma sociale, ma solo se concessa dall’alto non rivendicata dalla popolazione».

L’ultimo colpo del principe è l’acquisto del Salvator Mundi, il quadro attribuito a Leonardo Da Vinci alla cifra record di 450 milioni di dollari attraverso un prestanome, che poi è stato donato proprio al Louvre di Abu Dhabi. «I sauditi hanno voluto dimostrare sensibilità alla cultura, acquistando uno dei quadri più cari al mondo» conclude Teitelbaum.

Altro capitolo cruciale in quest’offensiva è il turismo religioso. «L’Arabia Saudita vuol rendere più facile visitare La Mecca e Medina durante tutto l’anno» fa notare Omar Al-Ubaydli, direttore del Bahrein Centre for strategic international and energy studies. «Probabile che sul lungo periodo tale strategia funzioni, nonostante gli incerti sviluppi geopolitici. Quel che conta, tuttavia, è che il Fondo monetario internazionale garantisce il sostegno alle riforme economiche».
Forte dell’appoggio, Mbs prosegue i cambiamenti, a costo di scioccare i conservatori. A gennaio, con un vestito nero attillato di paillettes, Mariah Carey è stata la prima star a esibirsi nel Regno dal varo delle riforme. Ha cantato Make It Happen, «Fa’ che accada». E chissà se quel che brama il principe succederà davvero.
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