Edoardo Frittoli

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La storia della Cina della rivoluzione culturale e quella del mondo intero cambiarono per sempre tra il 3 e il 5 giugno 1989, quando passarono le immagini della rivolta popolare in nome delle riforme democratiche repressa nel sangue dall'esercito. Gli scontri ed il massacro si consumarono in varie zone della capitale Pechino, ma la memoria collettiva richiama subito le immagini della piazza Tienanmen e la fila di carri armati T-59 bloccati dal “ribelle ignoto”, quel piccolo uomo senza identità che sfidò da solo agli occhi del mondo il braccio armato della repressione militare mostrando a tutti il dramma collettivo di un popolo e riuscendo nell'impresa di  apparire passando attraverso le maglie di una delle più pesanti censure della storia.

Le origini della ribellione

L'agitazione politica e sociale in Cina era iniziata alcuni anni prima, quando il Paese comunista passò attraverso una delle più gravi crisi economiche e politiche dal dopoguerra. Gli anni settanta, se da un lato furono caratterizzati da un'apertura graduale verso il mondo occidentale (a partire dal viaggio di Nixon del 1972), dall'altra il Paese visse il dramma della successione di Mao Zedong culminato con l'arresto della sanguinaria “banda dei quattro” nell'ottobre del 1976. Gli anni successivi videro il ritorno del vecchio leader Deng Xiaoping e l'inizio del periodo caratterizzato dalle cosiddette “Quattro modernizzazioni” che videro per la prima volta una timida apertura della Cina comunista ai mercati e al commercio internazionale (suggellata con l'adesione dal 1981 al Fondo Monetario Internazionale). Tuttavia la transizione verso la democrazia era rimasta in stallo a causa della ferma opposizione nel nome dell'ortodossia "rivoluzionaria" dei vertici del Partito Comunista Cinese. L'unico politico di lungo corso a caldeggiare la transizione democratica rimase Hu Yaobang, che raccolse in quegli anni l'appoggio di una buona fetta di intellettuali e studenti universitari, l'élite socio-economica cinese più decisa ad ottenere libertà politiche e liberalizzazioni del mercato.

Ma l'accelerazione verso la ribellione fu indubbiamente generata dal vacillare dei regimi comunisti del blocco sovietico, indirizzati ad una prossima e prevedibile dissoluzione per gli effetti dalla “glasnost” di Michail Gorbaciov. Alla vigilia degli scontri di Pechino, in Polonia si svolsero le prime elezioni semi libere con la partecipazione del movimento cattolico sindacale “Solidarnosc” di Lech Walesa. Sul fronte interno invece, l'epurazione del leader del riformismo Yaobang e la sua morte nell'aprile del 1989 furono lette dagli studenti e dagli intellettuali come il ritorno della repressione politica operata dagli oligarchi del PCC e dall' Esercito Popolare mai realmente interessato dalle riforme dell'ultimo decennio e fermamente deciso ad arrestare con le armi il vento della democrazia.

Durante lo stesso mese di aprile 1989 gli studenti universitari di Pechino erano entrati in fase di agitazione permanente ed avevano iniziato ad occupare una parte della centralissima piazza Tienanmen, a poca distanza dai simboli del regime comunista e dal mausoleo del grande timoniere Mao. Simbolo dell'occupazione fu una statua artigianale battezzata “Dea della democrazia” provocatoriamente simile alla Statua della Libertà simbolo del nemico imperialista americano. L'assenza di una rappresentanza favorevole alla mediazione ai vertici del governo mise la protesta di fronte alla linea dura del primo ministro Li Peng, ancora infuenzato dall'ortodossia del potentissimo “grande vecchio” Deng Xiaoping. Ad accrescere la tensione della piazza contribuì l'imminente visita del padre del riformismo sovietico Michail Gorbaciov prevista per la metà di maggio.

La piazza gronda sangue (3 giugno 1989)

Se durante la prima fase della protesta gli scontri furono sporadici, la minaccia dell'uso della forza crebbe esponenzialmente nei primi giorni del mese precedente i fatti di sangue, una misura rafforzata dalle ultime epurazioni tra i pochi leader che spingevano ancora per una mediazione pacifica. Alla vigilia della visita di Gorbaciov, le voci della protesta si estesero anche alla popolazione di Pechino e il 4 maggio si svolse una imponente manifestazione con oltre 100.000 persone che chiedevano libertà lungo le strade della capitale. Le dimostrazioni, che continuarono anche durante la visita del leader sovietico, diedero il via al giro di vite deciso dal vecchio Xiaoping che impose sulla capitale la legge marziale. L'osmosi tra gli studenti di Tienanmen e la popolazione di Pechino doveva essere fermata a qualunque costo. Nei giorni che precedettero il massacro, dalle regioni confinanti iniziarono a muoversi reparti dell'esercito.

Durante gli ultimi giorni del mese si consumò il piano di Li Peng e dei falchi del PCC, decisi a sgomberare la piazza per fare posto ad una manifestazione artefatta di centinaia di migliaia di sostenitori del regime assoldaticon pochi Yuan o arruolati con la forza dalle campagne segnate dalla miseria. Negli ultimi giorni di maggio l'esercito entrò in Pechino ma rimase paralizzato dall'ostilità della città e dei cittadini che li accusavano di aver tradito il popolo cinese. Molti soldati erano campagnoli e non capivano la lingua dei pechinesi e inizialmente non erano armati o lo erano in modo inadeguato, per non giungere immediatamente allo scontro. Alcuni giorni più tardi tuttavia, su autobus civili privi di targa furono fatte affluire armi e munizioni, mentre uomini dell'esercito si erano posizionati nelle vie della capitale vestiti in borghese. Quando i dimostranti capirono le intenzioni dei militari, la situazione precipitò. La notte del 3 giugno 1989 fu dato il via alla repressione armata e all'azione dei carri armati che iniziarono a farsi strada tra le barricate improvvisate nelle strade dalla popolazione in rivolta. Non fu facile per i soldati di Li Peng prendere la piazza ribelle. Il primo autobus che vi fece ingresso il 4 giugno fu neutralizzato e incendiato, mentre cominciava a scorrere il sangue delle vittime in una situazione caotica dall'una e dall'altra parte in mancanza di coordinamento e ordini precisi tra i vertici militari divisi tra uso della forza e solidarietà con il popolo che avrebbero dovuto difendere e che ora attaccavano. Gli scontri e la resistenza della piazza insanguinata e solcata dai cingoli dei carri armati responsabili di avere investito e ucciso decine di dimostranti continuarono per tutta la giornata successiva e il 5 giugno sulla Tienanmen il “ribelle sconosciuto” regalerà al mondo l'istantanea a ricordo perenne del sacrificio del popolo di Pechino nel nome della libertà. Il suo coraggio, mostrato ai fotografi e alle telecamere dei reporters (spesso allontanati o arrestati) non basterà per aver ragione della brutalità del regime. Tra il 4 e il 6 giugno 1989 un numero imprecisato di vittime cadde sotto i colpi delle armi automatiche e sotto i cingoli dei carri armati. Nessuno attualmente ne conosce il numero esatto, con una forbice che varia da 300 a 30.000. Tuttavia il sacrificio delle loro vite non sarà invano. La Cina dei “grandi vecchi”, dell'oligarchia tirannica del corrottissimo Partito Comunista Cinese non sarà risparmiata dalla tempesta della libertà, che spazzò gli anni della Guerra Fredda e del blocco comunista. Pochi mesi dopo la strage di Tienanmen cadeva il Muro di Berlino e la Cina entrerà a far parte del sistema economico e finanziario mondiale, crescendo nel terzo millennio in maniera esponenziale. Anche se la Cina rimane oggi uno degli ultimi baluardi del comunismo, porta i segni di quei drammatici giorni di trent'anni fa. Ne sa qualcosa Weng Jiabao, primo ministro cinese dal 2003 al 2013 che accompagnò in piazza Tienanmen quegli ultimi riformisti (poi incarcerati o giustiziati) che cercarono invano di far ritirare gli studenti e evitare il massacro. La rivolta del 1989 rimane tuttavia incompiuta, avendo accelerato soltanto i progressi economici e di mercato del Paese. La libertà, i diritti umani, l'eguaglianza nella Cina che ancora oggi applica la censura in vista del trentennale di Tienanmen sembra necessitare ancora di una “lunga marcia” verso la democrazia.

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