Perché Theresa May è impotente davanti a Putin

Un ultimatum affrettato e senza sbocch: così Londra si caccia nel vicolo cieco della diplomazia tra i fantasmi della sua storia nazionale

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Theresa May esce dal numero 10 di Downing Street, Londra, 1 novembre 2017 – Credits: CHRIS J RATCLIFFE/AFP/Getty Images

Alessandro Turci

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Un aforisma molto noto nelle stanze delle Cancellerie recita così: in diplomazia l’ultimatum è l’ultima richiesta prima di passare alle concessioni. In quest’assurda posizione sembra essersi messo il governo di Theresa May, dopo l’ultimatum lanciato ieri alla Russia di Vladimir Putin perché chiarisca cosa è successo a Sergej e Yulia Skripal, avvelenati a Londra con un agente nervino.

Downing Street sembra avere ignorato le regole, non scritte, delle diplomazia, anche se dovrebbe sapere che quest’ultime sono molto più importanti di quelle scritte. In ogni caso l’impotenza dell’Occidente verso la Russia (che si appresta a dare a Putin una netta vittoria elettorale) non potrebbe essere più plastica.

Il gioco invertito delle parti

In un gioco invertito delle parti, abbiamo il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov che si fa interprete del più classico aplomb britannico, e un Primo Ministro inglese che platealmente punta il dito contro una potenza straniera non alleata.

È una vicenda complessa, come tutte quelle che riguardano lo spionaggio. Sarebbe tuttavia sbagliato dire "come tutto quello che riguarda la Russia", perché come la storia anche recente dimostra, proprio la Gran Bretagna è in fase di profonda elaborazione psicologica per quello che è accaduto in Iraq.

La guerra contro Saddam è stata scomposta punto per punto dalla Commissione d’inchiesta nota come Iraq Inquiry o Chilcot Inquiry, dal nome di chi l’ha presieduta. Ha concluso che Saddam non aveva armi di distruzione di massa e che la guerra non ha raggiunto gli scopi di politica esteri prefissati. Inoltre la morte di David Kelly (l’esperto di armi che aveva sostenuto queste tesi pubblicamente) rimane un suicidio sui generis e un’ombra sulle istituzioni di Sua Maestà.

Insomma, Londra non ha bisogno di Mosca per agitare le acque dei servizi segreti, come non ha bisogno di Mosca per l’agente nervino. Gli stabilimenti di Porton Down sono i laboratori del Ministero della Difesa britannico nei quali, dal 1945 al 1989, il Regno Unito ha condotto, secondo il Guardian, il più alto numero di test col gas nervino di qualsiasi altro paese al mondo.

Eppure l’equazione di Theresa May non poteva essere più netta: l’agente nervino è prodotto dalla Russia, quindi o la Russia lo ha introdotto nel nostro paese illegalmente o la Russia ne ha perso il controllo. Tertium non datur.

La risposta di Lavrov è stata mansueta (curiosamente è la stessa che riguarda il Russiagate): forniteci le prove della nostra colpevolezza. Nel frattempo ha convocato il rappresentante di Londra per colloqui. Mosca nega ogni coinvolgimento e anzi ha offerto a Londra collaborazione nelle indagini, e accesso ai siti incriminati. Ma Londra ha preferito rispondere con un ultimatum.

L’impressione è quella di una crisi diplomatica ben più acuta rispetto all’avvelenamento di Sergej e Yulia Skripal. La Gran Bretagna alza i toni con la Russia senza chiarire cosa dovrebbe succedere allo scadere dell’ultimatum. Nuove sanzioni?

Con un fronte occidentale che perde il Segretario di Stato USA Rex Tillerson, e lo sostituisce con un uomo dell’Intelligence come Mike Pompeo, la Russia assiste in diretta all’impotenza diplomatica dell’asse atlantico. Di più, emergono in queste ore ricostruzioni per cui la May si sia prodotta nell’improvvida uscita su pressione del suo Gabinetto, che le avrebbe imposto un perentorio “Say something!” Dì qualcosa!

Tra lotte interne di partito e avvicendamenti clamorosi a Washington, l’Occidente appare poco lucido in questa fase e stenta a far pervenire a Mosca segnali coerenti, in risposta alla presentazione delle super armi nucleari fatta da Putin solo pochi giorni fa.

Una partita a scacchi complessa, dove le teorie di cospirazione possono essere incidenti creati ad arte per cogliere l’avversario in fallo. Il guanto di sfida lanciato da Londra, nella situazione data, vincola molto più l’Occidente rispetto a Mosca. Come May riuscirà a fare una onorevole marcia indietro è il primo problema che Mike Pompeo si trova sul tavolo.

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