Esteri

Mike Pompeo lascia Roma e mille dubbi (dazi compresi)

Dazi, Vaticano, Libia, Cina. Al di là dei sorrisi di circostanza la visita del Segretario di Stato Usa non è andata benissimo

Mike-Pompeo-Sergio-Mattarella

Stefano Graziosi

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La visita di Mike Pompeo in Italia è avvenuta in una fase poco chiara della nostra politica. Il segretario di Stato americano ha avuto modo di incontrare il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Eppure, al di là dell’indubbia cordialità di questi incontri e delle calorose parole rivolte da Pompeo all’Italia, la situazione complessiva appare non poco problematica. Si tratta, del resto, di un elemento emerso già dai dossier che sono stati affrontati nel corso di questi due giorni.

Dazi

Innanzitutto, Roma ha cercato di arrivare a una mediazione sulla spinosa questione dei "dazi" della ritorsione commerciale americana per la disputa sul caso Airbus. Notoriamente chi rischia di pagare il peso maggiore di queste tensioni tariffarie è proprio il settore agroalimentare italiano, ragion per cui Conte e Di Maio hanno cercato di convincere Pompeo ad allentare la linea dura della Casa Bianca. Un ulteriore fronte caldo si è poi sicuramente rivelato quello libico: anche qui Roma ha chiesto al Dipartimento di Stato americano una maggiore convergenza, nella speranza di allontanare le ambiguità di Washington nelle sue relazioni con il generale Khalifa Haftar. Dal canto suo, Pompeo ha preteso dall’Italia una scelta di campo più netta sul dossier cinese. Un fattore che, partendo dalla spinosa questione del 5G, investe poi, in senso più ampio, l’ambito geopolitico ed economico. Infine, il segretario di Stato ha invocato un approccio muscolare contro l’Iran, definendolo uno sponsor del terrorismo. Ciononostante non ha voluto del tutto chiudere alla soluzione diplomatica, ben sapendo che questa sarebbe la via auspicata (almeno per il momento) dallo stesso Trump. Se a livello generale è parsa manifestarsi una forte intesa tra Roma e Washington, restano tuttavia sullo sfondo problemi strutturali particolarmente significativi.

Partiamo dalla questione commerciale. Il paradosso del caso Airbus è che l’agroalimentare italiano rischia di essere pesantemente colpito a causa degli effetti collaterali di uno scontro tariffario in cui il nostro Paese non c’entra nulla. Posto che la disputa tra Airbus e Boeing prosegue dal 2004, è soltanto negli ultimi anni che la Casa Bianca le ha conferito una valenza del tutto nuova: quella, cioè, di un duello serrato con la Germania di Angela Merkel. È dai tempi della campagna elettorale del 2016, che Trump – spalleggiato dal suo consigliere al Commercio, Peter Navarro – considera come acerrimi avversari sul fronte commerciale proprio Pechino e Berlino. In questo senso, quando l’attuale presidente americano critica ferocemente Bruxelles sul fronte economico, il suo obiettivo non è tanto il Vecchio Continente in generale, quanto – semmai – l’Unione Europea a trazione franco-tedesca. Senza tra l’altro trascurare che il dossier Airbus rappresenti solo uno dei numerosi fronti di scontro in questo ambito. In un tale contesto, l’attuale posizione dell’Italia risulta profondamente contraddittoria. Perché, se da una parte Roma sta cercando di ricucire con gli Stati Uniti, dall’altra ha fortemente virato in senso filotedesco. Basti pensare che le principali forze politiche che costituiscono l’esecutivo giallorosso abbiano votato a favore di Ursula von der Leyen come nuova presidentessa della Commissione Europea. Quella stessa von der Leyen che è stata per anni ministro della Difesa in Germania a fianco di Angela Merkel. E che non intrattiene rapporti troppo idilliaci con un Trump che ha sempre accusato Berlino – tra le altre cose – di non contribuire abbastanza alle spese della Nato.

Libia

Anche sulla Libia si assiste poi a una certa confusione. È senz’altro vero che l’amministrazione Trump non abbia su questo dossier una posizione molto lineare, visto che – pur appoggiando formalmente al Sarraj – non ha mai nascosto una certa simpatia per Haftar. Del resto, il generale della Cirenaica è sostenuto da alcuni solidi alleati dell’attuale inquilino della Casa Bianca (a partire dal presidente egiziano, al Sisi) e questo elemento può spiegare in parte un simile comportamento ondivago. Resta tuttavia il fatto che anche l’Italia non sembri avere le idee troppo chiare sulla Libia. Il forte riavvicinamento attuato dal governo giallorosso nei confronti dell’Eliseo ha infatti recentemente portato Roma ad ammorbidirsi moltissimo verso Haftar (da sempre spalleggiato proprio dalla Francia).

Cina

Particolarmente spinoso è poi il capitolo cinese. Si tratta, forse, del dossier più delicato che è stato affrontato nel corso della visita di un notorio falco come Pompeo. Se infatti sulla Russia Washington risulta spaccata tra una Casa Bianca aperturista e un establishment politico-militare avverso a Putin, sull’ostilità alla Cina gli Stati Uniti appaiono tendenzialmente compatti al loro interno. Il punto è che, per Roma, il gioco delle alleanze si configura attualmente forse troppo ambiguo. Nonostante l’esecutivo giallorosso stia cercando di fornire rassicurazioni oltreatlantico (si pensi solo al recente decreto sul 5G), si registra comunque una sua significativa vicinanza nei confronti di Pechino. Di Maio fu, lo scorso marzo, tra i principali esponenti politici italiani a rivendicare la firma del memorandum d’intesa per la Nuova Via della Seta. E, non a caso, ha nominato come capo di gabinetto alla Farnesina Ettore Francesco Sequi, ambasciatore italiano a Pechino. Nello stesso Pd si trovano poi esponenti favorevoli a una convergenza con la Repubblica Popolare: a partire da Paolo Gentiloni che, quando era premier, mostrò profondo apprezzamento per il progetto della Nuova Via della Seta. Dinamiche e orientamenti che, di certo, Pompeo non ignora.

Russiagate

Infine, non è affatto escludibile, che, nella sua visita, il segretario di Stato americano possa essersi interessato alla questione del professor Joseph Mifsud. La Casa Bianca sta infatti cercando di indagare sulle controverse origini dell’inchiesta Russiagate, che – secondo alcune accuse – sarebbe sorta in ambienti dell’intelligence occidentale, con l’obiettivo di bloccare l’ascesa politica di Trump nel 2016. In questo scenario, tra i vari Paesi che avrebbero partecipato all’operazione figurerebbe anche l’Italia, all’epoca governata dal Pd di Matteo Renzi (che aveva dato il proprio endorsement a Hillary Clinton). Per ora, si attendono eventuali sviluppi su questo fronte. Ma è chiaro che, qualora arrivassero delle conferme, l’imbarazzo per una parte consistente dell’esecutivo giallorosso potrebbe rivelarsi notevole.

Vaticano

Anche sul fronte vaticano la situazione appare in chiaroscuro. Il segretario di Stato americano ha cercato di rafforzare i legami con la Santa Sede, puntando sulla questione della libertà religiosa: un tema su cui l’amministrazione Trump batte da tempo. In questo senso, Pompeo – che è presbiteriano – ha tenuto un discorso su fede e dignità umana, criticando quei regimi che non tollerano la libertà religiosa e attaccando frontalmente Cina, Cuba, Iran, Myanmar e Siria. Ciononostante i dossier divisivi restano numerosi. In primo luogo, Trump e Bergoglio risultano agli antipodi sulla questione migratoria. Inoltre, a livello geopolitico, il Vaticano ha mostrato, negli ultimi anni, un progressivo avvicinamento a Mosca e a Pechino: un fattore che certo a Washington non viene visto troppo di buon occhio.

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