Avrebbe compiuto 70 anni tra pochi giorni ed è stato uno di quegli artisti del pallone di cui la gente si innamora anche senza una bacheca piena di trofei. Evaristo Beccalossi è morto nella notte tra il 5 e il 6 maggio. Era ricoverato alla Poliambulanza di Brescia. Nel gennaio 2025 un malore lo aveva costretto a ritirarsi dalla scena pubblica lui che, dopo gli anni trascorsi in campo, si era reinventato dirigente sportivo e opinionista. Aveva trascorso 47 giorni in coma, sembrava non potercela fare e poi piano piano aveva ritrovato qualcosa della sua vita prima, accudito dall’amore dei famigliari e protetto dal silenzio che è stato capace di raccontare con rispetto la sua malattia.
Beccalossi è stato tante cose in una sola. Un fantasista del dribbling, numero 10 alla vecchia maniera. Bandiera dell’Inter negli anni 70 e 80: 6 stagioni, 156 presenze, 31 gol, uno scudetto nel 79/80 e una Coppa Italia. Brescia, Sampdoria, Monza, Barletta e poi il calcio minore le altre tappe di una carriera che ha incendiato la fantasia dei tifosi e diviso gli addetti ai lavori.
Chi lo amava, stravedeva per lui cancellando anche vizi (le sigarette) e difetti. Incostante, capace di incendiare le partite con il suo talento e la sua fantasia o anche di non presentarsi, quasi, a San Siro pur essendo fisicamente presente. Con Spillo Altobelli ha composto una coppia entrata nella storia dell’Inter e nell’immaginario collettivo. Carriera da grande calciatore, eppure piena di contraddizioni. Non ha mai vestito la maglia della nazionale maggiore, pur essendo chiesta la sua convocazione a Bearzot da chi lo adorava.
Dopo il ritiro e la fine della sua parabola agonistica, si è reinventato. Opinionista sportivo, compagno di lunghe serate televisive, tagliente e ironico anche con se stesso. Un partner perfetto di tanti studi tv e non solo, imprevedibile come lo era stato in campo. E poi l’impegno con la Federcalcio per provare a sviluppare il talento giovanile e la sua attività di accompagnatore delle selezioni minori dove di tanti ragazzi emergenti è diventato confidente e protettore.
E’ stato un monologo teatrale di Paolo Rossi, tutto dedicato ai due rigori sbagliati in pochi minuti in una notte europea con lo Slovan Bratislava. E’ entrato nelle canzoni di chi ha celebrato la vita e le gesta di campioni talentuosi ma sregolati. L’addio pochi giorni dopo lo scudetto numero 21 della sua Inter.
