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Guerra dei dazi, la Germania scavalca Bruxelles: trattative sommerse Berlino-Washington

Guerra dei dazi, la Germania scavalca Bruxelles: trattative sommerse Berlino-Washington

Mentre l’UE litiga sui contro-dazi, la Germania apre un canale diretto con Trump per salvare le sue auto. Il retroscena del vertice Sefcovic-Greer.

La minaccia di Donald Trump di alzare i dazi sulle auto europee al 25% mette in evidenza ancora una volta le divisioni e la debolezza dell’Unione europea. La reazione a Bruxelles è fatta da una parte di richieste rodomontesche di contro-dazi immediati, dall’altra di incongrui richiami alla calma e al dialogo. Il nodo vero, cioè il fatto che l’Unione europea non ha ancora ratificato un accordo commerciale raggiunto mesi fa e considerato chiuso dalla controparte americana, resta aperto. L’intesa di Turnberry, negoziata la scorsa estate, avrebbe dovuto stabilizzare i rapporti commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, ma si è trasformata in un processo incompiuto perché il Parlamento europeo e una parte degli Stati membri hanno deciso di intervenire con nuove condizioni, clausole di salvaguardia e limiti temporali che di fatto riaprono il contenuto dell’accordo.

Questo ritardo è diventato il principale elemento di frizione e spiega la scelta americana di alzare il livello dello scontro. Persino il cancelliere tedesco Friedrich Merz lo ha detto in modo esplicito in una intervista televisiva: «Diciamo solo che (Trump ndr) sta perdendo la pazienza perché lo scorso agosto abbiamo raggiunto un accordo doganale con gli Stati Uniti. Da parte europea continuano a essere formulate nuove condizioni, e noi non abbiamo ancora firmato». Una critica del cancelliere al Parlamento europeo e una presa di posizione che sposta il focus della responsabilità, mettendo in difficoltà la narrazione più diffusa nel dibattito europeo, dove si tende a presentare le mosse di Trump a cavallo tra il lunatico e il dissociato.

Il braccio di ferro tra Parlamento e Commissione

Il Parlamento europeo rivendica però un ruolo pieno e cerca di frenare una ratifica considerata troppo rapida. Il presidente della Commissione commercio Bernd Lange, vecchia volpe socialdemocratica, ha chiarito che l’assemblea intende esercitare fino in fondo le proprie prerogative e che senza adeguate clausole di salvaguardia non esiste una maggioranza favorevole all’accordo.

Lange difende il diritto del Parlamento di intervenire sul testo e di condizionarlo politicamente, sottolineando che il voto finale dipenderà dalla presenza di garanzie sufficienti per l’industria europea. Questa posizione conferma che il processo decisionale europeo resta aperto e che i tempi di ratifica non sono sotto controllo. Conferma anche che da una parte vi sono gli Stati, che rispondono politicamente ad un elettorato e ne sentono la pressione, dall’altra una Commissione politicamente irresponsabile che prima chiude un accordo, poi si accorge che non c’è una maggioranza parlamentare per la ratifica. Un disastro istituzionale al limite del ridicolo. Le preoccupazioni dell’industria emergono con chiarezza nelle dichiarazioni di ieri dell’associazione dei costruttori europei, Acea, che si dice preoccupata per il ritardo nell’attuazione dell’accordo e invita le istituzioni europee a concludere i negoziati il più rapidamente possibile. Nel 2025 l’Unione ha esportato negli Stati Uniti circa 670.000 veicoli per un valore di 31 miliardi di euro, con una quota pari al 18,4% dell’export complessivo.

Il canale diretto tra Berlino e Washington

Il confronto tra Usa e Ue prosegue oggi a Parigi, dove il commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic incontra il rappresentante commerciale degli Stati Uniti Jamieson Greer alla vigilia del G7 commercio. L’incontro rappresenta un tentativo di riprendere il dialogo in una fase in cui le tensioni sono tornate a salire, ma comunque il pallino è ancora in mano al Parlamento europeo. La Commissione dice che tutte le opzioni restano sul tavolo, compresi gli inutili contro-dazi, ma il nodo resta quello della tempistica e della reale capacità di tradurre l’accordo politico in un atto formale.

L’elemento più indicativo dello sbandamento europeo, però, riguarda il comportamento della Germania. Il rappresentante americano Greer ha dichiarato di essere in contatto non solo con funzionari dell’Ue ma anche con interlocutori tedeschi, confermando che esiste un canale diretto tra Berlino e Washington su un dossier che formalmente dovrebbe essere gestito a livello unionale. Questa rivelazione, che forse non piacerà ai tedeschi, pescati con le mani nella marmellata, contrasta con la narrativa europeista, secondo cui le trattative commerciali devono essere condotte esclusivamente dalle istituzioni dell’Unione e non possono essere oggetto di iniziative bilaterali da parte dei singoli Stati.

La realtà è diversa e mostra una dinamica lievemente più concreta, anche perché il caso attuale è diverso da quello delineato dagli articoli 207 e 218 del Trattato sul funzionamento dell’Ue. Lì si parla di accordi commerciali, non dell’essere oggetto di dazi altrui, come è il caso attuale. La Germania non esita a muoversi in modo autonomo quando sono in gioco i suoi interessi e mantiene un dialogo diretto con gli Stati Uniti per difendere il proprio settore automobilistico, che è il più esposto alle eventuali misure sui dazi.

Di nuovo, siamo di fronte alla distanza tra la ingenua rappresentazione dell’Unione europea come soggetto unitario e la realtà di un sistema in cui vige la logica del più forte. Il che dovrebbe suscitare in qualcuno la seguente semplice domanda: se è vero che l’Ue tratta per tutti, di cosa parlano i tedeschi con gli americani?

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