Esteri

Londra contro Mosca: il pericoloso grande gioco dei neocon britannici

I loro sogni imperiali mettono a rischio la sicurezza europea. Avvantaggiando l'espansionismo di Vladimir Putin

Londra

Paolo Quercia

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Quando il 18 giugno la nazionale di calcio inglese scenderà in campo nello stadio di Volgograd, già Stalingrado in era sovietica, saranno pochi i tifosi inglesi sugli spalti. E non vi saranno membri del governo e della famiglia reale. Dopo il caso Skripal, il ministro degli Esteri britannico Boris Johnson aveva sostenuto un'ipotesi ancora più estrema: il boicottaggio dei giochi, non esitando a paragonare i Mondiali di calcio russi del 2018 con le Olimpiadi tedesche del 1936.

Il paragone Putin-Hitler è ovviamente fuori da ogni logica politica e storica. Ma ha un senso nel disegno geopolitico che Londra sta perseguendo da alcuni anni e che vede la Gran Bretagna impegnata a rilanciare il suo ruolo di grande potenza, un ruolo perduto quando negli anni Cinquanta gli Stati Uniti le subentrarono come potenza egemone nel Mediterraneo. Oggi l'isolazionismo di Trump e l'annunciato disimpegno militare Usa hanno riaperto la partita per la rifondazione geopolitica del Medio Oriente dopo la sua destrutturazione, avviata nel 2003 con il conflitto iracheno a cui Londra ha dato un decisivo contributo. Una partita che offre alla Gran Bretagna l'opportunità di ristrutturare un ruolo di egemonia geopolitica in una regione in cui sono stati messi in discussione i confini che essa stessa aveva tracciato 100 anni fa.

Non va sottovalutato il fatto che per Londra recuperare lo status perduto significa dare un senso alla stessa Brexit, i cui costi per i contribuenti britannici sarebbero inaccettabili se non fossero accompagnati da una speranza di recupero dell'orgoglio nazionale e delle connesse rendite geopolitiche. Questo però pone Londra in necessaria rotta di collisione con Mosca, che cerca di sfruttare le stesse circostanze storiche e geopolitiche per recuperare l'influenza perduta dopo il crollo del Muro di Berlino. Per paradossale che possa apparire, tanto Londra che Mosca appaiono oggi due potenze revisioniste dello status quo in competizione tra loro per plasmare il Mediterraneo orientale post-americano e recuperare la perduta egemonia geopolitica.

La visita di Johnson a Mosca nel dicembre 2017, dove si è lanciato in dichiarazioni aggressive al limite dell'incidente diplomatico, ha confermato la contrapposizione a tutto campo: dalla Crimea alla Siria, dai Balcani alla comunità Lgbt in Cecenia (nel cui nome ha sentito il dovere di parlare). In tale contesto diviene persino poco rilevante capire cosa sia realmente successo a Sergei Skripal. Anche perché nelle guerre di spie è inutile cercare verità semplici, essendo tasselli di giochi più grandi.

E se è giusto che gli alleati si garantiscano solidarietà strategica in caso di bisogno, occorre tuttavia stare attenti a che la nostra solidarietà non alimenti il fondamentalismo neocon che sta prendendo piede a Londra, trascinando con sé una Washington sempre più lontana. Come successe con la Libia nel 2011, quando la Francia di Nicolas Sarkozy avviò un conflitto su cui gravano inquietanti sospetti. Ancor oggi paghiamo a caro prezzo la solidarietà tributata all'intervento dei nostri alleati contro un (seppur controverso) altro nostro alleato. 


(Articolo pubblicato sul n° 17 di Panorama in edicola dal 12 aprile 2018 con il titolo "Il pericoloso grande gioco di Londra")


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