L'Intifada dei coltelli che avvelena Israele

Il terrorismo fai-da-te ha ormai assunto i connotati una guerra civile strisciante, che avvelena la vita quotidiana della popolazione che vive in Israele

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Scontri fra palestinesi e le forze di sicurezza israeliani nel campo di Shuafat a Gerusalemme est – Credits: THOMAS COEX/AFP/Getty Images

Alfredo Mantici

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Per Lookout news

Questo potrebbe essere un periodo positivo per Israele. I nemici storici di Gerusalemme si stanno dissanguando a vicenda in una feroce guerra civile tutta combattuta all’interno dell’Islam.

I siriani, che per ben tre volte (nel 1948, nel 1967 e nel 1973) hanno tentato di discendere le alture del Golan per distruggere “l’entità sionista”, si stanno massacrando da cinque anni in una guerra civile insensata e destinata a durare ancora a lungo.

 Gli sciiti filo iraniani di Hezbollah, che sono insediati nel Libano meridionale e che nel 2006 hanno inflitto una bruciante sconfitta all’esercito israeliano, partecipano attivamente al conflitto siriano e subiscono e infliggono quotidianamente perdite nella lotta contro i nemici sunniti, a loro volta nemici giurati degli ebrei.

 L’Iran, i cui leader hanno più volte negato a Israele il diritto di esistere, partecipa al conflitto interreligioso appoggiando gli alawiti della Siria, gli sciiti dell’Iraq e gli Houti dello Yemen in lotta contro i sunniti, a loro volta sostenuti anche militarmente oltre che finanziariamente dall’Arabia Saudita e dagli altri stati arabi del Golfo.

 Le organizzazioni politiche palestinesi, infine, forse disorientate dalla perdita di attivi sostenitori impegnati in altre battaglie, sono sulla difensiva e hanno smesso di promuovere attacchi contro il territorio israeliano dai confini di Gaza.

 

L’Intifada dei coltelli
Insomma, con i propri nemici impegnati a dilaniarsi tra di loro, Israele dopo decenni di guerre e di attacchi terroristici e guerriglieri potrebbe metaforicamente “tirare il fiato” e dedicarsi a una crescita economica sana e controllata. Invece, da sei mesi – cioè a partire dall’ottobre 2015 – la popolazione israeliana si deve confrontare quotidianamente con una nuova e sfuggente forma di terrorismo spicciolo e micidiale.

 Quasi ogni giorno giovani palestinesi isolati, quasi tutti abitanti in territorio israeliano o pendolari per motivi di lavoro provenienti dalla West Bank palestinese, si armano di coltelli o di pistole e tentano di ammazzare in strada il primo ebreo che incontrano.

Alcuni hanno usato le automobili per investire i pedoni fermi alee stazioni degli autobus o i passanti sui marciapiedi.

 Fino ad ora si sono registrati centinaia di feriti e decine di morti, tra cui molti assalitori palestinesi freddati dalla polizia o da semplici cittadini armatisi per autodifesa. E, quel che più conta, la vita sulle strade delle città israeliane si è fatta difficile per tutti, turisti compresi.

Gli ultimi episodi di violenza
Gli ultimi episodi sono dei giorni scorsi. Il 7 marzo a Jaffa un palestinese proveniente dal vicino villaggio di Kalkylia è riuscito ad accoltellare a morte un giovane turista americano e a ferire 11 passanti, prima di essere abbattuto da un poliziotto.

 Il giorno seguente due palestinesi di 19 e 21 anni hanno aperto il fuoco a Gerusalemme contro un autobus: hanno ferito due poliziotti e un arabo israeliano, si sono dati alla fuga e sono poi stati uccisi dopo un breve inseguimento. Un’ora dopo, sempre a Gerusalemme, un altro giovane palestinese ha assalito col coltello un passante ed è riuscito a ferirlo prima di essere arrestato.

 La cronaca degli ultimi due giorni è coerente con quella degli ultimi sei mesi. Attacchi isolati di cani sciolti che, senza alcuna organizzazione alle spalle o pianificazione operativa sofisticata, colpiscono a casaccio, riuscendo a terrorizzare un’intera popolazione.

 È una nuova forma di terrorismo “fai da te” contro cui la polizia e lo Shin Bet (il Servizio di sicurezza interno israeliano), sempre molto efficienti nell’infiltrazione dei gruppi terroristici palestinesi e nel prevenire attentati, riescono a fare molto poco se non nulla.

La reazione israeliana
La reazione delle autorità di Israele di fronte a questa “rivolta dei coltelli” è stata quella di invitare i cittadini a uscire di casa armati, aumentare il numero delle pattuglie di polizia in circolazione e imporre ulteriori restrizioni al traffico di pendolari palestinesi ai varchi di frontiera.

 Si tratta di misure di emergenza che difficilmente riusciranno a prevenire ulteriori attacchi e, soprattutto, non basteranno a colmare l’abisso di odio che separa le comunità palestinese e israeliana, costrette a convivere fianco a fianco in un terra ancora contesa.

 L’intifada dei coltelli dovrebbe forse essere affrontata anche con la riapertura del dialogo politico con le rappresentanze palestinesi più rappresentative, Hamas inclusa. Un dialogo interrotto da oltre un anno e che forse andrebbe ripreso proprio in questo momento favorevole per Israele, quando i grandi sponsor del terrorismo palestinese sono impegnati a combattersi a vicenda in terra siriana.

 Questa guerra silenziosa dei coltelli non è per Israele una minaccia strategica e non rappresenta una minaccia alla sua esistenza. Per questo, e per le sue caratteristiche operative che dimostrano l’esistenza di uno stato di esasperazione incontrollato all’interno delle comunità palestinesi, dovrebbe essere combattuta anche con le armi della razionalità politica e sociale.

 Perché, se come detto gli accoltellatori spontanei non costituiscono una minaccia “militare”, essi rappresentano comunque il sintomo di una malattia che, se non controllata, rischia di avvelenare il tessuto di una società che è stata comunque in grado di esprimere l’unica democrazia di tutto il Medio Oriente.

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