In principio furono gli incel. Guru della seduzione e predicatori online di una mascolinità tossica (la ribattezzata “manosfera”) capaci di trasformare il fallimento sentimentale in ideologia. Oggi arriva l’altra metà dello specchio (e dell’algoritmo): quello declinato al femminile. Ed ecco la “femosfera”, universo digitale di creatrici, coach e comunità che intercetta la disillusione di una parte delle donne verso il femminismo più in voga adesso e verso le promesse mancate della modernità sentimentale.
Molto seguite sui social, le sacerdotesse di questo pensiero hanno gioco facile nel nostro Occidente contemporaneo – Italia compresa – nel puntare il dito contro il modo in cui si è donna, considerato troppo subalterno e poco manipolatorio. Insomma, nella femosfera non va bene trattare gli uomini come partner alla pari: molto meglio come avversari strategici.
L’algoritmo della disillusione e il ritorno alla femminilità rigida
«Coniata nel 2024 dalla studiosa britannica Jilly Boyce Kay, la femosfera indica le comunità di donne online che si sentono deluse dal femminismo degli ultimi decenni, e che da questa delusione tornano a un’idea rigida di femminilità. I mondi che comprende sono diversi, e spesso si detestano tra loro», spiega la scrittrice e filosofa Maura Gancitano.
Per esplorare questo ampio universo bisogna iniziare dai Paesi anglosassoni, dove in un attimo le tendenze vengono battezzate. Dentro il concetto di femosfera entrano le tradwife (contrazione di “mogli tradizionali”), che vogliono il ritorno alla famiglia di una volta, ma anche le femcel (“nubili involontarie”), che raccontano la propria esclusione dal mercato amoroso e sviluppano una lettura pessimistica dei rapporti tra i sessi. Poi le dating strategist che trattano la relazione come un negoziato competitivo e insegnano a massimizzare il vantaggio emotivo, economico e sociale nella scelta del partner (una volta si sarebbe detto scalatrici sociali).
Il fenomeno è sintomo di una crisi più ampia: quella della promessa progressista secondo cui autonomia economica, libertà sessuale e indipendenza individuale avrebbero automaticamente prodotto per le donne relazioni più sane e vite più soddisfacenti.
Per molte giovani cresciute nell’epoca delle app di appuntamenti, della precarietà economica e dell’iper-esposizione social, la realtà ha prodotto frustrazione, delusione e cinismo: c’è più scelta, ma meno stabilità; più libertà, ma anche più competizione; maggiore autonomia, ma anche livelli crescenti di solitudine.
Il business del risentimento e il personal branding competitivo
Come per ogni fenomeno social che si rispetti, anche nella femosfera si monetizza il disagio. Si vendono corsi, consulenze, l’ingresso in community chiuse, manuali per dominare il dating market. Ma soprattutto – soprattutto – si soffia sul fuoco di una grammatica del risentimento: un linguaggio attraverso cui reinterpretare delusioni personali come prova di una verità sistemica.
«La femosfera» commenta lo scrittore e performer Gianni Miraglia, esperto di fenomeni web e da poco in libreria con Acquario (Atlantide) «rivela che abbiamo superato la phase in cui il personale è politico: adesso è un asset tattico. L’identità si costruisce per opposizione. Il conflitto non è più un incidente di percorso nel dialogo fra i generi, ma il carburante che tiene accesa la visibilità digitale. Più ti scontri, più esisti».
E così, in questa battaglia virtuale, il femminismo si alimenta in salsa digital-capitalistica fra algoritmi, engagement, personal branding. E da movimento si trasforma in prodotto culturale e commerciale.
«Ormai dovwearremmo aver capito», analizza ancora Maura Gancitano, appena tornata in libreria con Animali narrativi (Marsilio), «che le piattaforme sono progettate per trasformare ogni discorso in un contenuto che genera traffico e cattura meglio l’attenzione degli utenti, allo scopo di tenerli online. Si continua a parlare degli spazi digitali come strumenti neutri, e invece ciò che accade è che ogni creator, al di là delle sue idee, finisce col doversi mettere, consapevole o no, al servizio di quella piattaforma. Anche la femosfera reattiva, le tradwife e le femcel sono un prodotto di questo capitalismo digitale, e infatti hanno creato una nicchia di mercato che la piattaforma premia perché funziona». Una nicchia di mercato che ha le radici più profonde negli Usa, dove spopolano guru e aspiranti tali.
Da SheraSeven a Ballerina Farm: le dive del mercato amoroso
Ma chi sono queste protagoniste? Sul versante dating strategy spicca l’americana SheraSeven, creator con stuoli di follower sui social, soprannominata da molti «la Andrew Tate per donne» (Andrew Tate è un influencer britannico che consiglia a milioni di giovani uomini come essere maschi dominanti, in particolare sulle donne). SheraSeven, al secolo Leticia Padua, costruisce la sua filosofia e il suo business sull’idea che il rapporto con gli uomini debba essere eminentemente strategico ed economico: le sue follower imparano a scalare la gerarchia sociale, evitare i “dusties” (uomini senza soldi né status), concentrandosi su partner facoltosi. Il suo mantra più celebre è “Sprinkle Sprinkle”, formula con cui chiude i consigli su come «farsi mantenere» all’insegna del motto «fatti furba, usa il tuo potere femminile per trarre vantaggi» (“sprinkle” significa cospargere, come fa Campanellino con la polverina magica in Peter Pan). Insomma, un opportunismo conclamato della donna nuova che – evidentemente – trova terreno fertile in uomini che accettino di essere manipolati in cambio di un certo titillamento di ego.
Un’altra è Nara Smith, star del content domestico con 12 milioni di seguaci su TikTok, che ha reso glamour il cucinare (e altre cose di casa) per la Gen Z. Il suo messaggio implicito è che la femminilità va ridefinita in nome di lusso e bellezza. E di uomini utilizzati soltanto per saldare i conti.
Al di l’à delle singole influencer, è da ricordare anche il successo di un brand collettivo come Female Dating Strategy. Nato come forum di Reddit e poi diventato podcast, sito e community autonoma, diffonde una visione iperselettiva e fortemente antagonista delle relazioni uomo-donna. Il credo è molto semplice: «No hookups, men must pay», ovvero «niente relazioni casuali, gli uomini devono pagare». Il rapporto è considerato come una negoziazione in cui la donna deve massimizzare valore e minimizzare vulnerabilità.
Il quotidiano britannico The Times, che ha ampiamente raccontato il fenomeno femosfera, riporta la testimonianza di un membro di Female Dating Strategy, tale Savannah, per la quale conta il rifiuto del modello “50 e 50” nelle spese di coppia. «Se un uomo ti invita, deve pagare». E ancor più cinicamente: «Il matrimonio è prima di tutto una transazione economica».
Sul fronte tradwife, ovvero coloro che aborriscono l’idea che la donna si deve affermare con le proprie forze, rientrando invece in una figura di madre-moglie tradizionale, capobanda è Hannah Neeleman, imprenditrice e influencer da 10 milioni di follower su Instagram (dove si chiama “Ballerina Farm”) che ha trasformato la domesticità rurale in lifestyle: prole numerosa, pane fatto in casa, vita di campagna. Che poi significa: niente riunioni infernali in ufficio, colleghi che ti vogliono fare le scarpe, stress a mille per dimostrare di valere; meglio andare dal parrucchiere, fare un corso di Pilates e aspettare che la tata riporti i bambini dalla scuola. Femminilità tradizionale, con tutti i comfort che un uomo può loro offrire.
Il contesto italiano tra energia ricettiva e rivoluzioni instagrammabili
Diverso è il discorso nel nostro Paese, dove la femosfera si frammenta in una costellazione di micro-influencer che ne assorbono e normalizzano il lessico. Non predicano apertamente sottomissione o manipolazione; parlano di «femminilità autentica», «energia ricettiva», «standard alti», «uomini nel maschile sano». È una versione meno radicale e più casereccia del fenomeno americano. Su TikTok spopola Estefani Love Coach – che costruisce i suoi contenuti intorno all’idea di “energia femminile”, e promette di insegnare come «smettere di rincorrere l’amore e diventare irresistibile» – e su Instagram Micaela Martinis si concentra sul recupero del «potere femminile incarnato». Insomma, la ricerca della felicità passa dalla ricerca della femminilità, e soprattutto dai social. «Anche la rivoluzione deve essere instagrammabile per esistere» conclude Miraglia. Online, fra gallery, slogan e pensieri forti che diventano like, c’è posto davvero per tutti.
