Esteri

Nel 2015 dieci Paesi al voto: così l'Europa rischia grosso

Nel corso del 2015 si aprono le urne nella maggior parte degli Stati comunitari. E spesso i risultati saranno contro una maggiore integrazione comunitaria

Marco Cobianchi

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Nel 2015 l’Europa sarà attraversata da un virus: quello delle elezioni. Saranno dieci i Paesi che andranno alle urne sia per consultazioni legislative che locali, e alcuni risultati potrebbero avere conseguenze sulle istituzioni europee ben maggiori di quelle che avrà il Quantitative Easing (acquisto di titoli sovrani) che giovedì verrà deciso dalla Bce di Mario Draghi. Il motivo è semplice: nella maggior parte dei casi dalle urne difficilmente usciranno risultati pro-euro o pro-Europa e questo comporterà una sorta di cambio dell’umore continentale.

Il primo Stato a recarsi alle urne sarà la Grecia, domenica 25 gennaio. Il partito di Alexis Tsipras, Syriza, è dato in netto vantaggio. Come noto il suo programma elettorale non prevede l’uscita dall’euro, ma una rinegoziazione del debito che soffoca l’economia del Paese. Questa rinegoziazione potrebbe avvenire in diversi modi (tagtlio dei rendimenti dei titoli di Stato posseduti dagli investitori istitiuzionali, allungamento delle scadenze e via dicendo) ma è ovvio che qualsiasi richiesta greca metterà sotto pressione la politica comunitaria che al tempo del primo salvataggio di Atene aveva detto che sarebbe stato “la prima e ultima volta”. Inoltre bisogna considerare un altro fattore: il Quantitative Easing della Bce verrà deciso nei dettagli (compreso: quanti titoli da quali Paesi e, secondo, chi si assume le eventuali perdite che dovessero registrarsi su questi titoli) prima delle elezioni. E’ possibile che per i Paesi che hanno un rating inferiori all’investment grade, come la Grecia, questa operazione di acquisto di titoli sovrani possa essere gestita in modo differente. In secondo luogo: a marzo Atene deve rimborsare circa 1,4 miliardi di euro di prestiti. Il programma politico di Syriza prevede lo stop ai pagamenti, ma se lo farà, la crisi del Paese sarà conclamata e a quel punto bisognerà vedere come la Ue si comporterà. Per capire il peso del programma di Syriza nel contesto europeo, basti dire che in tutto il 2015 i soldi da restituire sono pari a 15,244 miliardi; 5,1 nel primo semestre e poco più di 10 nel secondo.

A marzo si terranno importanti elezioni locali in Francia e Olanda. Quelle francesi sono le più attese perché l’euroscettica Marine Le Pen avrà buon gioco a trasformare in voti lo sgomento nazionale provocato dalla strage di Charlie Hebdo. D’altra parte la stessa tragedia sta spingendo nei sondaggi il presidente della Repubblica Hollande anche se un suo successo è da escludere. Le elezioni regionali, quindi, sarà una partita che si giocheranno il Front National e Ump.

Vola nei sondaggi anche Geert Wilders, leader del partito ultra-euroscettico olandese che si avvia a vincere le elezioni provinciali. Il problema è che la composizione politica delle province olandesi determina la formazione del Senato del Paese e il rischio è che il governo pro-euro di Mark Rutte si trovi con un Senato ostile.

A dicembre arriveranno le elezioni in un altro Paese “periferico”, la Spagna dove gli scandali che hanno coinvolto sia il Partito Popolare del premier Rajoy e i socialisti del Psoe, stanno facendo avanzare nei sondaggi il Podemos, partito anti-establishment, che in un sondaggio di novembre è risultato secondo (25%) dopo i socialisti (28%) nel gradimento degli spagnoli. Se quel sondaggio non cambia, l’effetto potrebbe essere quello di un Parlamento molto frammentato dove sarà difficile anche formare un nuovo governo. Non solo: il 9 novembre ci sarà un referendum non vincolante nel corso del quale la Catalogna esprimerà il proprio parere sulla secessione da Madrid. Il leader del partito secessionista, Artur Mas, chiede il completo distacco entro il 2016 e, anche se difficilmente otterrà la maggioranza assoluta dei votanti, incassare una buona percentuale di “sì” gli darebbe un potere verso Madrid che non farebbe che aumentare le tensioni politiche.

Il 19 aprile toccherà alla Finlandia, Paese uscito dalla recessione nel 2014 grazie anche ad un allentamento delle tasse che difficilmente continuerà anche nel 2015. In vantaggio è il partito centrista, che nei sondaggi risulta essere 9 punti avanti rispetto alla coalizione del National Coalition Party. Al terzo posto c’è il partito euroscettico dei Finnis con il 14% dei voti. Se i sondaggi saranno rispettati sarà inevitabile la formazione di un’ampia coalizione ma già ora i temi al centro del dibattito riguardano sia l’appartenenza alla Nato che le sanzioni contro la Russia, che hanno gravemente colpito l’economia nazionale, e che sono state decise contro gli interessi del Paese.

In autunno sarà la volta del Portogallo, anch’esso colpito da una serie di scandali che hanno provocato le dimissioni del ministro dell’Interno e l’arresto dell’ex premier (socialista) Socrates. In vantaggio, nonostante tutto, sono i socialisti guidati da Antonio Costa che, però, difficilmente riuscirà a formare una coalizione con gli altri partiti di sinistra (Verdi e Comunisti) e per questo è probabile che il Paese si avvii ad una lunga stagione di governi di larghe intese.

Il 7 maggio toccherà alla Gran Bretagna: il dibattito politico in corso si incentra sempre sui rapporti con la Comunità europea. Nei sondaggi il partito laburista è leggermnente in vantaggio rispetto al conservatori che cercano di recuperare con la promessa di far svolgere un referendum, nel 2017, sull’Europa. D’altra parte gli inglesi sembrano spaventati dal programma elettorale dei laburisti che prevede un aumento delle tasse sui redditi più alti (evitando di precisare “quanto” alti) e meno austerità. Su tutto incombe lo spettro dell’Ukip di Nigel Farage, euroscettico per antonomasia, che già alle europee ha superato nei consensi il partito conservatore guidato dall’attuale premier David Cameron.

Il primo marzo tocca all’Estonia recarsi alle urne ma non sono attese sorprese: probabilmente la coalizione di larghe intese risulterà l’unica solizione politica possibile.

Il 14 settembre toccherà alla Danimarca dove il partito popolare, anti-immigrazione e tendezialmente contrario ad una maggiore integrazione europea, continua a salire nei sondaggi mettendo in difficoltà il premier socialista Helle Thorning-Schmidt. In ottobre sarà la volta della Polonia che dovrà eleggere sia il premier che il Parlamento. L’attuale capo del del governo, Donald Tusk, di centrosinistra, non dovrebbe avere problemi ad essere riconfermato. 

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