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Corea del Nord: ecco a cosa punta Kim Jong-Un

Un altissimo funzionario del ministero della Difesa sudcoreano racconta come si è arrivati al disgelo con Donald Trump. "Aldilà delle apparenze, Pyongyang non si fida di Pechino"

Kim Jong-Un

Claudia Astarita

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Hyoung-Chan Choe accoglie Panorama in una sala riunioni al terzo piano del ministero della Difesa della Corea del Sud seguito da sette assistenti. Il Direttore generale per la Politica internazionale ha sottobraccio un fascicolo che scotta, quello con cui ha seguito tutte le evoluzioni della crisi coreana. Dai test nucleari più minacciosi al coinvolgimento di Pyongyang nelle Olimpiadi di Pyeongchang. Ripercorriamo con lui tappe cruciali e retroscena di un negoziato che Seul spera possa riportare la pace in Oriente.

Partiamo dal negoziato: il 27 aprile il presidente sudcoreano Moon Jae-in e il leader nordcoreano Kim Jong-un si incontreranno. È un bluff?
Come sempre speriamo di no, ma questa volta ci sono buoni motivi per credere che quest'incontro rappresenti una sincera apertura al dialogo e alla pace. Per un semplice motivo: ne ha bisogno anche Kim Jong-un. E ce lo ha dimostrato.

Da che cosa dipende tanto ottimismo?
Rilanciare il dialogo con Pyongyang è uno dei punti chiave del programma del presidente Moon Jae-in. Grazie a un clima politico più favorevole, siamo riusciti a riaprire una comunicazione diretta con il Nord e a farla funzionare anche nei momenti di maggiore tensione. Ma chi ha lavorato di più per trasformare il dialogo da comunicazione di facciata in intesa è stato Kim Jong-un, che ha lanciato segnali chiari in merito alla sua volontà di lavorare per la pace. Per questo in pochi mesi abbiamo fatto così tanti passi avanti.

Di quali segnali sta parlando?
Per interpretare correttamente i messaggi che arrivano da Pyongyang è necessario da un lato conoscere bene le sfumature della visione del mondo diffusa tramite i suoi organi di propaganda. Dall'altro, dialogare con il Nord per rimanere aggiornati su quelle che il regime percepisce di volta in volta come priorità strategiche. Da quanto è salito al potere nel 2011, Kim Jong-un si sente sotto pressione. Per questo s'è intestardito sulla necessità di trasformare la Corea in potenza nucleare. Doveva proteggersi, dai nemici interni e da quelli esterni. In sette anni non solo ha eliminato l'opposizione interna, ma grazie ai successi registrati in campo missilistico e nucleare, è diventato un leader che nessuno può più trascurare. Forte di questa consapevolezza, ha iniziato a lanciare messaggi di distensione: si è impegnato a denuclearizzare il Paese, ha accettato di confrontarsi con i principali leader internazionali e ha accolto la richiesta di incontrare il nostro presidente nella Peace House di Panmunjom, cioè nel lato sudcoreano della zona demilitarizzata. Nessun leader del Nord aveva mai messo piede a Sud. Per noi questo gesto è molto importante.

Quindi per lei improvvisamente Kim Jong-un ha iniziato ad agire in modo razionale e ragionevole e per questo motivo dovremmo fidarci di lui?
Non è una questione di ragionevolezza e razionalità: per Pyongyang è in gioco la sopravvivenza del regime. Noi stiamo lavorando per creare le condizioni e fare in modo che tale apertura possa finalmente sfociare nel trattato di pace che tutti sogniamo, ma sappiamo che la cautela non sarà mai troppa e che insidie e colpi di scena si nascondono a ogni angolo. A noi sta a cuore la stabilità e crediamo che, oggi, questa priorità sia condivisa anche da Kim Jong-un.

Da che cosa dipenderebbe l'improvviso cambio di prospettiva del leader nordcoreano?
Kim Jong-un non ha affatto cambiato idea: sta portando avanti il suo piano originario. Ambisce a diventare un leader internazionale di primo livello, vuole essere potente e vuole dare ai nordcoreani nuovi motivi per essere orgogliosi del loro Paese. Da un lato, la "pressione massima" di Donald Trump ha avuto effetto e l'ha costretto a cercare il dialogo. Dall'altro, Kim Jong-un in sette anni ha risolto la maggior parte dei suoi problemi e può permettersi di interloquire con la comunità internazionale da una posizione di forza.

Andiamo con ordine: perché le sanzioni di aprile avrebbero rappresentato la strada del dialogo?
Trump si è fatto paladino di una linea intransigente sul piano delle restrizioni economiche che noi abbiamo appoggiato e sostenuto. Tuttavia, è evidente che senza l'appoggio della Cina, che riceve poco meno del 90 per cento delle esportazioni che partono da Pyongyang, non saremmo riusciti a ottenere nulla. Oggi però la Corea del Nord è allo stremo, ma sa che per ricevere aiuti economici deve fare concessioni sul nucleare. Sentendosi più al sicuro, è disposta a venirci incontro.

Ma il merito, quindi, è della Cina oppure degli Stati Uniti?
Come ho già detto, il merito è degli Stati Uniti, ma senza l'appoggio cinese non avremmo ottenuto nulla.

Non è chiaro...
Gli equilibri sullo scacchiere coreano sono più articolati di quanto possano sembrare. La Cina è una potenza importante e nessuno può permettersi di trascurarla. Nel contempo, nessuno si fida di Pechino, neppure Pyongyang. Anzi, l'input a marginalizzarla è arrivato proprio da Kim Jong-un.

Si spieghi meglio. Pyongyang e Pechino sarebbero potenze nemiche? Eppure Kim Jong-un è appena stato accolto a Pechino da Xi Jinping nella sua prima visita ufficiale all'estero.
Questa visita non era prevista: è stata la Cina a lavorare dietro le quinte per renderla possibile prima che Kim Jong-un incontrasse Moon Jae-in e Donald Trump, proprio nel disperato tentativo di non rimanere fuori dai giochi. Xi Jinping aveva palesato il proprio disappunto in merito alla successione di Kim Jong-un a Kim Jong-il. Messo in guardia dal padre, Kim Jong-un non si è mai fidato di Xi. Ha sempre creduto che quest'ultimo stesse lavorando per rimpiazzarlo con lo zio Chang Sung-taek o con il fratellastro Kim-jong nam (per evitare di correre rischi, ha fatto assassinare entrambi, ndr). Il legame economico tra i due Paesi è rimasto perché conveniente per entrambi. Quando però Pyongyang ha smesso definitivamente di ascoltare la Cina, Pechino ha aderito alla "pressione massima" di Trump. E Kim si è ritrovato economicamente strangolato.

Per questo la Corea del Sud ha cercato il sostegno degli Stati Uniti?
La Corea del Sud, da sola, non può arrivare alla denuclearizzazione e alla firma di un trattato di pace. Noi non abbiamo mai escluso nessuno. Cina, Giappone e Russia sono stati regolarmente informati sugli sviluppi della crisi. Quando però il Nord ha messo il veto sul coinvolgimento della Cina nelle trattative, abbiamo colto al volo l'occasione per rafforzare l'asse Washington-Seul.

Vi fidate di Trump?
Tutti i nostri interlocutori sono, per motivi diversi, imprevedibili. Ecco perché dobbiamo essere noi a mediare. Ci fidiamo dei nostri diplomatici, che hanno dimostrato di essere riusciti a creare una sintonia di vedute e di strategie con Washington. Non ci interessano i tweet dei presidente, ma quello che dice a noi e quello che fa per sostenerci.

E il nuovo asse Pechino-Pyongyang? Come pensate di gestirlo?
La pace è vicina, vogliamo essere ottimisti. Non siamo stati noi a mettere in secondo piano Pechino e ci fa piacere sapere che anche la Cina sta lavorando per la pace. L'iniziativa di Xi Jinping mostra due cose: Cina e Corea del Nord avevano dissidi bilaterali da risolvere e hanno deciso di chiudere con il passato prima che Kim Jong-un incontrasse i rappresentanti di Corea del Sud e Stati Uniti. Infine, la determinazione con cui Xi Jinping ha voluto rimettersi in gioco forse andrebbe colta come un segnale positivo. La pace sembra essere davvero possibile.


(Articolo pubblicato sul n° 16 di Panorama, in edicola dal 5 aprile 2018, con il titolo "Vi spiego a cosa punta Kim Jong-Un")


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