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Messico, chi è Andrés Manuel López Obrador il nuovo presidente

Il candidato populista di sinistra e leader di Morena ben oltre il 50%. Probabile anche la maggioranza assoluta al Congresso

Andrés Manuel López Obrador

Barbara Massaro

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Contro la corruzione, per la ridistribuzione delle risorse, nemico delle èlite di potere, dei "privilegi" e dei "raccomandati"; pronto a concedere internet gratis in tutte le scuole del Paese; consapevole del problema dei narcos, desideroso di dare ai giovani possibilità alternative al mercato della droga, alleato del poverissimo sud del Messico mentre strizza l'occhio al potente nord che confina con il Texas.

Perché Andrés Manuel López Obrador fa paura

È proprio lo spiccato populismo di Andrés Manuel López Obrador quello che preoccupa di più gli osservatori internazionali alla luce della sua elezione a presidente del Messico. I dati ancora non sono completi ma le tendenze sono inequivocabili. López Obrador è oltre il 54% e lo stesso trend sembra affermarsi anche al Congresso.

Populista di sinistra

Le idee politiche di López Obrador sono agli intipodi rispetto a quelle del suo predecessore. Dopo una prima formazione nel PRI, il partito di Peña Nieto, già nel 1988 Amplo si allontanò dal centro destra per unirsi a un gruppo indipendente di separatisti di sinistra guidato dal figlio di Lázaro Cárdenas, ex militare ed ex presidente del Messico, che aveva fondato il Partito della rivoluzione democratica di cui López Obrador divenne leader.

Sessantaquattro anni, tre figli e due mogli (la prima è morta anni fa) López Obrador si è laureato in scienze politiche a Città del Messico dove ha cercato riscatto dopo l'infanzia vissuta nel piccolo villaggio di Tepetitán nello Stato di Tabasco.

Da primo cittadino a presidente

Proprio a Città del Messico ha iniziato a occuparsi seriamente di politica arrivando alla poltrona di primo cittadino della città nel 2000. In seguito già due volte, nel 2006 e nel 2012 si è candidato a Presidente perdendo per qualche manciata di voti e guidando per settimane, all'indomani degli esiti elettoriali, una rivolta contro presunti brogli che ne avrebbero impedito l'elezione.

Proprio al 2006 risale la fondazione del partito MORENA. Dopo la discussa sconfitta elettorale Amlo ha fondato il Movimento di Rigenerazione Nazionale (MORENA), che aveva come primo obiettivo quello di riunire tutti coloro che chiedevano un cambiamento.

I rischi del "cambiamento"

Dietro a questa parola "cambiamento" si cela, però, tutto e il contrario di tutto. Il Messico sta vivendo una fase estremamente complessa della sua storia contemporanea. Violenza, droga e corruzione sono mali endemici del Paese cui si aggiungono i problemi legati al flusso migratorio verso gli Stati Uniti d'America con lo spauracchio del muro ipotizzato dal Presidente Trump e soprattutto con le decine di casi di minori separati dalle madri al confine tra Messico e Texas. Un dramma che ha scosso l'opinione pubblica mondiale e che il nuovo Presidente dovrà mettere tra le priorità della sua agenda. 

Perché Trump ha favorito l'ascesa di López Obrador

Il rapporto instaurato tra l'America di Trump e Peña Nieto non ha funzionato e il fallimento della politica Usa-Messico del presidente uscente è andata a tutto vantaggio dell'ultra sinistra di López Obrador. Il Mexico campesino, dei lavoratori della terra, delle fabbriche e delle favelas urbane vedono nel leader di Morena un'autorevole possibilità di riscatto.

Del resto il suo programma, almeno sulla carta, è estremamente chiaro: incoraggiare l'economia delle realtà rurali, raddoppiare le pensioni, mettere Internet gratis in tutto il Paese.

E poi ancora: eliminare la corruzione per risparmiare denaro pubblico da finalizzare ai suoi progetti. Ha proposto anche di piantare milioni di alberi da frutto per creare 400.000 posti di lavoro e di sviluppare il turismo creando una linea ferroviaria che colleghi le coste dello Yucatan con le zone delle rovine Maya. Ha poi promesso di portare in congresso una proposta di legge che tolga l'immunità ai politici accusati di corruzione. 

In campagna elettorale mentre prometteva lavoro e pensioni più alte ai ceti meno abbienti garantiva anche meno tasse e nessun rincaro dei carburanti al ricco nord del Paese per non perdere consensi né da una parte né dall'altra.

I rischi della maggioranza plebiscitaria

Se, come sembra, López Obrador otterrà oltre che la presidenza, anche la maggioranza assoluta al congresso avrà la possibilità di modificare la composizione della Corte suprema e un peso considerevole sui media.

A questo punto potrebbe mettere a rischio l'impianto liberale della struttura istituzionale messicana annullando i pesi e i contrappesi necessari in ogni democrazia liberale.

López Obrador non viaggia in aereo (anzi ha proposto di vendere la flotta governativa agli Usa per avere denaro da redistribuire ai poveri), ma in un'auto che guidano a turno due suoi fidati collaboratori che sono anche le sue guardie del corpo.

Cammina per le strade disarmato e abbraccia la gente che stravede per lui. Viene vissuto come il salvatore, quasi il messia, colui cui è demandato il compito di guarire tutti i mali che affliggono il Messico a partire dal narcotraffico.

A proposito dei narcos López Obrador - che ha all'attivo una dozzina di libri sulla storia politica del suo Paese - ha detto: "Affronteremo le cause con programmi per i giovani, con nuove opportunità di lavoro e con l’istruzione. Non useremo solo la forza. Analizzeremo tutto ed esploreremo tutte le strade che ci permetteranno di raggiungere la pace. Non escludo nulla, nemmeno la legalizzazione, niente".

Questo suo spiccato cerchiobottismo, secondo alcuni osservatori, potrebbe trasformare il Messico nel nuovo Venezuela. I plebisciti non fanno mai bene alla democrazia e quello per il governo López Obrador rischia di essere il più grande plebiscito che la nostra del centroamerica ricordi.

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